Carlo Lorenzini (Collodi).
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I misteri di Firenze.
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2010. Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini. PISTOIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione. di ANDREA CAMILLERI. 
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Quello che colpisce nel trentunenne Lorenzini dei Misteri di Firenze, edito a Firenze nel 1857  l'abilit, la scioltezza, il brio, e soprattutto l'ironia, con i quali egli sa inanellare, o meglio incastrare l'un dentro l'altro, tutta una serie di variegati bozzetti che cos finiscono per dispiegarsi come un vero e proprio tessuto romanzesco. ... Quello che in definitiva finisce col catturare il lettore  il dono di una scrittura scintillante, di gioiosa leggerezza, senza una pausa d'opacit o di stanchezza, autenticamente incantatrice.
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ANDREA CAMILLERI.
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Questo testo  stato curato dalla Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, promossa e istituita dal Ministero per i Beni e le Attivit Culturali con Decreto Ministeriale del 9 giugno 2009 per iniziativa della Fondazione Nazionale Carlo Collodi Istituzione Culturale, D.P.R. 1313/1962 CARLO COLLODI con il patrocinio della Regione Toscana.
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I misteri di Firenze. Scene sociali.
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PREFAZIONE. di ANDREA CAMILLERI.
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Piccola premessa personale.
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Lessi Pinocchio a otto anni, me lo regal mia nonna che gi mi aveva raccontato le avventure di Alice, ed ho ancor oggi vivida memoria dell'autentico entusiasmo che provai. Ricordo che cominciai a fantasticare: e se Pinocchio invece del Gatto e della Volpe avesse incontrato la Lepre marzolina o si fosse imbattuto nel Cappellaio matto?
Mio nonno aveva una biblioteca rigidamente divisa in due scomparti, in uno ci stavano i manuali Hoepli sull'allevamento degli animali domestici, nell'altro diversi libri sull'allevamento dei figli. Tra questi ultimi, scoprii Giannettino e Minuzzolo dello stesso autore di Pinocchio. Li divorai, sperando che si rinnovasse il miracolo, ma ne restai deluso. Diventato padre e poi nonno, mi  capitato di doverlo rileggere a favore di figli e nipoti, ma guardandomi bene dal comunicar loro quello che intanto filosofi, pittori famosi, psicoanalisti, surrealisti e studiosi varii di tutto il mondo avevano via via scoperto tra le avventure del burattino. Feci una sola eccezione: il capitolo che Alberto Savinio dedica a Collodi nel suo Narrate, uomini, la vostra storia. Questo per dire che la mia conoscenza collodiana ha ruotato tutta attorno al suo capolavoro. Che, tra l'altro, ho diretto alla radio in una riduzione in diverse puntate.
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Ora, dopo aver letto I Misteri di Firenze, che da qualche parte avevo sentito definire come uno scialbo romanzetto, faccio atto di contrizione per non aver cercato, nel corso degli anni, nient'altro di questo autore. Certo, qui non c' lo splendido, inarrivabile, irripetibile fuoco d'artificio di invenzioni che costituisce Pinocchio, ci sono per i godibilissimi giochi di fuoco di una modesta sagra paesana predisposti da un giovane artificiere che si sta allenando per meravigliarci e stupirci in futuro. Quello che colpisce nel trentunenne Lorenzini dei Misteri di Firenze, edito a Firenze nel 1857,  l'abilit, la scioltezza, il brio, e soprattutto l'ironia, con i quali egli sa inanellare, o meglio incastrare l'un dentro l'altro, tutta una serie di variegati bozzetti che cos finiscono per dispiegarsi come un vero e proprio tessuto romanzesco.
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Insisto sulla verve ironica, sua linfa vitale. Tanto che Pietro Pancrazi scrisse che Collodi ebbe il torto di non pigliare sul serio per primo se stesso. L'ironia non gli serve solo per disegnare i personaggi, ma  presente anche nelle situazioni, negli ambienti, nelle interrelazioni tra le diverse figure che popolano il romanzo. Il quale  ambientato soprattutto tra la nobilt fiorentina e non, tra ricchi americani e squattrinati parassiti, tra cospiratori e traditori, non senza vivaci escursioni nel mondo dei piccoli artigiani, dei modesti commercianti, delle sarte, delle modiste.
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I nobili sembrano a null'altro dediti in apparenza che al divertimento (non a caso il romanzo prende l'avvio da un veglione carnevalesco), al gioco (e Lorenzini di gioco se ne intendeva, vi dilapidava le sue magre entrate), alle avventure amorose pi o meno fugaci, pi o meno mercenarie. Gli accadimenti denunciano nella loro fragilit di esser solo un pretesto per la composizione di una sorta di variopinto pannello figurato da cantastorie, dove ogni riquadro rappresenta se non un fatto, almeno un fatterello intrigante. E ad ogni quadro si aggiunge qualche nuovo personaggio che arricchisce e imprime slancio al flusso della narrazione. Perci quello che in definitiva finisce col catturare il lettore  il dono di una scrittura scintillante, di gioiosa leggerezza, senza una pausa d'opacit o di stanchezza, autenticamente incantatrice.
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I Misteri di Firenze, il cui sottotitolo  Scene sociali, non hanno una vera e propria conclusione, si limitano a fermarsi al primo volume, e non credo che ci sia accaduto per mancanza di materiale narrativo. Ma nel romanzo c' dell'altro, c' un'autentica sorpresa che, a mio avviso,  assai importante. Vale a dire l'intervento dell'autore stesso, in prima persona, sul libro che sta scrivendo. Si tratta, come la chiama Lorenzini, di una digressione, di una sorta di dialogo tra lui e un'interlocutrice. In essa l'autore dichiara esplicitamente l'impossibilit d'ambientare a Firenze qualcosa di simile ai Misteri di Parigi di Eugne Sue, per la semplice ragione che a Firenze non possono esistere misteri:
Qui ogni casa ha il suo eco, e le pareti e i muri maestri, che dividono le stanze e i quartieri, sono di tela rada e bucherellata, come le scene di teatro. Cos la cronaca pubblica  informata di tutto e di tutti. Due terzi delle cose si sanno: l'altro terzo si tira a indovinare e, occorrendo, s'inventa.
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Il titolo, afferma l'autore, l'ha voluto l'editore. Ma perch dare il titolo di Misteri a un libro dove di mistero in realt non ce n'? Risponde pronto Lorenzini: E quando mai fu necessario che il nome corrispondesse esattamente alla cosa?
Incalza l'interlocutrice: Ma se il vostro romanzo non  un romanzo; se il titolo non corrisponde al libro e se il libro non corrisponde al titolo del frontespizio, si potrebbe almeno sapere cosa intendete fare di questo lavoro?
Nella risposta c' tutto il migliore Collodi: Questo  un mistero: dir di pi: questo  il solo mistero che si trovi realmente nei miei Misteri di Firenze. Vi prego dunque a volerlo rispettare, perch, credetelo pure, ho tutte le mie buone ragioni per non confidarlo ad alcuno.
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Una piroetta clownesca, certo, un'elegante e burlesca giravolta che per ha il merito sostanziale di proiettare il romanzo nel pieno del secolo a venire, quando gli autori interverranno a dialogare coi loro personaggi e cercheranno di scoprire, con loro e attraverso di loro, le ragioni stesse del narrare. Non mi sembra poco.
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Andrea Camilleri.
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I misteri di Firenze.
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Capitolo 1.
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Una cena al veglione.
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Era l'ultima sera di Carnevale. Un vento freddo e strapazzone, levatosi sull'imbrunire, fischiava rabbiosamente per le vie di Firenze (1). A sentirlo imperversare con tanta burbanza, pareva che egli fosse il battistrada della Quaresima, venuto a spazzare l'atmosfera dai miasmi dei giorni grassi e dalle note cadenzate del Valtz e della Marzurka.
Il cielo, tutto chiuso e d'una tinta cenerognola cupa, minacciava una nottata d'inferno. Di tanto in tanto alcuni spruzzi di neve e d'acqua gelata, scagliati con violenza, andavano a battere, come finissime punte d'acciajo, sulle facce inermi dei fuggiaschi cittadini.
I lampioni a olio delle strade (il gaz non era ancora venuto a dar saggio della sua insufficienza!) (2), affaticati per ogni verso dalla bufera, mandavano una luce incerta e a balzelloni, cigolando in tuono lamentevole sui loro ganci di ferro!
Firenze, in codesta sera, pareva una veduta all'acquaforte di qualche citt sui confini della Siberia (3).
Intanto, a dispetto dell'aria pungentissima e delle smargiassate del subalterno d'Eolo, un centinajo d'individui dell'infima plebaglia, fra vagabondi, poveri e dilettanti di cicche e... di fazzoletti da naso, faceva cerchio intrepidamente dinanzi alla porta d'ingresso del teatro della Pergola.
Gli uni si accalcavano sugli altri, come pecore all'avvicinarsi del temporale; e tutto questo pigia-pigia, e questa smania continua di spingersi avanti, unicamente per godere pi da vicino la vista dei signori e delle signore, che smontavano dalle loro vetture, per andare in teatro.
Eppure  cos! la propaganda democratica avr un bello sfiatarsi; ma finch mondo sar mondo, i poveri anderanno sempre a vedere i signori, come si va a qualunque spettacolo per divertirsi.
E che di strano? la vista dell'aristocratico e del quattrinajo
in grand'abito da gala, non pu a meno di solleticare la curiosit di quei disgraziati paria del corpo sociale, pei quali l'abito che hanno indosso  pi una scusa per non incorrere in trasgressione col Codice penale, che una salvaguardia dall'intemperie dell'aria; condannati, come essi sono, da un anno all'altro a vestirsi sempre contro stagione, infilando uno straccio di pantaloni di tela o di bordatino, alle prime brinate del Novembre, e indossando una giacchetta di lana o qualche logoro paletot di pelone, quando per l'appunto il sole di Maggio comincia importunamente a scottare!
I legni di vettura e le carrozze di padronato si succedevano senza interruzione.
L'allegria e lo schiamazzo delle maschere che si precipitavano nel vestibolo del teatro, facevano un curioso contrasto coi nasi paonazzi e colle giaculatorie non troppo ascetiche dei cocchieri e dei vetturini, intirizziti dal rovajo.
Il Veglione era nel suo colmo.
Una folla straordinaria di quattro in cinquemila persone, fra matte e spiritate, si urtavano, si assordavano, si soffocavano senz'ombra di carit, convintissime in buona fede di divertirsi a pi non posso e di passare la pi bella serata dell'anno.
I domin, i pulcinelli, gli arlecchini, i pierrot, i sor dottori, e tutte le altre maschere poco storiche e meno fantastiche che ogni anno improvvisa il carnevale, non potendo correre e saltare, a motivo della calca, si sfogavano a manifestare la loro feroce allegrezza con moti sussultorj violentissimi e raddoppiando di zelo e d'energia nell'emissione di quegli urli ferini e discordanti, che costituiscono la fisonomia della stagione carnevalesca.
Sopprimete l'urlo, e il Carnevale non esiste pi!
La circolazione per il teatro e nei locali annessi era affatto impedita.
La platea, veduta da un palchetto di quint'ordine, ti dava l'immagine di una smisurata caldaja, nella quale si facesse bollire un gran cibreo di braccia, di mani, di teste, di cappelli e di cappucci di ogni forma e colore (4).
Gli urli, le grida e le voci alte e fioche facevano una romba strana; un vero baccano di casa del diavolo.
Le orchestre suonavano a martello. L'atmosfera, accesa da una miriade di candele d'impurissima cera, che fumavano come tanti piccoli pasci a tre code; rarefatta da un calore tropicale, come usa sotto la linea,
e ottenebrata da un nuvolone di polvere, l'avresti sentita pesare sullo stomaco, come se fosse stata l'armatura di Dante da Castiglione (5).
In questo frattempo, i tonfi frequentissimi e petulanti dello Sciampagna, stappato con profusione ostentata per i palchetti del teatro, annunziavano al popolo della platea, la magnificenza e il brio delle aristocratiche cene.
Alle avventure galanti e all'eterna giovent del Cavaliere di Santa-Fiora! (6).
Evviva! evviva!
Questo brindisi era scoppiato come un uragano, in un palco di proscenio al second'ordine.
La cena stava per finire; lo sciampagna girava la tavola.
Quattro dame e quattro cavalieri (tali almeno parevano alla sopraccarta) seduti intorno ad una mensa riccamente imbandita ed illuminata da due grandi candelabri di cristallo di monte, ridevano, urlavano, strepitavano, insomma facevano di tutto per sotterrare allegramente il Carnevale.
A proposito di avventure galanti, riprese il Cavaliere di Santa-Fiora, quando un po' d'ordine fu ristabilito fra i commensali, voglio raccontarvi un fatterello curioso che mi  accaduto stasera.
Sentiamo! sentiamo! gridarono tutti i convitati, ponendosi in un'attenzione esagerata e ridicola, quasi dovesse parlare l'oracolo, (atto di bassa servilit e d'omaggio, che i parassiti e gli scrocconi sogliono render sempre di buona voglia ai propinatori di pranzi e di cene).
Chi di voi, continu il Cavaliere di Santa-Fiora, ha veduto qui sul veglione un domin di seta turchina?
Vattel'a pesca! interruppe il promotore del brindisi, dei domin di seta turchina ve ne saranno cento in teatro. Il tuo domin non ha contrassegni?
Ne ha uno.
Quale?
Un'ncora bianca dalla parte sinistra.
I commensali si ristrinsero nelle spalle.
Non ho visto ncore!
Neanch'io.
Neppur io.
Quest'importa poco, continu a dire il Cavaliere. Se voi non l'avete veduto, ci non toglie che questo domin di seta turchina, fregiato d'un'ncora bianca si trovi qui sul veglione. Io l'ho veduto, e vi dir di pi che mi ha dato da fare per tutta la sera.
Oh! grid con atto di sorpresa, una delle quattro signore, che stava seduta sul davanti del palco, fissando i canocchiali in un dato punto. Eccolo lass!  lui!
Chi? domandarono tutti in coro.
Oh bella! il domin turchino del Cavaliere: non vedete che ha un'ncora bianca sulla spalla sinistra?
A questa notizia i commensali si alzarono precipitosamente dai loro posti, e armandosi di lenti e di canocchiali, si spinsero tutti, uno addosso all'altro, sul davanti del palco.
All'urto screanzato, poco manc che la tavola non si rovesciasse per terra.
Guardate lass, al numero 7 quint'ordine! riprese la solita signora, che aveva fatto la grande scoperta. Lo vedete quel domin solo, solo, che guarda nel nostro palco?
Tutti gli occhi si rivolsero al punto indicato.
Il domin era sparito!
Ce l'ha fatta bella! grid colla sua voce tuonante il promotore del brindisi.
I convitati, dispiacenti chi pi chi meno di non aver fatto in tempo a prendere cognizione di questa maschera misteriosa, se ne tornarono ai loro posti.
Ma come  di statura questo indiavolato domin? chiese qualcuno della brigata.
Il ritratto  facile, soggiunse il Cavaliere. N grande, n piccolo: figura snella: sesso incerto: occhi vivissimi: mano affilata; guanto-jouvin, piedi piccoli, calzatura aristocratica (7).
Ho capito! disse battendo il pugno sulla tavola, uno dei commensali (il quale aveva l'abitudine di non capir mai nulla).
Cos'hai capito, Gastone? domand il Cavaliere con una certa curiosit.
Quella maschera la conosco.
La conosci? allora ci dirai chi , gridarono tutti.
Non posso: sarebbe una slealt.
Eccoci alle solite storie.
Prima di andare avanti, non sar male accennare in pochi tratti, il carattere e la fisonoma del commensale che aveva capito.
Gastone Della Bruna era un uomo sui quarant'anni. Nato di genitori nobili, ma rifiniti, venne avviato fin da giovanetto sui floridi sentieri della burocrazia.
Esperimentata la sua capacit, fu collocato in uno di quei dicasteri dello stato, dove gli affari sono una scusa per gli impiegati... come gli impiegati sono una scusa per gli affari (8).
A dispetto dell'et declinante e del temperamento eccessivamente bolso e linfatico, Gastone aveva trovato il modo di conservarsi tenero, succulento, tutto latte e sangue, come dovrebb'essere ogni buon funzionario pubblico, pagato regolarmente dalla Depositeria per il quieto vivere e... per il miglioramento della razza.
In una parola, il nostro segretario era il vero tipo dell'impiegato regio toscano, avanti il 1848, tipo raro, impagabile, prezioso che disgraziatamente si va disperdendo ogni giorno pi, e di cui sarebbe ben fatto conservarne almeno un campione nelle vetrine della Specola, se non foss'altro, come una curiosa variet della gran famiglia degli Animali senza vertebre.
La natura benevola, indovinando la vocazione del ragazzo, aveva risparmiato a Gastone l'incomodo della barba; soltanto fra il labbro superiore e il naso gli spuntavano pochi peli biondastri (color dei capelli), i quali, ad onta delle continue carezze e di tutti i lenocinj dell'arte, non avevano mai raggiunto il numero legale per costituirsi in baffi, propriamente detti.
Sempre lindo, sempre attillato, sempre inappuntabile, Gastone aveva pi cura dei suoi abiti, che della sua salute. Quando dava la mano a qualche amico, non la serrava per paura di sformare i guanti: se ponevasi a sedere, teneva le gambe tese, come pali elettrici, onde impedire ai pantaloni di prendere una cattiva piega: se l'aria da un momento all'altro rinfrescava, non aveva il coraggio civile di abbottonarsi, per un'eccessiva tenerezza verso gli occhielli del suo vestito.
Cresciuto celibe fino a trent'anni, il nostro segretario dovette ammogliarsi per ordine del suo capo di Uffizio, che aveva da collocare una figlia esperimentata debole di ginocchi e proclive alle cadute.
Una donna capricciosa ha sempre bisogno d'un marito qualunque, come i giornali avventati hanno bisogno d'un gerente responsabile (9).
Isolina Della Bruna (la dama che stava seduta alla sinistra del Cavaliere di Santa-Fiora) era una graziosa creatura, impastata di pepe e d'argento-vivo, piuttosto olivastra di carni, con una cornocopia di capelli nerissimi, come l'ala del corvo, con due occhietti piccoli e procaci, con due sopracciglia profilate e sottili, come se fossero disegnate con una matita di Faber, dalla mano di un grand'artista (10).
Tutta brio, tutt'anima, tutta fuoco, parlava sempre e rideva di tutto, anche di ci di cui qualchevolta non avrebbe dovuto ridere, come accade frequentemente a quelle donne che hanno da mostrare trentadue denti, di una sfavillante bianchezza.
Fra il Cavaliere di Santa-Fiora e la moglie del Segretario esisteva da molti mesi una buona intelligenza palesissima. Tutto il paese lo sapeva, eccettuato Gastone, ma oramai  provato che i mariti, quando si tratta di cronache riguardanti le loro met... non sono mai del paese!
In grazia appunto di questa beata ignoranza e della nobile disinvoltura con cui sapeva affrontare i cicaleggi degli oziosi e tollerare l'incomodo delle apparenze, il nostro amico s'era guadagnato il vezzeggiativo di Cornelio Tacito (11).
Uhm! non capisco (diceva Gastone, il quale aveva l'abitudine di capir tutto) quale analogia abbiano potuto riscontrare fra me e questo storico latino. E si stringeva nelle spalle!
In fatto poi di istruzione, Gastone non si piccava d'essere n un Magliabechi, n un Pico della Mirandola: sapeva leggere e scrivere quasi correntemente, e, capitando il bisogno, s'intendeva anche un po' d'aritmetica! (12). Eppure, bisogna dirlo; in mezzo a tanto corredo di ottime qualit, aveva esso pure la sua debolezza: la debolezza, cio, di credersi fornito di un tatto finissimo, d'un colpo d'occhio squisito, d'una penetrazione meravigliosa.
Non accadeva fatto che Gastone, a lasciarlo dire, non avesse previsto o profetizzato da lungo tempo: non v'era motto, sciarada, rebus, logogrifo che egli non si piccasse d'indovinare alla prima: non si presentava avvenimento dubbio o inesplicabile che egli non sostenesse d'averlo spiegato e d'aver colto nel segno.
E invece, a farlo apposta, l'infelice Segretario del Dicastero degli Affari inutili non ne azzeccava mai una.
Finalmente la sorte gli offriva il destro di rifarsi un po' di buon nome.
Il domin turchino, dall'ncora bianca, aveva eccitato la curiosit di tutta la brigata. Fortunato colui che fosse riuscito a indovinare il proprietario, o la proprietaria di quegli occhi, di quelle mani, di quei guanti e di quei piedi descritti dal Cavaliere di Santa-Fiora.
I commensali, ostinati a venirne a capo, si perdevano in ipotesi e in giudizi temerarj: ma inutilmente.
Assediato dall'insistenze reiterate e provocanti degli amici, Gastone cominci a vacillare.
 vero che egli aveva fuori la sua parola d'onore per custodire gelosamente il segreto; ma la velleit di dare un saggio sicuro del suo colpo d'occhio e della sua perspicacia, lo pungeva nel vivo.
Esit ancora per qualche momento: poi borbott fra i denti:
Non l'avrei fatto per tutto l'oro del mondo... ma oramai sono costretto a cedere per forza maggiore.
Gastone era del numero di coloro che non sanno o non vogliono sapere, che in questioni d'onore e di delicatezza, non si ammette la formula della forza maggiore! Che Iddio li conservi sempre in s comoda ignoranza!
Ebbene... se volete che parli, parler, disse finalmente; e circondandosi di una cert'aria misteriosa, come se avesse dovuto rivelare la parola d'ordine d'una congiura, sillab sotto voce:
Quel domin turchino  nientemeno che Lady Meeting.
Chi? la bella Americana? domandarono alcuni.
Il segretario fece colla testa un gran segno affermativo, come se volesse dire: vado sul sicuro!
I commensali si guardarono in faccia, dubbiosi se dovessero credere o no.
Il promotore del brindisi, a questa rivelazione, dette in una risata cos omerica, cos impertinente, cos laceratrice di ben costrutti orecchi, che parve una di quelle saette, che si sentono nell'opere in musica, allo scoppio di qualche grosso temporale (13).
Tutti chiesero il motivo di questa intemperante ilarit: ma il promotore del brindisi, invece di rispondere ai commensali, si rivolse a Gastone e guardandolo in faccia, tra il serio e il grottesco, gli domand:
Dimmi, Della Bruna: se' tu ben sicuro che sotto quel domin si nasconda la bella Lady Clara?
Sicurissimo! ripet Gastone, battendo il pugno sulla tavola.
Potresti giurarlo?
Lo giuro sul capo...
Lascia stare il capo, gli disse sorridendo sua moglie. Piuttosto vogliamo conoscere i dati, sui quali hai fondato la tua imprudente asserzione.
I dati? ebbene, statemi a sentire. Una di queste sere io me n'usciva al solito da una certa casa di via Ghibellina... (Gastone accompagn queste parole con un'occhiata di intelligenza maliziosa!)
Abbiamo capito! avanti, avanti, gridarono in coro i commensali.
Erano le dieci di notte. Appena giunto in mezzo alla strada, m'imbatto in una graziosa mascheretta, la quale fuggiva come una vespa, per liberarsi dalle proposizioni non troppo delicate di quattro o cinque giovinetti del popolo che la pedinavano a tutta briglia. La mia prima idea, lo confesso, fu quella di alzare la voce contro simile indegnit: ma poi... riflettendo che mi sarei messo a tu per tu con della canaglia, che per il solito non ragiona e che ha l'abitudine di alzar le mani e di picchiare... senza neppure aver riguardo agli abiti d'una persona decentemente vestita, credetti bene di attraversare la strada e di andarmene per i fatti miei. In questo mentre, la maschera mi vede, e correndomi incontro, in meno di quel che non ve lo dico, s'afferra al mio braccio, e mi dice velocemente e con respiro affannato: Gastone, difendetemi. Alla voce, all'accento, alla mossa, riconosco subito Lady Clara! Non abbiate paura, miss, le dico, e la consiglio ad affrettare il passo. Uscito appena fuori del pericolo, mi prende la curiosit di domandarle: di dove venite, a quest'ora? Non ve lo posso dire, ella mi risponde. Ho capito! dico io fra me; e andiamo avanti. Strada facendo, mi par di vedere sulla spalla sinistra del domin dell'americana, qualche cosa di bianco: appunto gl'occhi e vedo... indovinate? Un'ncora bianca. Immaginatevi s'era possibile che io non fiatassi. Dite, Milady, cosa significa quest'ncora dalla parte sinistra del vostro domin?  un capriccio! Un capriccio? soggiungo io: ho capito! E cos pigliando l'aria dell'uomo discreto, l'accompagnai fino al suo palazzo. Prima per di darmi la buona notte, ella mi fece promettere solennemente che non avrei raccontato a nessuno quest'avventura e che avrei serbato il segreto su'contrassegni del suo domin. Io promessi, giurai, ed ero nel fermo proposito di mantenere la mia parola... Ma sapete voi come accade? L'uomo propone... e molte volte lo Sciampagna dispone.
 Allora il rebus  spiegato, disse la vivace Isolina (che era quella stessa che aveva scoperto il domin nel palco di quint'ordine). Mio marito ha ragione: quella maschera non pu esser altri che Lady Clara: l'ho subito riconosciuta al suo modo sfacciato di guardare!
Ma qual'interesse pu aver mai Lady Clara, osserv il Cavaliere di Santa-Fiora, a perseguitarmi con tanta costanza? Io mi sono imbattuto in questo maladettissimo domin per la scala del teatro: mi ha ficcato addosso un pajo d'occhi, che parevano due punte luccicanti di pugnale: e senza mai dirmi una parola e senza rispondere una sola volta alle mie interrogazioni, si  preso la bega di tenermi dietro, a una certa distanza, per la platea, nel salone, nella galleria e fino per i corridoj dei palchi. Perdio! l'ombra di Banco era pi educata col povero Macbeth! (14).
Tutto sta bene, disse uno dei commensali, ma dopo il racconto di Gastone, mi pare che il problema sia risoluto. E a chi altri volete mai che potesse saltar l'estro di mettersi per l'appunto un'ncora bianca sulla spalla sinistra del domin?
 Lady Clara!  Lady Clara, ripeterono tutti in coro.
Gastone non capiva pi nella pelle dalla soddisfazione. Voltandosi di
qua e di l, si prendeva sul serio le strette di mano e i mirallegri per aver tagliato il nodo gordiano della serata.
Gastone Della Bruna, tu sei un grand'impostore! scapp fuori improvvisamente il promotore del brindisi, il quale dalla sua clamorosissima risata in poi, non aveva pi aperto bocca.
Come sarebbe a dire? chiese Gastone, meravigliato di quest'apostrofe.
S; un grand'impostore! ribatt l'altro.
Misuriamo i termini...
Gastone, che aveva un tantino alzato il gomito, si sent punto dall'insolenza: s'accese in viso, sgran gli occhi, serr convulsivamente i pugni, fece un movimento d'alzarsi in piedi... poi borbott fra i denti:
Ebbene... sar un impostore!
Gastone, in fatto di coraggio, divideva le opinioni e le teorie della lepre.
Volete sapere dov' Lady Clara? continu il promotore del brindisi, dopo un poco di pausa, guardate al numero 10, parterre.
I convitati si diressero al punto indicato. Lady Clara era l, sfavillante di tutta la sua bellezza.
Il povero Gastone, fulminato da questo strano incidente (perocch era verissimo quanto aveva raccontato circa alla sua avventura colla bella americana) cadde in una stupida taciturnit, prendendo, senza avvedersene, la posa tradizionale di Don Bartolo, nel gran finale del Barbier di Siviglia (15).
Il suo qui-pro-quo aveva eccitato un vivo baccano.
I frizzi, i motteggi e gli epigrammi gli rimbalzavano sul capo, come una passata di gragnuola.
Per ultimo colpo di grazia, i commensali decretarono all'unanimit, che Gastone Della Bruna, per l'avvenire, non bisognava supporlo capace di aver capito, neppure quando avesse offerto le prove d'aver capito di fatto.
Intanto il Cavaliere di Santa-Fiora faceva di tutto per dividere anch'esso l'ilarit dei suoi amici; ma il domin dall'ncora bianca gli stava fisso nella mente, come una visione funesta, come un sogno di cattivo augurio.
Gli uomini che s'impensieriscono facilmente e si mettono di mal umore per la pi piccola cosa che avvenga loro di strano e d'inesplicabile, accennano sempre o una gran povert di spirito o una coscienza non troppo tranquilla.
Se il Cavaliere patisse dell'uno o dell'altro male,  ci che nessuno dei convitati si occup in quel momento d'investigare.
Ma dunque, torn a insistere il Cavaliere di Santa-Fiora, chi sar mai questo misterioso domin?
Sar qualche vergine tradita che ti viene a funestare le gioje del convito, disse sorridendo uno dei commensali.
Oppure qualche vergognosa del Camposanto che non avr il coraggio di farvi una dichiarazione a viso scoperto, soggiunse, con una moina ineffabile di civetteria, la moglie del Segretario (16).
Oppure qualche filosofo affamato, che cercava una formula per essere invitato a cena, osserv ridendo il promotore del brindisi.
Nel tempo che la brigata s'intratteneva a scherzare su questo proposito, tre o quattro foglietti stampati vennero a cadere sulla tavola, fra le stoviglie e i bicchieri.
Sorpresi da questo fatto, i commensali spinsero la testa fuori del palco e, voltandosi in su, videro una pioggia di pezzetti di carta, che dondolandosi per l'aria, andavano a posarsi, parte nei palchi e parte nella platea, a seconda della corrente che li portava.
Cosa sono questi areoliti? domand scherzando il Cavaliere di Santa-Fiora (17).
Ho capito! disse Gastone, sollevandosi ad un tratto dal suo profondo abbattimento. Saranno i coristi della Pergola, che avranno stampato qualche sonetto per chiedere la mancia agli abbuonati.
No: sono proclami clandestini, disse il promotore del brindisi, che aveva raccolto sulla tavola uno di questi foglietti.
Proclami clandestini? grid Gastone: e alzandosi spaventato, si affacci al parapetto del palco, misurando con un'occhiata la distanza che passava fra lui e la platea.
Ti vorresti forse buttar di sotto? gli chiese sogghignando il Cavaliere, e al tempo stesso lo afferr per una falda del vestito. Calmati, amico mio: i proclami clandestini non mordono: non hanno denti.
Proferendo queste parole con un sorriso sardonico, il Cavaliere di Santa-Fiora attorcigliava lentamente il foglietto che aveva in mano, ostentando un'aria svogliata e non curante, come se avesse avuto fra le dita il conto del sarto o del calzolajo.
Leggete, leggete Conte, gridarono le donne, rivolgendosi al promotore del brindisi.
Cosa volete leggere?  facile immaginarsi quello che ci sar scritto. Questi pezzetti di carta, stampati alla macchia, sono suppergi come i salmi dell'uffizio: finiscono tutti in gloria-patri.
 Amerigo ha ragione, disse il Cavaliere di Santa-Fiora. Questo non  il momento di leggere: ora dobbiamo pensare a bere e a far baldoria. Chi ne ha voglia, legger a casa.
Poi, quasi volesse distogliere l'attenzione dei suoi compagni da questo incidente, grid con voce stentorea:
Giovanni, portatemi del Madera.
Pronunziate appena queste parole, si ud una voce di fondo al palco, che disse con l'accento di una collera mal repressa:
Portategli del vino di Rimini, al Cavaliere di Santa-Fiora!
Tutti si voltarono.
Il Cavaliere di Santa-Fiora dette uno scossone nervoso, come se l'avessero toccato con un ferro rovente.
Ritto, sulla porta del palco, tentennava la testa in atto minaccioso, un domin di seta turchina, avente un'ncora bianca sulla spalla sinistra.
...
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Capitolo 2.
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Due uccelli di rapina (18)
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Il palco del Cavaliere, come abbiamo detto, era il numero 1 second'ordine (19). Nel palco numero 2 si venne a sapere semplicemente che Santa-Fiora era stato insultato da un domin.
Nel palco numero 4 fu raccontato che una maschera aveva insultato gravemente il Cavaliere di Santa-Fiora.
Nel palco numero 6 un giovine diceva a diverse signore:
Sapete il fatto? Santa-Fiora ha ricevuto uno schiaffo da una maschera.
Possibile! e il motivo?
Pare, per affari di gonnella.
Nel palco numero 10 l'avventura era in questi termini:
Insomma il povero Santa-Fiora si  trovato a un brutto giuoco!
Cosa gli  accaduto?
Una maschera gli ha dato una bastonata sul capo! Cos mi hanno detto.
Senza provocazione?
Si suppone per antichi rancori politici. Nel palco numero 15 l'accaduto si raccontava cos:
Che fatto orribile!
Cio?
Si dice che Santa-Fiora abbia avuto una stilettata da una maschera... Nel palco numero 20, una signora domandava ad un giovine che entrava tutto ansante:
 vero che Santa-Fiora  stato stilettato da una maschera?
Purtroppo! me l'ha detto un tale che  amico d'un amico del medico che  stato chiamato a fasciar la ferita.
Nel palco numero 22 si domandava se la ferita che aveva riportata il Cavaliere di Santa-Fiora fosse mortale.
I medici dicono di no.
Avete parlato col medico?
No; ma ho parlato con un tale, che si trovava nel palco di Santa-Fiora quando il fatto  accaduto.
Allorch la notizia giunse al terz'ordine, la ferita del Cavaliere, divent grave, poi gravissima, poi mortale.
Sapete la brutta nuova? si diceva in un palco di quart'ordine. Il Cavaliere di Santa-Fiora  stato ammazzato sul veglione.
Cosa mai raccontate?
Me l'ha detto un tale che l'ha veduto spirare. Due colpi di stiletto, e l!
In un palco pi avanti, riferivano che Santa-Fiora era stato freddato con tre stilettate, e che il Conte Calami, per difenderlo, aveva ricevuto una ferita nel braccio destro.
Nei palchi di quint'ordine si diceva che il Cavaliere di Santa-Fiora era stato ammazzato, che il Conte Calami aveva ricevuto una ferita mortale nel basso ventre, e che il Segretario Gastone si trovava in pericolo di vita per una bastonata che lo aveva colto nel capo.
Per buona sorte, il teatro della Pergola non ha che cinque ordini di palchi soltanto: se ne avesse avuto ancora un sesto o un settimo, tutti i commensali del Cavaliere di Santa-Fiora avrebbero corso rischio di sentirsi ammazzare, l'un dopo l'altro, dalle chiacchiere delle persone bene informate.
 facile immaginarsi, dietro questo falso allarme, la folla dei curiosi che ingombrava tutto il corridojo del second'ordine, e lo schiamazzo che si faceva per conoscere la verit.
Il Cavaliere di Santa-Fiora, ritto in mezzo alla gente, s'ingegnava, agitando il fazzoletto in aria e urlando con quanta ne aveva in gola, di persuadere i vicini e i lontani, che non pensava n punto n poco a farsi ammazzare, e che tutto lo scandalo si riduceva alla burla innocentissima di uno spiritoso domin!
Il Cavaliere di Santa-Fiora era l'anfitrione della cena.
Uomo sulla cinquantina suonata, ma di temperamento forte e robusto, presentava ancora tutte le apparenze gagliarde d'un Ercole in decadenza.
La sua faccia ordinariamente colorita e in proporzioni pi grandi del vero, la nessuna finezza dei lineamenti, e l'intemperanza d'un abdomine che stava rinserrato nel gilet, come dentro ad una camiciola di forza, lo avrebbero fatto
credere a prima giunta o qualche Fattor di monache, travestito, o qualche negoziante d'olio, in abito d'andare a udienza (20).
Se non che il modo grazioso di sorridere, la parola facile e sonora, il garbo disinvolto nello infilarsi un pajo di guanti, e pi che altro, la piccolezza delle mani e dei piedi, segno caratteristico, al quale  dato riconoscere se una creatura fu impastata di terra fine, o di terra ordinaria, compensavano largamente il Cavaliere della poca nobilit della sua fisonoma, e gli accordavano il diritto di mescolarsi, senza rossore, nelle file della buona societ e di farsi inscrivere sui registri dei gentiluomini puro-sangue, dei nostri tempi.
Seduto in mezzo a due donne, aveva alla destra la vispa consorte del Segretario Gastone, alla sinistra, la Contessa Emilia Floriani.
Era costei un tipo strano e bizzarro che, considerandolo attentamente, offeriva tutti i caratteri dell'uccello di rapina.
Grande e svelta la persona: la guardatura insolente e grifagna: gli zigomi sporgenti: il naso aquilino: le labbra d'un carminio fiammante: la mano nervosa e sottile: le movenze sgraziate e impetuose, come un'improvvisa levata di libeccio.
La Contessa Emilia pretendeva allo spirito-forte. Cavalcava come un'amazzone, si pettinava come una bajadera, rideva come una baccante, fumava come un tedesco, beveva come un inglese, sparlava come un fiorentino e bestemmiava come un livornese (21).
Gli stornelli pi sboccati della pubblica strada, le canzoni pi lascive dei ridotti parigini, e gli aneddoti pi scamiciati della storia antica e moderna, costituivano tutta la sapienza e tutto lo spirito di questa lionessa di moda (22).
Eppure, a dispetto di siffatti nei, la Contessa Emilia piaceva, e forse piaceva per la stessa ragione, per cui ai palati ottusi e corrotti, piacciono le bevande spiritose, le salse piccanti, gli aromi acutissimi, il pepe cubebe.
Divisa dal marito fino dai primi giorni della luna di miele, conduceva un'esistenza balzana, eccentrica, dissipata, mettendo dell'amor proprio a far parlar di s, in qualunque modo si fosse, e centuplicando il piccolo appuntamento mensile, coi favori del Lansquenet e del Faraone.
Seduta al suo fianco aveva una cara giovanetta, tutto il rovescio della medaglia: fisonoma quieta, simpatica, intelligente, che balzata in mezzo a quell'orgia carnevalesca, rammentava la favola della tortora capitata al pranzo dei falchi e delle civette. Si chiamava Glicera.
La meno corteggiata delle quattro signore intervenute alla cena di Santa-Fiora, era una donnetta sulla trentina, n brutta, n bella; di un fare flemmatico, ma grazioso: d'un volger d'occhi lento e sagace; d'una fisonoma impassibile e fredda.
Alcune rughe quasi impercettibili segnate sulla fronte e le labbra avvizzite e d'un colore sbiadito rivelavano un metodo di vita non troppo regolare.
Passava costei per essere l'amica intima e la lancia spezzata della Contessa Floriani, in tutte le imprese di qualche importanza.
Dominava la brigata il Conte Amerigo Calami, bel giovine sul tramonto, il quale, in tutti i luoghi dove presentavasi, era solito imporsi agli altri non tanto per la statura vantaggiosa e per la magnifica voce di basso profondo, quanto per la disinvoltura e il sangue freddo con cui sapeva chiedere in prestito dai cento ai mille franchi, al primo disgraziato che gli capitasse davanti.
Due altri commensali completavano la tavola di Santa-Fiora: uno di questi, il Marchese Stanislao Teodori, fanciullone di vent'anni, bolso come un cavallo da carrettone, aveva assediato tutta la sera la simpatica Glicera con mille propositi che sarebbero stati inverecondi sulle labbra di un Lovelace ubriaco (23).
Durante lo scompiglio, i commensali si erano sbandati chi da una parte, chi dall'altra.
Il primo a svignarsela era stato Gastone. Costui, appena sparita la maschera, non sapeva pi in che mondo si fosse. L'affare dei proclami clandestini, caduti nel palco, l'apparizione misteriosa del domin, quella parola Rimini, gettata in mezzo alla tavola come un insulto politico, gli avevano ficcato addosso i brividi della febbre terzana.
Il povero Segretario credeva in buona fede di essersi compromesso fino alla gola in un delitto di crimenlese!
Gi, gi coll'occhio interno della paura (che non si tura) vedeva la grinta dei suoi superiori, il decreto di destituzione dall'impiego, la faccia del Commissario di Polizia, il processo a porte chiuse, le carceri del Bargello, il Maschio di Volterra... e lontana lontana, la cresta bruna e merlata dello Spielberg.
Esperiment tutti i mezzi possibili per divagarsi e prendere il fare dell'uomo disinvolto.
Si prov a ridere, ma non ci fu verso: si port il bicchiere alla bocca,
ma non pot bere: tent di formulare qualche barzelletta... ma non disse che poche parole sdrucite e senza senso-comune.
Finalmente in un palco di faccia scopr, per un caso fortunatissimo, il Segretario della Presidenza del Buongoverno.
A quella vista, Gastone si sent salvo. Prese il suo cappello, e voltosi al Cavaliere di Santa-Fiora, gli disse:
Pensi tu a ricondurre l'Isolina a casa?..!
Vai pure, ci penso io, rispose il Cavaliere.
Dopo cinque secondi, Gastone entrava nel palco del Segretario di Polizia. I suoi polmoni si slargarono, la pulsazione divenne meno violenta, le labbra ripresero il sorriso della coscienza tranquilla.
Gastone si credeva purificato! Fra i commensali del Cavaliere di Santa-Fiora abbiamo dimenticato di notare un giovinetto fornito della prima lanugine, il quale, durante la cena, non aveva mai preso la parola, limitandosi soltanto a far da coro negli evviva e nei pezzi d'insieme della serata.
Si chiamava Zeffirino! (24).
Aveva una di quelle facce lisce e tirate a pulimento, che, a prima giunta, lasciano irresoluto il problema del sesso. Il suo sorriso stereotipato a fior di labbra, la bocca eternamente semiaperta, come un accento circonflesso, e la nessuna espressione d'un pajo d'occhi verdolini-chiari, gli davano un'aria infantile e quasi cretina: se non che di tanto in tanto, un certo modo di guardare alla sfuggita, e una certa attitudine equivoca di stare ad ascoltare, facendo finta di non intendere, rivelavano in esso un fondo non comune di nequizia e di furberia.
Il quella fisonomia, c'era un po' di limbo e un po' di galera.
Zeffirino, non parendo suo fatto, aveva raccolti tutti i foglietti caduti sulla tavola, e con bella disinvoltura se l'era nascosti nella tasca del vestito.
Quando poi sopravvenne il para-piglia, profitt del disordine che si faceva nel palco, e carpito un cucchiajo d'argento, si dilegu fra la folla.
Intanto verso le due dopo mezzanotte il Conte Amerigo Calami e la Contessa Floriani scendevano insieme le scale del teatro.
Alla porta li attendeva un legno di vettura.
A casa Floriani, disse il Conte sporgendo il capo fuori della carrozza, e richiudendo immediatamente il vetro dello sportello.
La carrozza part.
Dopo pochi istanti di silenzio, la Contessa volgendosi al giovine Conte che pareva assorto in profonde meditazioni, gli disse con aria d'intelligenza:
E cos, l'amico non  ancora tornato?
Pare di no!
Se fosse tornato, scommetto cento contr'uno che a quest'ora sarebbe gi venuto a trovarmi.
Lo credo anch'io... quantunque quindici giorni di lontananza sarebbero pi che sufficienti per raffreddare il bollore d'una mezza passione.
Non  cos facile: io lo conosco a fondo, e so cosa mi dico, quando dico che lo tengo per i capelli.
Bada, riprese il Conte, accendendo una spagnoletta, che non ti debba accadere come a quel fanciullo che si trastullava con un merlo vivo (25).
Cosa gli accadde? domand la Contessa con un sorrisetto maligno.
Te lo dir io, soggiunse il Conte sbadigliando. Un fanciullo credeva di potersi trastullare a tutto suo comodo con un povero merlo, perch lo teneva stretto per le ali. Ma il merlo, nojato finalmente di quelle prolisse carezze, dette una scossa improvvisa e se ne and per i fatti suoi, lasciando la mano del ragazzo piena soltanto di penne.
Che mi lasci le penne! disse ridendo sfrontatamente la Contessa
e poi se ne voli pur lontano le cento miglia! Chi lo trattiene?
Quindi accostandosi all'orecchio del Conte, domand sottovoce e quasi
scherzando:
Ma queste penne le ha?
Non le ha, ma le aspetta.
Male, soggiunse la Contessa scrollando il capo,  la solita storia di tutti questi vagabondi che vengono qua con mille franchi nel portafoglio, e che a furia di ciarle e di debiti si vorrebbero far credere nepoti di Rothschild o bastardi di Montecristo. Ne ho conosciuti diversi (26).
Ma il tuo martire, da tre mesi che  a Firenze, non pu avere speso meno di un sessantamila franchi.
Sessantamila franchi! una gran somma davvero! un patrimonio!
riprese con tuono ironico la Contessa. Eppoi? Se te lo dico: questi ragazzi son come i fuochi del Bengala: brillano qualche minuto, e dopo non ci resta di loro che il fumo e l'odore di bruciaticcio (27).
No, cara mia, non bisogna esagerare: la casa Miloro e C. di Nuova-Yorck  sempre una casa rispettabile, e pu senza scomodo continuare a pagare i debiti e le scapataggini di questo degenere rampollo.
Sessantamila franchi!mormor la Contessa, ritornando astrattamente un passo indietro. Non son molti: ma son qualcosa! vorrei un po' sapere come ha fatto a spenderli in Firenze. Ha giuocato forse?
Mai.
Anche con me ha ripetuto le cento volte che sente un'antipatia mortale per le carte.
Antipatia? odio, devi dire: odio insormontabile...
S? ripet sorridendo la Contessa, eppure, quanto vuoi scommettere, che prima o poi, lo conduco, al tavolino.
Non lo credo cos facile.
Eccoti la mia mano! Vai pur l, che ne ho convertiti alla fede dei pi duri di lui!
Sarebbe un bel fatto, osserv il Conte, e ti dir di pi che ci vedo tutta la stoffa per ricavarne un ottimo giuocatore: avventato, piccoso, facile a riscaldarsi... insomma  un ragazzo da fargli perdere anche i bottoni della camicia. Come mai finora non l'hai tentato? sono due mesi che ti fa la corte...
 verissimo, sono due mesi che mi fa la corte: ma ancora non era a tiro! In certe cose, lo sai meglio di me, bisogna andare a colpo sicuro. Lascia che gli mandino di Nuova-Yorck le penne... e vedrai.
Appena che le penne arriveranno, te lo sapr dire.
Con sicurezza?
Figurati! sono amico intrinseco del suo banchiere.
Sta bene cos: a suo tempo poi ti informer della commedia che ho preparato: commedia di effetto sicuro.
Intendiamoci bene, soggiunse il Conte, abbassando la voce, quasi pauroso che l'aria stessa lo potesse sentire. Non bisogna tirare alla pelle: facciamo come dice il proverbio.
Cio?
Bisogna pelare la quaglia con un po' d'umanit (28).
Tutta l'umanit consiste nel non farla stridere, disse la Contessa, i di cui occhi brillavano sinistramente come quelli di un gatto salvatico.
Poi, quasi la pungesse un rimorso, ritorn a dire:
Sessantamila franchi! ma come li ha spesi?
Il conto  lesto: fra gli amici politici e le donne.
Ehi signorino! ribatt la Contessa pigliando l'aria della persona
offesa, non facciamo equivoci: io, per conto mio, posso giurare che non gli costo uno spillo.
Hai fatto male.
Lo so.
Una nube impercettibile di dispetto travers la fronte della Contessa.
Poi continu:
Eppure, le cattive lingue chi lo sa quanto avranno sbraitato; non  vero?
Il Conte non rispose.
 sempre cos! seguit la Contessa, mordendosi dalla bizza il labbro inferiore. A cosa giova l'essere onesti, quando la calunnia non vi rispetta?
Il Conte Calami si pass una mano sui baffi, quasi per nascondere un impertinente sorriso, che gli spuntava involontariamente sulle labbra.
Hai avuto le voci, e non le noci. Quindi soggiunse: Ma sei ancora in tempo a vendicarti (29).
E mi vendicher!., ti giuro, che mi vendicher!
Dopo pochi minuti di silenzio, la Contessa riprese tutto ad un tratto:
A proposito: ci sarebbe un altro da mettere nella partita.
Chi? domand il Conte.
Quello scapato di Stanislao.
Misericordia! Se ha pi debiti d'una lepre! L'ho veduto venire al tavolino con venti paoli in tasca, e puntarli a mezzo paolo per volta.
Facciamolo giuocare sulla parola?
Sulla parola? disse sorridendo il Conte. Povera ingenua! sarebbe la stessa cosa che guadagnare del vento. Rammentati che i latini hanno detto santamente: verba volant.
Alla peggio che possa andare, Stanislao pagher a babbo morto (30).
Credilo a me, non conviene: devi sapere che questi figliuoli di famiglia hanno disgraziatamente dei babbi eterni. Il vecchio Marchese Teodori, per dirtene una, con quella faccia di cartapecora tarlata,  capace di campare quanto Matusalem (31).
In questo mentre la vettura si ferm.
Siamo arrivati cos presto? domand la Contessa.
I cristalli del legno erano appannati dai fiati dell'interno.
Nella strada una nebbia fitta e pungente impediva di distinguere gli oggetti a due passi di distanza.
Cos' stato? chiese il Conte, mettendo il capo fuori dello sportello.
 impossibile andare avanti, rispose il cocchiere, non vede che pigia-pigia!
 forse accaduto qualche disgrazia?
Se non sbaglio, si picchiano! e il cocchiere, ritto a cassetta, tentava di ficcare gli occhi attraverso alla nebbia.
Il Conte smont di legno, e tutto tappato nel suo paletot, si cacci fra la folla (32).
Quasi di faccia al caff Witali, in Mercatonuovo, accadeva uno strano combattimento. Tre famigli della polizia avevano arrestato una maschera, e facevano inauditi sforzi per condurla al Bargello (33).
A malgrado la sproporzione delle parti belligeranti, la maschera si schermiva con un coraggio che somigliava alla disperazione.
Accasciata per terra, non parlava, non urlava, non si raccomandava; ma ruggendo di tanto in tanto, come una tigre ferita, si dibatteva velocissimamente colle mani e coi piedi e si avventava coi denti alle grinfie che la tenevano stretta.
I curiosi, che facevano cerchio all'intorno, si precipitavano l'uno addosso all'altro, stupidi spettatori di questa lotta accanita.
Il Conte, smanioso anch'esso di vedere pi davvicino i gladiatori, a furia di spinte e di gomiti si spinse molto avanti, e finalmente gli parve di riconoscere nella maschera il misterioso domin dall'ncora bianca.
Cani! lasciatelo andare, grid una voce di mezzo alla folla.
I birri si voltarono, facendo un atto minaccioso.
A quella mossa, i curiosi indietreggiarono con tanta veemenza, che alcuni urtati e fracassati caddero per terra, mentre gli altri scappando a gambe, si fermarono a cinquanta passi di distanza.
Il Conte rimase fermo al suo posto.
Animo, vieni via colle buone! disse uno dei tre famigli al domin, lasciandoli andare una ginocchiata nel mezzo alle spalle.
Il torace della maschera rintron come un tamburo percosso.
Vuoi venirtene vivo o morto? gli domand un altro famiglio, afferrandolo per la gola.
Morto! mugol orribilmente fra i denti la maschera: e con un novello furore, si dette daccapo a lavorare di mani e di piedi, e a dibattersi per la terra, come un serpente schiacciato a mezzo vita.
Il Conte restava maravigliato di vedere in una sola persona riunito tanto coraggio, tanta agilit, tanta forza di muscoli, tanta disperazione!
Finalmente la lotta andava a mano a mano a cessare.
Il domin, rifinito di forze, tentava i supremi conati. Aveva il respiro affannoso, e le mani tutte bagnate di sangue (34).
I famigli, profittando di questa prostrazione, lo afferrano per le braccia e per la vita, e gli tolgono ogni mezzo a ulteriore difesa.
Gi la folla si apre per lasciar passare l'arrestato, quando ecco si vedono giungere, saltando e cantando, otto o dieci domin, tutti di un medesimo colore scuro, i quali, rompendo screanzatamente la calca, si spingono avanti coll'impeto d'uno squadrone di cavalleria.
I sopravvenuti cominciano fra loro un bisbiglio, un sussurro di parole a mezza voce, un ammiccarsi cogl'occhi.
All'alba! grida uno dei domin arrivati d'allora.
All'alba! risponde rialzando la testa gagliardamente l'arrestato, che mezzo morto si disponeva a farsi condurre al Bargello.
A questa parola, siccome a un segnale convenuto, i domin si prendono tutti per la mano e ballando e saltando e cantando a piena gola
Marbruck and alla guerra Miroton, Miroton, Miroton (35),
formano un cerchio, nel mezzo al quale rinserrano i tre famigli e la loro preda.
Allora comincia una ridda infernale, un vortice, un paleo da cavar di cervello (36).
Il cerchio a mano a mano si ristringe; i famigli si trovano chiusi, aggrediti, soffocati.
I domin si acciuffano rabbiosamente coi birri e tentano di liberare il loro confratello arrestato.
Bestemmie, imprecazioni e colpi da ambe le parti.
Dai! dai! urlano i ragazzi, confusi fra la folla (la quale, sia detto in parentesi, si teneva sempre a una rispettosa distanza, fuori del tiro della bastonata).
Date sulla testa! grida una voce nasale.
Fuori della testa  fallo, ripiglia un terzo.
I curiosi accompagnano le barzellette con risate insolenti, tirandosi al tempo stesso, per prudenza, quattro passi pi indietro.
I birri, sopraffatti dal numero, si danno a cacciare dei fischi acutissimi per chiamare in soccorso.
Le maschere, onde ricuoprire i fischi, ripigliano a cantare in coro:
Marbruck and alla guerra Miroton, Miroton, Miroton.
In questo frattempo, uno dei tre birri, quello che mostrava pi accanimento, e che avendo afferrato il domin a mezza vita, spingevalo innanzi a furia di pugni e di ginocchiate nelle schiene, sente arrivarsi all'improvviso un colpo formidabile sul capo.
Gli occhi gli si velano; le gambe gli si piegano sotto e stramazza per terra.
Il lurido cappello di feltro, non reggendo alla violenza del colpo, si era diviso in due parti.
E uno! gridano i ragazzi.
Ben dosato! soggiungono altri sghignazzando.
I due famigli, che ancora si difendono disperatamente, alla vista del loro compagno percosso e gettato per terra, sentono mancarsi d'appoggio, ma non si arrendono per vinti.
Anzi, uno di essi afferra per un braccio il povero domin estenuato di forze, e, dandoli una stratta furibonda, cerca di tirarlo fuori della folla.
La mano del famiglio  serrata e forte come una tanaglia: il suo braccio  teso come una spranga di ferro.
All'urto improvviso e violento, il braccio dell'arrestato crocchi in modo doloroso, come se glielo avessero slogato dalla spalla.
In questo orribile tira-tira, un colpo poderoso di bastone viene a cadere sul bicipite del famiglio.
Lo sciagurato caccia un urlo feroce e fuori di s per il dolore acutissimo, sfonda la folla, fuggendosene via e sorreggendosi colla mano sinistra il braccio destro, che gli penzolava inerte, come un pezzo di carne morta.
La folla si apr precipitosamente per lasciargli libera l'uscita.
Passi: abbuonato! gridano i ragazzi; e le risate si fanno sempre pi clamorose e insolenti.
L'ultimo dei tre birri, vedutosi solo, e disperando oramai di poter far fronte agli assalitori, riunisce tutta la sua forza, e afferrando il domin per la vita, lo getta tutto d'un pezzo per terra, masticando fra i denti:
Almeno, brutto serpente, ti voglio vedere il grugno!
E nel dir ci, gli si avventa addosso e tenta strappargli la maschera di carta-pesta.
Il domin, quantunque senza fiato, si porta ambedue le mani al viso e preferisce di farsi lacerare la carne dalle unghie del famiglio, anzich permettere che la maschera gli venga tolta.
Inferocito da quest'ultima resistenza, il famiglio lascia andare un pugno sonoro sul capo dell'arrestato, e profittando del primo sbalordimento, gli scuopre violentemente la faccia.
La folla, per un movimento istantaneo, si precipita sopra i due combattenti, curiosa di vedere in viso l'eroico domin.
Il famiglio, anch'esso, si piega per raffigurarne i lineamenti e per impararli a memoria, quando ecco che un uovo pieno di cenere lo viene a percuotere in mezzo alla fronte, e lo rende cieco l sul momento.
Invano tenta aprir gli occhi, ch tale  lo spasimo e il bruciore, che appena semiaperti,  forzato a richiuderli velocemente.
In questo mentre, i domin rialzano il loro compagno da terra, e mettendolo in mezzo, lo portano via ballando e saltando, come se nulla fosse stato, e cantando alla viv'aria
Marbruck and alla guerra, Miroton, Miroton, Miroton.
Giunti al principio del Ponte Vecchio, chi prese i Lungarni, chi volt da via degli Archibusieri. Due soltanto salirono il ponte, e arrivati a mezzo, si levarono il domin e lo gettarono nel fiume.
Uno di essi, il pi piccolo di statura, scioltosi una ciarpa di lana che teneva legata alla vita, se l'avvoltol al capo a mo' di berretto. L'altro seguit a camminare a testa scoperta, come avrebbe potuto fare in una bella serata d'estate.
Dopo pochi minuti, l'ordine e la quiete regnavano in Mercato Nuovo.
I curiosi che avevano assistito allo spettacolo, temendo di essere citati in testimonio, o di trovarsi compromessi nella rissa, se la svignarono chiotti chiotti, abbandonando in bala di s stesso il famiglio che a tastoni e rasentando il muro si dirigeva verso la piazza del Granduca.
Ad ogni passo che faceva, era una bestemmia e un urlo di spasimo.
Senti il filunguello cieco come canta, dicevano i ragazzi, ultimi sempre a lasciare il terreno dei combattimenti e dei para-piglia (37).
L'altro birro, quello che aveva ricevuto il colpo sulla testa, appena riavutosi un poco, se l'era prudentemente battuta.
Il Conte Calami, rientrato in legno, raccont alla Contessa Emilia tutta la scena a cui si era trovato presente.
A proposito: cosa hai tu capito, domand la Contessa, in quelle parole che il domin ha dette a Santa-Fiora?
Non ci ho capito nulla di chiaro, soggiunse il Conte, ma sempre pi mi persuado che il Cavaliere debba essere un cattivo arnese... un ex-inquilino di qualche stabilimento penitenziario.
Bella scoperta davvero! e dire che vi  una societ che tollera in santa pace questi fior-di-virt!
Cara mia, ci significa che la societ fiorentina  in gran decadenza. Il Conte accompagn queste parole con l'accento drammatico della parodia: quindi voltandosi a secco verso la Contessa, e fissandola maliziosamente in viso, soggiunse: E noi, per i primi, non frequentiamo forse tutto l'anno la tavola del Cavaliere?
Convieni che ci fa torto!
Non ti dico di no: dall'altro canto, siamo giusti: la cantina e il cuoco di Santa-Fiora non si trovano dappertutto.
Non  una buona scusa!
Animo via; a che servono questi scrupoli? continu il Conte sullo stesso tuono d'ironia maligna, Ognuno, in questo mondo, non  forse figlio delle proprie azioni?
Certamente!
Le nostre reputazioni non sono forse al coperto da qualunque attacco?
Voglio sperarlo !
Quando hai la coscienza tranquilla, perch vuoi tu occuparti delle ciarle del mondo?
La Contessa, invece di rispondere, si volt improvvisamente.
I lampioni della vettura gettavano uno sbattimento di luce sulla faccia dei due interlocutori.
Vi fu un momento di silenzio e di strana pantomima.
Il Conte e la Contessa si guardarono attentamente l'un l'altro, quasi volessero interrogarsi a vicenda. A poco a poco sulle loro labbra cominci a manifestarsi una crispazione d'ilarit (38).
Finalmente dettero entrambi in una grandissima risata, concludendo in coro:
Siamo pure la gran canaglia!
Pochi minuti dopo, la vettura si ferm. Il Conte accompagn la Contessa Emilia fin dentro al cancello del suo palazzo, e, prendendola per la mano, le disse:
Siamo intesi! domani ti sapr dire se  tornato.
E se gli sono arrivate le penne! aggiunse sorridendo la Contessa.
I due uccelli di rapina si lasciarono, scambiandosi un'occhiata d'intelligenza.
...
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...
Capitolo 3.
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Il Cavaliere di Santa-Fiora.
...
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...
Sono le undici della mattina.
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L'orologio della sala, dopo avere accennato le ore, attacc una melodia fantastica dove s'intrecciavano i motivi pi sentimentali e le frasi pi soavi e amorose di Donizzetti e di Bellini. A quella musica, siccome a un segno di convenzione, il Cavalier di Santa-Fiora si svegli dal suo profondissimo sonno. Immemore di quanto gli fosse accaduto la sera avanti sul veglione della Pergola e assorto in un dolce sentimento di volutt indefinita, appena aperti gli occhi, cominci con l'abbandonarsi alle delizie della pandiculazione (39).
In questa valle di fiaccona e di dormiveglia perpetua, non c' cosa che valga tanto a riattivare le facolt locomotrici dell'uomo, dopo un lungo e saporito riposo, quanto quel molle e nervoso stiramento delle quattro principali ramificazioni che ci furono date per quest'uso e per molti altri dalla provvidissima Provvidenza (40).
Chi era il Cavalier di Santa-Fiora? Ecco una domanda senza risposta, ecco un quesito senza soluzione, ecco una matassa senza bandolo.
Piovuto un bel giorno sull'Arno, come un pallone per improvvisa deficenza di gaz e di spirito combustibile, il Cavalier di Santa-Fiora si trov circondato nei primi momenti da una leggerissima nube di diffidenza.
Non volendo o non sapendo giustificare n il suo titolo di Cavaliere, n il modo col quale manteneva la sua brillante e splendida esistenza, cominci con l'incontrare in alcuni una riservatezza ridicolissima, la quale tanto pi gli riusciva molesta e nauseante, in quanto che la vedeva affatto estranea alle abitudini del paese e non derivante da integrit o delicatezza d'animi, ma tutta posticcia, tutta ostentata, tutta artificiale, tutta recitata a commedia.
Fornito di un tatto finissimo, e, in mancanza di altri studi, versatissimo nell'arte del Diavolo, nell'arte, cio, di studiare il debole degli uomini per farli desistere dalla parodia di eroi e di spiriti-forti, che di tanto in tanto si fanno lecito di rappresentare, il Cavalier di Santa-Fiora dette una occhiata maestra all'intorno, e s'accorse in un attimo qual si fosse la fibra sensibile che bisognava solleticare a questi degeneri discendenti di Farinata e di Pier Capponi (41).
Se Achille, se il terribile Achille, quantunque nutrito col midollo dell'ossa di Leone, aveva esso pure il suo tallone vulnerabile, immaginatevi se non vogliono averlo i fiorentini del secolo decimonono, i quali, per quanto io sappia, sono tutt'altro che Achilli (42), e non hanno potuto giammai sormontare una certa ripugnanza a cibarsi col midollo dell'ossa di Leone!
Il clima quasi meridionale, la festivit del paese, il sorriso del bel cielo, il brio della popolazione, il continuo flusso e riflusso dei forestieri, la grazia procace delle donne, la mitezza dei superiori e l'amenit delle circostanti colline di Montughi, Fiesole e Bellosguardo, seminate di ville eleganti e di ubertosi oliveti, rendevano la citt di Firenze agli occhi del Cavalier di Santa-Fiora, un piccolo Eden incantato, dove la vita non poteva a meno di scorrere tutta latte e miele, come i ruscelli della vecchia mitologia.
Si trattava pertanto di piantarvi un domicilio stabile e duraturo; e per conseguenza principalissimo pensiero doveva esser quello di farsi accettare non soltanto come conoscente e cittadino, ma come amico e membro della cos detta buona-societ.
Appoggiandosi alla storia di tutti i tempi e di tutti i paesi, il Cavaliere di Santa-Fiora si era dovuto convincere sopra una lunghissima serie di esperienze e di fatti, che i buoni pranzi e le buone cene finiscono sempre, o prima o poi, col domare anche gli stomachi pi saldi a qualunque tentazione.
Esa, diceva esso nei suoi monologhi, accompagnando la riflessione con un sorrisetto di cinica compiacenza, Esa, stando alle pagine della Bibbia, vend la sua primogenitura per un piatto di lenticchie; e ci credo! (43). E perch dunque non potr io costringere gli uomini dei miei tempi a vendermi le loro velleit e i loro pregiudizi per un prosciutto di Vestfalia o per un pasticcio di Strasburgo! (44).
Mi si potr opporre, quindi continuava, dopo qualche momento di pausa, che gli uomini moderni non sono confrontabili con l'affamato e peloso Esa: ma voglio sperare, vivaddio! che neppure le seduzioni del prosciutto di Vestfalia e del pasticcio di Strasburgo vorranno
mettersi al paragone con le attrattive di una miserabile zuppa biblica, alla pur e di lenticchie!
Oltre a ci, il Cavaliere di Santa-Fiora riponeva molta fidanza nella sua ricca collezione di vini: ed in qualunque caso di ostinata resistenza ci contava sopra per decidere le sorti della battaglia, come Napoleone avrebbe potuto contare su i battaglioni della vecchia guardia.
Oramai  provato che lo Sciampagna e il Bordeaux (per tacere degli altri vini minori) sono due validi propagandisti, due tribuni eloquenti, due ciceruacchi capaci di formarsi un partito dalla sera alla mattina (45). Coll'appoggio e il concorso efficace di questi emissari si mettono in rivoluzione le societ pi fortemente costituite, si debellano le convinzioni pi salde, i pregiudizi pi accaniti, le antipatie pi radicate.
Un oscuro vagabondo che si faccia precedere dal Sillery frapp o dal Lafitte, prima qualit, arriva con sicurezza di calcolo a tirarsi dietro un numero maggiore di proseliti e di seguaci, di quello che non facesse Pritchard, quando mettendo il piede per la prima volta nei vergini stati della regina Pomar, tent la propaganda civilizzatrice per mezzo dell'alfabeto e dei calzoni all'europea! (46).
O uomo! o animale molto ragionato e poco ragionevole, gridava da solo a solo il Cavaliere,  ella forse poco ammirabile agli occhi del sapiente e del filosofo quella tua docilit di pensiero, quella tua elasticit di coscienza, quella tua flessibilit di groppone, di cui provvidamente ti ha fornito Madrenatura, perch i Dulcamari della specie umana ti debbono regalare di loro motuproprio, uno stomaco di bronzo, un carattere di diamante, una spina dorsale di ferro fuso? (47). Non mi citate gli uomini inventati da Plutarco e le loro pallide contraffazioni! (48). E quando mai i fenomeni e le anomalie hanno fatto la razza? E se nell'immensa e vario-colorata famiglia degli asini ve ne ha qualcuno dal pelame rigato, sar egli lecito per questo di spacciarlo e farlo credere una Zebra?
Ecco suppergi l'opinione che aveva il Cavaliere di Santa-Fiora, circa la virt e i meriti del suo prossimo, e a norma di siffatti principii, egli era solito barcamenarsi nelle diverse emergenze della vita.
Risoluto adesso di conquistarsi, bajonetta in canna, il diritto di cittadinanza nella societ fiorentina, cominci col raccogliere d'intorno a s quattro o cinque mangiatori di professione, e messe in movimento la tattica dei pranzi e delle cene.
Regola generale, un uomo qualunque che conosca l'arte di solleticare il palato dei suoi contemporanei in un modo pi raffinato e squisito di quel che non facciano gli altri, acquista necessariamente una supremazia nella pubblica opinione, che sarebbe folla volergli contrastare.
I pranzi del Cavaliere di Santa-Fiora furono buccinati, strombettati e propagati ai quattro venti. La sua tavola fece testo.
Le sue salse erano citate dai nostri Luculli in, 18 per far pompa d'erudizione culinaria, con quella fatuit ridicola, con cui i piccoli coltivatori di qualche vaso di dittamo o di nipitella citano ad ogni parola le variet pi rare del regno botanico, coll'intendimento di farsi prendere per tanti De-Candolle, o per tanti Linnei (49).
Quando i Cavalieri del dente volevano fare un complemento grazioso all'anfitrione di qualche pranzo o di qualche cena, solevano dirgli: questo piatto non si mangia che da voi e dal Cavaliere di Santa-Fiora; un Reno, come il vostro, non si beve in tutto Firenze, che dal Cavaliere: un gelato di questa perfezione non si trova neppure da Santa-Fiora.
Per siffatto modo, in pochissimo tempo, il nome del Cavaliere si diffuse e si rese celebre e popolare nelle regioni della cittadinanza e dell'aristocrazia.
Quando Santa-Fiora appariva in teatro o nelle pubbliche passeggiate, se qualcuno ne pronunziava il nome, le signore che ancora non lo conoscevano neppure di vista domandavano con interesse: dov'? e gli puntavano i canocchiali addosso, e lo sbirciavano e lo squadravano per ogni verso, come se si fosse trattato di un Mastodonte vivo o d'un'Idra delle mille teste, legata a catena (50).
Oh! le strade che conducono alla gloria e alla celebrit sono mille! beati coloro che sanno scegliere la meno scoscesa!
Nei piccoli centri, come la citt di Firenze, la quale, torniamo a ripeterlo, non  una citt, ma piuttosto una gran casa, dove l'uno  pigionale dell'altro, e dove tutti si conoscono di vista o di saluto, bastano quattro o cinque relazioni per potersi mettere in contatto, volendo, con il rimanente del paese (51).
Tanto accadde al Cavaliere di Santa-Fiora, il quale, iniziato appena all'intimit di poche famiglie e di pochi individui, si trov, quasi senza avvedersene, circondato da un nuvolo di cortesi inviti e di insistenti premure.
La sua casa in pochi giorni era divenuta il ritrovo ed il quartier generale di tutta la giovent elegante e disoccupata. L si rideva, si mormorava, si stappavano bottiglie, si compilava la cronaca scandolosa del giorno avanti, si pubblicavano i dispacci telegrafici della mattina, si parlava di cavalli, si giuocava, si tirava di scherma, e si fumava il Serraglio e la Taccha (52).
Il Cavaliere di Santa-Fiora non era mai solo.
Quando gli amici e i conoscenti lo incontravano nei luoghi pubblici, riponevano una certa vanit nel chiamarlo per nome, nel salutarlo a voce alta, nel fermarlo, nello stringergli la mano, facendo di tutto per esser veduti e notati.
Sul piazzale delle Cascine, le signore del gran mondo, le lionesse, le donne che pretendevano a donne di spirito, lo cercavano con gli occhi, gl'indirizzavano i loro amabili sorrisi e spesso gli facevano cenno di accostarsi alle loro carrozze.
I Phaeton, le Berline, le Caleches, i Droski avevano sempre un posto per il Cavaliere di Santa-Fiora (53).
Eppure, ad onta di tutto questo favore, non tacevano gli scrupoli dei delicati, le bizze degli invidiosi, le mormorazioni dei fannulloni, e di tanto in tanto tornava a galla il primitivo quesito sull'origine del Cavaliere e sulla misteriosa sorgente delle sue larghe finanze.
I Fiorentini sono impastati a questo modo: nella loro natura si riscontrano due elementi che a prima vista sembrerebbe si dovessero escludere l'uno con l'altro, mentre all'opposto vanno uniti e di conserva e costituiscono, se ben si considera, uno dei punti pi bizzarri e originali del carattere della popolazione (54).
Questi elementi sono:
Una facilit eccessiva e quasi colpevole (che i forestieri chiamano cortesia) nello stringere la mano e nell'ammettere all'intimit delle famiglie qualunque vagabondo esotico che venga in paese, purch si presenti colla scorza di un soprabito decente e con una parlata non toscana, e, nel medesimo tempo, un pizzicore, una curiosit puerile, molesta, irrequieta, nell'investigare i fatti altrui e nel sindacare la genealogia e il portamonete di coloro che menano una vita brillante, senza aprire una voragine di debiti e senza chiedere un soldo ad alcuno.
I curiosi sono come i cavalli da corsa: una volta infrenati,  impossibile tenerli alle mosse (55).
Gli amici pi intimi e pi vecchi del Cavaliere furono interrogati e messi a tortura pi volte, perch raccontassero quel che ne sapevano, ma costoro, per tutta risposta, non poterono far altro che ristringersi nelle spalle, concludendo che il Cavaliere di Santa-Fiora era il gastronomo pi intelligente e l'enologo pi erudito dei nostri giorni.
Allora non mancarono gli zelanti, i curiosi di buona volont che scrissero appositamente al paese di Santa-Fiora per informazione. Da Santa-Fiora fu risposto che in tutta la provincia non era giammai esistito n individuo n famiglia di questo nome.
Si sfogliarono Dizionari e Carte Geografiche, onde vedere se per caso vi fossero altri paesi di Santa-Fiora sul vecchio e sul nuovo Continente; si consultarono i Blasonisti e i manuali di Genealogie antiche e moderne, e si giunse perfino a decomporre il nome di Santa-Fiora, nel dubbio che fosse un anagramma, per conoscere quali appellativi e quali combinazioni scappassero fuori.
Ma ogni ricerca fu vana.
Non restava che un ultimo tentativo; quello di ricorrere alla Polizia. S'impiegarono buoni uffici ed efficaci relazioni, ma la polizia (chi lo crederebbe?) dovette rispondere a mezza voce che essa pure viveva allo scuro su questo articolo, e che il Cavaliere di Santa-Fiora dimorava in Toscana non gi in virt di una carta regolare di soggiorno o di un atto di naturalizzazione, ma bens sulla rispettabile garanzia di un ministro di potenza amica.
Quando alcuni imprudenti, abusando della reciproca confidenza di una vecchia amicizia, interrogavano il Cavaliere stesso in persona, sulla sua patria e sulle condizioni della sua famiglia, egli era solito rispondere scherzando:
Io sono come il Gennaro della Borgia: non ho patria n parenti! ... (56). Il Cavaliere chiudeva sempre questa barzelletta, canterellando qualcuno dei motivi pi popolari della bell'opera di Donizzetti.
Anche il Segretario Gastone il quale, come sapete, aveva l'abitudine di capir tutto, ogni qual volta si trattava del Cavalier di Santa-Fiora e della sua splendida esistenza, derogava francamente dai suoi diritti d'indovinatore, protestando con tutta ingenuit di non averci capito mai nulla.
Il quartiere che abitava il Cavaliere era piccolo, ma comodo e grazioso; la mobilia, i parati e gl'infiniti oggetti di lusso e
di galanteria prfusi dovunque, rivelavano a colpo d'occhio le tendenze sibaritiche e sensuali dell'agiato inquilino.
La camera da letto ti dava l'immagine di un piccolo tempio profano, consacrato alla volutt e ai molli piaceri della vita.
Le pareti del suo gabinetto damascate di un drappo amaranto-cupo, brulicavano di piccoli quadri di mille forme e mille grandezze, tutti chiusi in eleganti cornici dorate, e rappresentanti, coi colori pi vivi e pi seducenti, i principali episodi erotici della storia antica e moderna.
La Mitologia vi era accoppiata con la Bibbia, ed il Medio-Evo faceva uno strano contrasto trovandosi accanto agli Aneddoti scandalosi dei tempi della Reggenza.
Non appena il Cavaliere ebbe saltato il letto, che Giovanni entr in camera per annunziargli il Marchese Teodori.
Appunto pensava a lui, disse Santa-Fiora: e infilatasi una ricca veste da camera, si distese sopra una poltrona dinanzi al camminetto.
Il Marchese Stanislao entr.
E cos? gli chiese il Cavaliere guardandolo in viso, quasi per indovinare la risposta.
Navighiamo col vento in poppa, soggiunse l'altro, gettando il cappello sopra una tavola, e avviandosi verso una cantoniera dove era collocata in mostra una scatola di sigari cazzadores (57).
Tanto meglio: sentiamo i rapporti, riprese subito Santa-Fiora, accavallando una gamba sull'altra e dandosi una lunga fregatina di mani, in segno di compiacenza (58).
La ragazza  onesta! soggiunse il Marchesino, onesta di fondo, ma...
Si comincia male.
Adagio!
Onesta? Pare impossibile con quella zia...
Cosa c'ha che fare la zia colla nipote? la Floriani ... quel che , mentre la Glicera la ritengo per una buona figliola.
Allora non se ne parli pi. Gi me l'aspettava, continu Santa-Fiora imbizzito, tutte le donne, con me, doventano oneste...
Meno furia; se mi dai tempo di parlare, sentirai che il caso non  poi disperato.
Santa-Fiora, uomo di primo impeto e insofferente di qualunque
indugio, si pose a passeggiare in su e in gi per la camera, fischiettando e facendo delle spallucciate.
Intanto possiamo per contare sull'Olimpia, seguit l'altro. L'Olimpia  una gran donna: eppoi si  detto tutto, quando si  detto che la Contessa Emilia l'ha scelta per sua direttrice spirituale e temporale.
Ebbene?
Ebbene, l'Olimpia, sapendola pigliare,  nostra.
Pigliamola dunque, grid il Cavaliere con tuono risoluto.
Pigliamola! si fa presto a dirlo. Parliamoci schietti: ti senti disposto a buttar via qualche migliaio di franchi?
Il Cavaliere non rispose: and allo scrigno, e tirati fuori alcuni fogli di banca, li consegn al Marchesino:
Eccoti un'anticipazione per le prime spese: in fondo faremo i conti.
Stanislao si abbotton il paletot per andarsene: il Cavaliere, nel dargli
la mano, gli disse piano all'orecchio:
Quello che sopratutto mi preme,  la segretezza: neppure l'aria lo deve sapere.
S'intende bene, riprese l'altro, non ci sono interessato quanto te e pi di te? non c'anderebbe forse della mia riputazione?  vero che fra due amici non ci si bada; son piaceri reciproci... Ma scommetto per che le linguaccie non la farebbero pi finita...
Eppoi, guai se arrivasse a saperne qualcosa la moglie di Gastone: quella  un diavolo in carne e in ossa: sarebbe capace di mettere sottosopra mezzo Firenze.
Non sono un pupillo! concluse Stanislao: e data una stretta di mano al Cavaliere, usc (59).
Il Cavaliere torn a sdrajarsi nella poltrona.
Il suo pensiero era rivolto a Glicera.
Questa giovine e simpatica provinciale, che per una colpevole correntezza dei suoi parenti era stata mandata a Firenze presso la Contessa Floriani sua zia, col pretesto di trovarsi ci che nel gergo matrimoniale suol chiamarsi una bella occasione, gli sembrava una conquista assai facile e gli rammentava molto davvicino, per la sua disgraziata posizione, qualcuna di quelle bellissime Giorgiane che egli, molti anni indietro, aveva incontrato sui pubblici mercati di Costantinopoli, esposte alla cupidigia del maggiore e migliore offerente.
 una colomba, diceva il Cavaliere pensando a Glicera, che prima o poi deve trovare il suo falco.
Avvezzo nelle sue intraprese a prendere la strada pi corta, ne tenne parola a Stanislao e lo incaric (come si usa fra buoni amici!) di esplorare la piazza e di riferire.
Mentre Santa-Fiora stava calcolando fra s le probabilit che aveva in favore, la bussola della sua camera si apr violentemente, e Gastone Della Bruna comparve sulla soglia, col fiato grosso e coll'aria affannata d'un ajutante di campo che porti al suo Generale la dolorosa notizia d'un reggimento tagliato fuori!
Cosa  stato? qualche disgrazia? chiese il Cavaliere.
Altro che disgrazia! c' l'Isolina che ha un diavolo per capello.
Come mai?
Cosa vuoi che ti dica? quella giuccherella si  messa in capo che il domin d'jeri sera, fosse una donna.
E quand'anche fosse stata una donna? disse il Cavaliere, facendo l'ingenuo.
 precisamente quello che le ho detto io: e quand'anche fosse stata una donna? Ma sai l'Isolina come  fatta! una buonissima figliola; uno zucchero, una pasta: ma guai se piglia un dirizzone! guai (60).
In questo caso per mi pare che abbia torto.
Tortissimo!
F di persuaderla.
 fiato buttato via: la si rivolta come un basilisco.
Non capisco, disse il Cavaliere, quasi imbrogliato di trovarsi in questa comica situazione.
Ho capito io! riprese Gastone.
Il Cavaliere si volt: guard in faccia il suo interlocutore; quindi colla massima indifferenza gli chiese:
Cio?
Cio? basta, non lo voglio dire: ti metteresti a ridere.
Sentiamo: lo voglio sapere.
Sai cosa credo?
Cosa credi?
Che l'Isolina sia gelosa di te. Ah! ah! ah! Questa poi sarebbe bellissima. E Gastone dette in una gran risata.
Ah! ah! ah! bellissima davvero... disse il Cavaliere, ridendo anch'esso della risata di Gastone.
Povero Cavaliere! perseguitato dalla gelosia delle mogli degli altri. Ah! ah! ah!
Ah! ah! ah! ecco un soggetto da farne una farsa.
La situazione  nuova! ah! ah! ah!
Animo, animo, soggiunse il Cavaliere abbassando gli occhi, come persona imbarazzata. Caro Gastone, stamattina sei in vena a celiare.
Se tu la conoscessi bene quella matta! l' capace di questo e d'altro: beninteso, (continu il Segretario cambiando tuono, e assumendo tutta la seriet possibile), beninteso che la fa queste cose senza cattivo fine. Eh! diavolo! non c' pericolo!
Il Cavaliere si alz e si pose a girandolare per la camera, come se cercasse qualchecosa, di cui avesse bisogno.
Dunque? chiese Gastone.
Dunque? ripet il Cavaliere.
Se ti resta un po' di tempo, fammi il piacere di andare a trovarla... e persuadila: altrimenti non ho il coraggio di tornare a casa.
Santa-Fiora pieg il capo e il resto della persona, in atto di sommissione rassegnata, come per dire: se cos vuoi, cos sia.
Che perla d'amico! pens il Segretario, dentro di s: e prese il cappello per andarsene. Ma poi, quasi lo pungesse un'innocente curiosit, torn verso il Cavaliere, per domandargli in tutta confidenza:
Ehi! si pu sapere a quattr'occhi chi fosse veramente il domin di jeri sera?
Parola di Cavaliere: non lo so neppur io!
Animo via: ho capito tutto: vuoi fare l'abbottonato! con me!
Se lo sapessi, te lo direi! io non amo i misteri...
Ehi! torn a insistere il Segretario, con un risolino malizioso. Quel domin era maschio o femmina?
M'auguro che fosse femmina.
E, a farlo apposta, tutti lo hanno battezzato per maschio.
Tutti? cio? riprese il Cavaliere, turbandosi leggermente, E cosa dicono?
Dicono! veramente c' da dir poco: piuttosto tirano a indovinare.
Ebbene? domand il Cavaliere, non potendo pi dissimulare
il vivissimo interesse, che gli scappava fuori dagli occhi, dalle labbra e da tutta la fisonomia, atteggiata a punto interrogativo.
I pi suppongono che si tratti d'una rappresaglia politica.
Politica? ripet Santa-Fiora, sforzandosi di ridere, eccone un'altra delle belle! davvero che quei signori mi fanno troppo onore. Non avrei mai creduto con un fisico di questo diametro (e il Cavaliere dette un'occhiata alla rotondit della sua pancia) di procurarmi la nomea di cospiratore e d'uomo politico.
Ma, soggiunse il Segretario, con quell'oscillanza di chi teme di compromettersi per dir troppo, si tratterebbe di cose rancide... vecchiumi... reminiscenze del...
Prima di finire il periodo, Gastone si volt intorno, e dette un'occhiata sospettosa a tutta la camera, come fanno gli attori in commedia, quando hanno da rivelare altrui qualche segreto di grande importanza: quindi, avvicinatosi all'orecchio del Cavaliere, gli sussurr sottovoce:
Sarebbero... reminiscenze del ventuno!
Il Segretario pronunzi la parola ventuno, con tanta velocit, che pareva cosa che gli scottasse la bocca.
Bellissima questa! bellissima davvero! ora, ora comincio a divertirmi, grid il Cavaliere, il quale, a farlo apposta, cominciava a non divertirsi punto.
Il colloquio fu interrotto da Giovanni che venne a consegnare nelle mani del suo padrone una lettera in forma di plico.
Il Cavaliere, dopo aver letto la sopraccarta, si ferm a considerare il sigillo dove si vedevano effigiati uno stile e una pistola, incrociati insieme, con intorno il motto Ora e sempre! (61).
Chi ha portato questa lettera? domand bruscamente Santa-Fiora, facendosi nero, come un temporale.
Un giovinotto, rispose il cameriere.
Dov'? diteli che passi.
Se n' andato subito.
Perch l'avete lasciato partire?
Santa-Fiora si rigir la lettera due o tre volte per le mani; ora si fissava sul carattere della sopraccarta; ora tornava a guardare il sigillo. Finalmente si decise ad aprirla: lesse cogli occhi poche parole: quindi, richiudendo il foglio e alzandosi in piedi, mastic fra i denti:
Eccomi qua:  una partita che salderemo!
Gastone, che per il solito capiva poco e male a proposito, in quel momento cap benissimo. S'accorse che per aria v'era della burrasca e senza aspettare che accadesse peggio, usc pian piano di camera, brontolando tra s:
Ho capito! E affar di cambiali!
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Un giorno d'udienza.
...
.
...
Stanislao, appena tornato a casa, si cav di tasca i fogli di banca che aveva ricevuto da Santa-Fiora, e tirata la somma, grid:
Tremila franchi!
Quest'esclamazione di gioja fu accompagnata da una indecente piruetta, che Stanislao esegu sul calcagno destro, con grave discapito della propria dignit. Tant' vero che l'uomo, quand' solo, non  mai un eroe (62).
Stanislao era il tipo del vero scapato.
Giuocatore, donnajolo, dissipatore, aveva aperto, fin dal momento che era uscito di collegio, una spaventosa voragine di debiti, e, novello Orazio Coclite, vi si era gettato dentro con un coraggio quasi romano (63).
Il padre, il vecchio Marchese Teodori gran quattrinajo, ma uomo tirato e chiuso come una pina verde (64), trovandosi tutte le ore del giorno rintronate le orecchie dalle minacce dei creditori, dai reclami degli strozzini e dai rimproveri delle persone oneste, dovette finalmente risolversi a pagare le multiformi passivit dello scioperato figliuolo.
Saldati i conti, chiam Stanislao nella sua camera e senza perdersi a fargli una lunga perorazione, lo cacci dalla casa paterna, come si farebbe d'un groom che avesse mancato ai regolamenti disciplinari del basso servizio (65).
E come se questo fosse poco, il vecchio Teodori fece correre la voce che egli diseredava il figlio, e che intendeva prendere una terza moglie, a dispetto della sua et settuagenaria.
Un vecchio signore, a 70 anni,  quasi sempre sicuro d'avere della prole! Vorrei un po' che i fisiologisti e gli uomini della scienza mi sapessero render conto di questo curiosissimo fatto.
Il giovine Stanislao, per siffatto modo, si trov improvvisamente ridotto al verde, perocch le poche centinaja di lire al mese, che l'inflessibile genitore gli passava a titolo di sussidio caritatevole, gli bastavano appena per i sigari e per i guanti.
Ma la miseria molte volte  piena d'ingegno.
Difatti Stanislao, nei primi giorni che ebbe l'ostracismo dalla casa paterna, cominci a stillarsi il cervello per trovare il modo di fare il Signore senza quattrini! (66).
Ella  questa un'arte tutta nuova e recentissima: i Greci non la conobbero neppur di vista: eppoi menano tanto rumore per avere inventato la tragedia!
Stanislao, prima che si divulgasse per il paese la notizia dell'infortunio, dal quale era stato colpito, fece una visita a tutte quelle persone caritatevoli conosciute sotto il vezzeggiativo di Strozzini, e dispostissimo a subire il martirio di S. Bartolommeo, gli riusc di mettere insieme un ventimila franchi di moneta effettiva.
Pochi giorni dopo comparve sul piazzale delle Cascine con un magnifico tiro-a-quattro!
Il tiro-a-quattro a poco a poco si assottigli e si convert in un tiro-a-due, il tiro-a-due si metamorfos anche esso, e divent un cavallo inglese da sella, finalmente anche il cavallo inglese da sella disparve e si trasform in un modestissimo fiacre a nolo (67).
Questa  la storia della scuderia del Marchesino Teodori... e di molte altre scuderie.
Intanto i creditori cominciavano a farsi vivi, e scappavano fuori da tutte le parti bofonchiando, come uno sciame di pecchie (68).
Allora per il giovine Marchese ebbe principio il glorioso periodo delle cabale, degli strattagemmi, dei trovati ingegnosi e delle piccole commediole.
Si trattava di studiare il mezzo di non pagare i debiti vecchi e di farne dei nuovi.
Per non pagare i debiti vecchi, Stanislao si rifece dal meditare seriamente sull'indole propria e speciale del Creditore.
Sfuggire il creditore, diceva Stanislao,  la stessa cosa che urtarlo, provocarlo, metterlo al punto di diventare feroce, come una jena.
Il creditore vuol essere corteggiato: egli ha questa debolezza comune colle donne.
In seguito di siffatta teoria, stabil di tenere udienza regolarmente due volte il mese, e a furia di paroline, di promesse e d'imbrogli, gli riusciva sempre di rimandare i pagamenti alle calende greche.
Il primo giorno di Quaresima era giorno d'udienza.
Stanislao lo sapeva benissimo; per cui, quando torn a casa, ebbe l'avvertenza d'entrare dalla porta di dietro.
Il salotto era pieno di persone, che aspettavano tranquillamente che il signor Marchese si degnasse d'ammetterle alla sua presenza.
Venditori, manifattori, artigiani, sensali, usurai si trovavano tutti raccolti insieme nella medesima stanza, ed ammazzavano il tempo, trattenendosi a ragionare sopra il tema favorito della giornata; sulle difficolt, cio, di essere pagati, e sulla necessit che il governo (!?) metta finalmente un riparo a questo disordine.
Stanislao suon il campanello.
Come sospinto da una molla invisibile, comparve in camera un ragazzetto di circa vent'anni, vestito di una giacchetta verdona a grossi bottoni di bossolo, e d'un pajo di pantaloni scuri, terminati da due ghette di panno bigio.
Ci son tutti? domand il Marchese.
Tutti, rispose Scampolino (69).
Meglio cos: lasciamoli riposare. Intanto tu, alla gran carriera, scapperai a casa della Sandrina e le consegnerai questo foglio di trecento franchi, dicendole che domani nella giornata, voglio una risposta: hai capito?
Illustrissimo s.
Marche! grid Stanislao, e accompagn l'ordine della partenza con un colpo di frustino che and a ferire a tutta sostanza gli scarni garetti del groom.
Rimasto solo, il giovine Marchese si affacci sulla porta di sala e grid alla turba che aspettava:
Avanti! a chi tocca?
Il primo a presentarsi fu il sarto.
Avete portato il conto? domand Stanislao, passeggiando in su e in gi per la camera e dandosi l'aria dell'uomo in un cattivo quarto di luna.
Eccolo qua! rispose l'altro, presentando un foglio.
Stanislao, senza neppure voltarsi, domand bruscamente:
Ammonta?
A quattromila lire.
Il Marchese non rispose. Si baloccava con un libro che aveva in mano, e pareva distratto a considerarne la rilegatura:
Hai detto? soggiunse quindi con aria sbadata.
Quattromila lire.
Quattromila! credevo a peggio: per ora, mi dispiace, non posso darti che la met.
Faccia lei, continu l'altro, che si era sentito slargare il core dalla consolazione.
Sta bene cos?
Benissimo.
Allora, continu il Marchese con disinvoltura, passerai da me luned a quindici e troverai le duemila lire belle e contate. Addio: prendi da questa parte qua... dalla porta di dietro...
Ma...
Addio, addio: abbi pazienza: non mi fare osservazioni;  mattina-taccia: a luned a quindici. C' altri? disse Stanislao affacciandosi di nuovo sulla porta di sala.
Entr il Calzolajo.
Sei peggio d'una mignatta! (70). gli grid il Marchesino, appena lo vide. Per una miseria di duegento lire sei capace di far quaranta viaggi.
 il bisogno, caro signor Marchese.
Che bisogno e non bisogno, riprese l'altro facendo vista di andare in collera e alzando la voce, che siete calzolaj, vo'altri? andate l: siete ciabattini, gentuccia miserabile che non pu tener morti quattro soldi di credito! (71).
Il calzolajo rimase vivamente mortificato da questa apostrofe improvvisa: si prov a rispondere, ma Stanislao fermandogli le parole in bocca, gli disse:
Se tutti i creditori, fossero come te, ci sarebbe da andare a S. Donnino per arrabbiati! che si burla! non fai nemmeno rifiatare (72).
 un anno!
Ma che anno! ma che anno! Basta non facciamo pi discorsi: quant' il conto?
Dugento lire!
Dugento lire? sta bene: qua il resto! e nel dir cos, gett sul tavolino un foglio di mille franchi.
Il resto! il resto! ho furia, continu il Marchese, gridando e pestando i piedi.
Dove vuole che io abbia il resto? chiese l'altro imbarazzato.
Allora?
Ripasser pi tardi.
Pi tardi? s: far il comodo tuo: questa sarebbe di nuovo conio! Pi tardi non sono in casa.
Ripasser domani.
Insomma, ripassa domani, doman l'altro, fra otto, fra dieci giorni, fra un mese; ripassa quando ti pare, ma che una volta si levi di mezzo questa seccatura: hai capito?
Illustrissimo s.
Quando torni, portami due paja di stivali dell'ultimo modello, e mettili nel conto vecchio.
Come desidera.
Siamo intesi: mettili nel conto vecchio: li voglio pagar subito, perch con te non c' da pigliarsi confidenze.
Abbia pazienza...
Va l, va l: siete troppo poveri:  questo il vostro difetto. E vi fate chiamar Calzolaj? ciabattini, dovete dire, ciabattini.
Il calzolajo se ne and, non sapendo pi n cosa diceva, n dove si metteva i piedi.
Terzo a comparire fu il tappezziere.
Era questi un traccagnotto sulla quarantina, decentemente vestito, ma di modi rotti e plebei.
Aveva una faccia cos malcontenta e accigliata, che pareva dicesse: se stamani non mi paghi, t'aggiusto io.
Il Marchesino s'accorse della mala parata: e andando incontro al creditore e prendendolo per la mano, gli disse:
Oh! amico Pietrone! come mai? ci sei anche tu?  molto che aspetti?
Sono due ore! rispose il tappezziere rimettendosi il cappello in capo, con atto provocante.
Due ore! mi dispiace: se l'avessi saputo... e perch non sei passato? lo sai che per te non c' portiera...
Io non faccio soverchierie a nessuno, io: c'era chi aveva diritto di passare prima di me.
Hai portato il conto?
L'ho portato! riprese l'altro con un laconismo molto significativo.
Meriteresti due tratti di corda, disse Stanislao, posandogli amichevolmente una mano sulla spalla.
Perch?
Perch potevi esser pagato, e non hai voluto. Avevo messo da parte tremila franchi per te, unicamente per te: ma non vedendoti comparire, ho dato un acconto al sarto e al calzolajo.
Il tappezziere, invece di rispondere, cominci a tentennare una gamba e a dare certe occhiate alle figure del soffitto, che non erano punto occhiate da amatore di belle arti...
Oggi a quindici per ci puoi contare, soggiunse subito il Marchesino.
Ci posso contare, eh? riprese l'altro, fra i denti.
Eccoti la mia parola d'onore.
Il tappezziere dette in una risata a freddo.
Di che cosa ridi?
Di che rido? rido della sua parola d'onore.
Amico, questa  forte: se tu fossi uno spadaccino, a quest'ora avresti ricevuto un guanto di sfida, disse Stanislao in tuono scherzoso.
O che crederebbe di farmi paura, lei, con tutta la sua scherma? riprese il tappezziere, stendendo l'indice della mano destra verso la punta del naso del Marchesino.
Alla larga, riprese questi, sempre in tuono di celia, stamani l'amico Pietro non vuole scherzi.
Signor Marchese,  il quinto viaggio! e non sono avvezzo a farmi condurre per il naso.
Hai ragione: ma cos' per te aspettare una quindicina di giorni? se tu fossi un disperato, ti compatirei... ma uno dei primi manifattori di Firenze, un quattrinaio come te, un uomo che ha dei capitali... e molti...
Io? capitali? interruppe il tappezziere, lasciando trapelare un impercettibile risolino di vanit.
Lo so, lo so, continu Stanislao, basta cos, e zitto...
Ma se lei d retta...
Zitto, ti ripeto, fece il Marchesino con un gesto imperativo.
Quindi prendendo sotto il braccio il creditore ammansito, e conducendolo verso l'uscio, gli disse:
So di pi: so che, volendo, potresti far l'elemosina a molti di noi... e zitto!
Ma cosa dice! ripigliava l'altro, che sentiva commuoversi al solletico di queste parole.
E a qualcuno l'elemosina l'hai fatta! seguit il Marchese, aprendo l'uscio e mettendo con bella disinvoltura il creditore fuori della soglia.
Io? l'elemosina? a chi?
Stanislao gli sussurr qualcosa negli orecchi.
Come l'ha saputo? domand l'altro, dissimulando a fatica la sua interna soddisfazione.
Basta cos!
Ma vorrei...
Quattrinai! quattrinai! disse il Marchesino, ci avete messo le mani nei capelli, e bisogna stridere. Siete i nostri padroni.
Padroni? ma lei burla!
Ridi, birbante, eh? hai ragione, e cos dicendo, il Marchese dette una leggera spinta al tappezziere, e tirando la bussola a s, lo chiuse fuori del salotto.
Auf ! fece Stanislao appena fu solo, quanta fatica per addomesticare questa canaglia di creditori. Non c' che dire: sono come i cavalli di Ciniselli: per renderli agevoli ed ubbidienti, ci vuole un po' di zucchero e un po' di frusta.73
Partito il tappezziere, si presentarono uno alla volta:
Il fiaccherajo.
Il tabaccajo.
L'orefice.
Un negoziante di vini forestieri.
Il giovine di M. Bernard.
Il giovine di M. Doney.
Il giovine di Castelmur.
Il giovine del Gastronome.
Il cappellajo.
Il valigiajo.
Il carrozziere ecc. ecc.
Poi vennero i creditori di second'ordine, come:
La cucitora di camice.
La stiratora.
Il guantajo.
Un rivenditore di fosfori in cera.
Lo smacchiatore.
La maschera incaricata dei pastrani e dell'ombrelli, al teatro della Pergola.
Il commesso d'un piccolo Gabinetto di lettura ecc. ecc.
Stanislao sbrig questa gente in meno d'una mezz'ora.
Fu imparziale con tutti: non dette nulla a nessuno! La processione pareva finita, allorquando comparve sulla porta un bel vecchio di sessantanni all'incirca, dalla fisonoma aperta e gioviale e dal portamento dignitoso e sostenuto.
Era grosso della persona, e dai vestiti e dalle maniere sembrava che appartenesse alla sezione dei Capi di bottega.
Oh! Maestro Andrea! disse il Marchesino voltandosi verso la porta, Cercavi di me?
Se ella si contenta, vorrei dirle una parola.
Per carit, lasciamo da parte questo lei: fra noi, vecchi amici politici, non si ammette che il tu. Sei venuto per quell'affare?
Maestro Andrea fece segno di s.
Mi prendi in un cattivo punto, soggiunse il Marchese, gettandosi a sedere. Oggi, come hai veduto,  stata giornataccia: ho dato un ottomila lire d'acconti. Come si fa? son tutti povera gente, che vivono sulle braccia, che hanno famiglia e degli uomini da pagare... Non mi riesce di rimandarli a vuoto. Ho torto?
Anzi.
Tu che sei stato capo di bottega, e passi giustamente per un fior di galantuomo a ventiquattro carati, non mi saprai che lodare.
Certamente...
Eppoi, ti dir: avrei potuto ritenermi un migliajo di lire in cassetta, per un bisogno: ma ho preferito pagar tutti, piuttosto che farmi portar per bocca. Sai che la miseria  ciarlona! Ti dispiace aspettare un'altra ventina di giorni?
C' un caso.
Quale!
Egli  che marito la figliuola.
Come! come! disse Stanislao, facendo finta di prendere interesse a questa notizia, tu hai una figliuola da marito?
Pur troppo.
Bella ragazza, eh? questo s'intende: anche tu devi essere stato un bell'uomo, ai tuoi tempi! Si vede la stoffa. E la sposa si chiama?
Giulia.
Mi piace:  un nome che mi  simpatico... per certe ragioni mie particolari...
Forse qualche amoretto...
-Appunto: amoretto in erba: ancora non ha dato colore, ma lo dar... E il nome dello sposo?
Lo chiamano Braccio-di-ferro (74).
Lo conosco, disse Stanislao, portandosi una mano al mento, in atto di richiamarsene alla memoria la fisonoma, mi par d'averlo veduto...
Anche lui  de' nostri, disse maestro Andrea, con aria d'intelligenza.
Sta bene: allora l'ho veduto a qualche tornata della societ.
Non  difficile...
Mangeremo i confetti! disse il Marchesino alzandosi, se hai bisogno d'un testimonio, non far complimenti; siamo qua. Addio.
Dunque, fra una ventina di giorni...
Avrai le mille lire, che mi prestasti. Fu un bel tratto, quello, caro maestro Andrea: non lo scorder fin che campo.
Tutti avrebbero fatto altrettanto ne' miei piedi.
Non  vero; mio padre, per esempio, avrebbe preferito piuttosto di farmi rinchiudere per sei mesi a Portoferrajo... E sai, l'ordine d'arresto era bell'e staccato (75).
Lo credo!
 vero che per la buona causa si sopportano volontieri anche queste vessazioni: nonostante, quando se ne pu fare a meno,  sempre bene. Cos, con un viaggetto a Genova di quindici giorni, me la cavai pulitamente; te ne ricordi?
Se me ne ricordo! disse maestro Andrea.
Basta: non ci perdiamo in discorsi: acqua passata non macina pi. Addio, e il Marchesino stese la mano al vecchio popolano.
Questi la strinse con tutta sincerit e se ne and dicendo: Dove io posso, contate sopra di me.
In tanto tornava Scampolino con la lingua fuori, come un cane da presa.
La risposta?
Domani l'altro mattina, alle undici precise, la signora Sandrina lo aspetta a casa.
Alle undici?
Illustrissimo s.
Ti ha detto altro?
Mi ha detto che la fortezza  presa...
Ah! Sandrina!grid il Marchesino, con accento eroi-comico, tu sei la prima capacit del paese!
...
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Capitolo 5.
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Eugenia di Santa-Fiora.
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...
Eugenia di Santa-Fiora era pi bella del solito, aveva pianto!
Una bella fanciulla a quindici anni piange cos bene!
Le sue gote, soffuse delle splendide tinte della giovinezza e della salute, dopo una pioggia di lacrime, si fanno pi fresche e pi colorite, come le foglie della camelia, dopo una scossa d'Aprile.
Perch ha pianto? non glielo domandate: forse ella stessa lo ignora e non saprebbe che cosa rispondervi. V'ha un'et nella vita, in cui si piange senza motivo e si ride senza ragione.
Poche settimane addietro questa bella fanciulla era fiera, indomita, piena di vita e di rigoglio.
La natura e il cielo le sorridevano d'intorno coll'ineffabile incanto d'un'eterna primavera, ed ella, in gentil ricambio, sorrideva amorosamente al cielo e alla natura.
Circondata dagli agi di una vita signorile, e ignara dei mali e delle privazioni che toccano in retaggio a tutta la figliolanza d'Adamo, Eugenia di Santa-Fiora si addormentava cantando, come la cingallegra, e si destava all'alba, cantando, come la lodoletta dei campi.
Ardente, irrequieta, instancabile, nemica del riposo e della notte, i primi raggi del sole la trovavano sempre desta, sempre in piedi.
Tanto era il fuoco che le agitava le fibre, tanta era l'abbondanza della vita che sentiva corrersi per entro le vene e nel sangue, che la morte, la stessa morte, le pareva una cosa impossibile, un fantasma inventato apposta per far paura alla gente, come l'Orco e la Versiera (76).
Seduta al suo magnifico pianoforte di Pleyel, ella era solita salutare ogni mattina lo spuntar del sole colla polka la pi sbrigliata, col walzer pi precipitoso o colla galoppe pi indiavolata, che fosse giammai uscita dalla brillante fantasia di Strauss o di Labinski (77).
Eugenia amava la musica, ma la musica allegra, mossa, vivace. I notturni, le melodie, le romanze, le fantasie sentimentali, la mettevano di mal umore e la disturbavano, come la vista d'un abito abbrunato, come l'aspetto d'una stanza umida e senza luce.
Giovine, bella, felice, perch mai avrebbe dovuto amare le cose melanconiche e tristi? Ella viveva del sorriso del cielo, dell'aria aperta dei campi, delle rifulgenti tinte dei fiori, della vita, dell'armonia e del moto di tutte le cose create.
Folleggiante per i viali del suo giardino, coi lunghissimi capelli disciolti per le spalle, cogli occhi pieni di una gioja graziosamente selvaggia, ora correva e saltava, a modo della gazzella per il deserto, ora inseguiva le farfalle dall'ali bellissime e variopinte, ora si soffermava dinanzi alle spalliere dei fiori, aspirando i profluvj imbalsamati dell'aria, colle narici leggermente dilatate e rivolte al vento, come una giovine puledra normanna, quando fiuta i primi tepori della primavera.
Il Cavaliere di Santa-Fiora amava questa sua figlia perdutamente; e quest'amore era l'unico raggio di luce che venisse di tanto in tanto a brillare sopra il fondo di una coscienza oscura e tenebrosa, come l'interno di un sepolcro sigillato.
Non volendo che la figlia fosse testimone o partecipe della mala vita del padre, il Cavaliere aveva collocato Eugenia in una elegante palazzina di due piani, situata di l d'Arno, in vicinanza delle mura della citt.
Il giardino, che era annesso alla casa, veniva coltivato colla pi gran diligenza, e racchiudeva una magnifica collezione di fiori e di piante rare.
Eugenia amava i fiori, e in particolar modo prediligeva quelli dipinti dei colori pi vivi e delle tinte pi svariate e fiammanti.
Nei suoi fanciulleschi passatempi, essa li coltivava, li innaffiava, li custodiva dai freddi e dalle brinate, li sgridava quando erano tardi e restii a sbocciare, li carezzava e diceva loro parole affettuose, e li andava ad uno ad uno interrogando, quasi che quei fiori fossero obbligati a intenderla e a rispondere alle sue domande. Innocente e cara illusione!
Madama Vittorina Demousset era la governante d'Eugenia; donna che alla nobilt del carattere, alla squisita cortesia dei modi e alla finissima e completa educazione, si dava a conoscere per avere appartenuto a qualcuna di quelle illustri famiglie della Francia, che i rivolgimenti politici avevano gettate errabonde e disperse sulla faccia di paesi stranieri.
Il servizio della casa era affidato a due persone di specchiata onest, alla Maddalena e a Pietro.
Quest'ultimo, a tempo avanzato, disimpegnava anche le funzioni di giardiniere: e quantunque di carattere burbero e grossolano, pure si piegava di buon'animo alle mille volubilit della sua giovine padrona.
E Azor? (78).
Ci affrettiamo a riparare questa dimenticanza. Azor si poteva dire il guardiano, la sentinella avanzata della casa.
Era questo un magnifico cane del Monte S. Bernardo; candido come la neve, e grosso poco pi poco meno d'un vitello d'undici mesi.
All'opposto di tutti i cani della sua razza, i quali, in generale, sono buoni e mansueti, Azor aveva un temperamento iroso, selvaggio, feroce.
Guai a chi lo avesse toccato, guai a chi l'avesse guardato di traverso.
Quando Madama Vittorina o le persone di servizio volevano sgridarlo, bisognava che lo prendessero colle buone maniere, altrimenti Azor incominciava a spianare le orecchia, e intuonando un rantulo cupo e minaccioso, faceva vedere il candore e il sinistro sorriso dei suoi fortissimi denti incisivi.
Esso, in tutta la casa, non conosceva che una sola persona che potesse impunemente comandarlo e tenerlo a bacchetta, e questa persona era Eugenia.
Eugenia voleva moltissimo bene al suo Azor: ma ci non impediva n punto n poco, che, occorrendo, non lo strapazzasse senza piet e senza il minimo riguardo del mondo.
E questo cane, questo tristissimo cane, che non sopportava dagli altri neppure una guardata in isbieco, l'avresti veduto rassegnarsi tranquillamente ai capricci e alle bizze (spesse volte poco ragionevoli) della bella fanciulla.
Quando Eugenia lo chiamava per batterlo o per rimproverarlo, Azor ubbidiva come un agnello: e abbassando gli orecchi e dimenando la coda in modo festoso, pigliava in santa pace la grandine dei colpi: non dimenticando di tanto in tanto di dare un'occhiata intelligente e curiosa alla sua padrona, quasi per domandarle se egli avesse ricevuto la sua dose di punizione e se poteva andarsene per i fatti suoi.
Ecco, in poche parole, tutta la famiglia, in mezzo alla quale la
figlia di Santa-Fiora passava spensieratamente i giorni sereni della sua felice esistenza.
Intanto venne un giorno, in cui Madama Vittorina, destandosi, non sent pi la solita voce e i soliti canti di Eugenia.
Stette per qualche tempo in orecchio, ma il pianoforte non preludi che pochi accordi, e si tacque.
Maravigliata di questa nuovit singolare, la governante usc dalla sua camera, ed entrata improvvisamente e in punta di piedi in quella di Eugenia, trov la giovinetta colla fronte appoggiata ai cristalli della finestra, quasi fosse assorta in una profonda contemplazione.
I suoi grandi occhi turchini avevano dismesso la solita fierezza, per prendere un'espressione pi mite e raccolta: la gajezza clamorosa e infantile di qualche settimana addietro si era gradatamente trasformata in un angelico e quieto sorriso, che di tratto in tratto appariva sulle bellissime labbra, quasi per velare un sentimento d'indefinita e vaga melanconia.
Eugenia non era pi quella...
Le sue ariette, le sue canzoni favorite, e i motivi facili e brillanti che ella era solita di cantare tutta la giornata, andavano a poco a poco cessando, e si dileguavano lentamente per l'aria come il morendo d'un'appassionata romanza.
Eugenia continuava a passare le ore intere in compagnia dei suoi fiori, ma non li sgridava pi, non parlava pi con essi, non li tempestava pi di mille curiose e insistenti domande.
Tutto il suo amore, tutta la sua attenzione si era da qualche tempo particolarmente raccolta sopra una gentile ortensia, rimasta sola e quasi dimenticata in un angolo del giardino.
Poverina! ti hanno lasciata sola! ma io non ti abbandono, io! le diceva Eugenia con voce affettuosa: e intanto accarezzava il fiore, come se questi avesse avuto intendimento da comprendere il valore di quelle carezze.
Anche Azor si era fatto irrequieto e silenzioso.
Pareva che il povero animale fosse dolente di vedersi trascurato: pareva quasi che gli rincrescesse di non esser pi battuto e strapazzato dalle piccole mani di Eugenia. Avvezzo ormai da tanto tempo a girare per il giardino con due mazzetti di fiori legati agli orecchi, e con un festone di foglie di lauro sulla testa, a guisa d'un eroe antico insignito della
corona civica, si adattava adesso mal volentieri a rinunziare interamente a questo quotidiano esercizio, cos gradito alla sua amabile padrona.
Quando Madama Vittorina, impensierita di questo strano cambiamento, domandava ad Eugenia perch non scherzasse pi, secondo il suo costume, questa rispondeva con una calma studiata:
Che vuoi: ho ballato tanto, ho saltato tanto, ho cantato tanto, che finalmente mi sono annojata.
In seguito, la governante si prov a spingere pi innanzi le sue interrogazioni. Ella voleva leggere nel cuore della giovinetta e strapparvi il segreto di questa quasi improvvisa melanconia, seppure un segreto esisteva. Ma accortasi poi che alle sue domande, Eugenia visibilmente soffriva, come sotto gli spasimi di una tortura, e gli occhi le si empivano di lacrime, dovette desistere e lasciarla in pace.
Fosse amore?
Ma come? La casa d'Eugenia, si pu dire, che fosse isolata dal resto del vicinato. Le finestre che davano sulla strada non si aprivano mai da un anno all'altro.
Il quartiere abitato dalla governante e dalla fanciulla restava sulla parte interna e corrispondeva in un giardino circondato da un altissimo muro.
Eppoi, Vittorina non era sempre l? e quando mai abbandonava per un solo momento la fanciulla?

Al teatro, ai passeggi, alle feste Eugenia non compariva mai. Ignara di questi divertimenti, non sapeva nemmeno desiderarli.
Intanto la buona e affettuosa governante, non poteva darsene pace.
Ne tenne parola al Cavaliere, ma questi rispose sorridendo:
Non vi faccia meraviglia, le ragazze sono come le giornate di Marzo: ora  nuvolo, ora  sole.
E cos passarono alcuni altri giorni, finch una mattina la governante fece animo risoluto e non reggendo pi alla pena acutissima di vedere la giovanetta in quello stato d'abbattimento, si rec a casa di Santa-Fiora, onde persuaderlo della gravit del fatto.
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Gastone Della Bruna.
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Capitolo 6.
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La finestra del giardino.
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Il Cavaliere di Santa-Fiora, dal momento che gli fu recapitata la lettera dal sigillo con sopra lo stile e la pistola, sent mancarsi le forze, e cadde in un profondo letargo di spirito.
Chiamato a s Giovanni, gli disse che non era in casa per nessuno, che non voleva vedere nessuno.
L'ordine era severissimo e non ammetteva eccezioni.
In nove o dieci giorni di questa penosa clausura, la floridezza di salute del Cavaliere appass, come per malattia: le gote divennero vizze e cascanti, e alcuni capelli bianchi apparvero quasi istantaneamente sulla sua capigliatura conservatasi fino allora d'un morato perfetto.
Ma voi siete stato malato? disse madama Vittorina, fissando attentamente in faccia il Cavaliere.
Malato? rispose questi, dandosi un'occhiata nello specchio, malato no: dite piuttosto incomodato. Ho avuto un'emicrania che mi ha confinato in casa per dieci giorni.
Chi sa: forse gli strapazzi...
Lo credo anch'io: mia buona amica, il male si  che non ci rassegniamo a invecchiare. Quando capita il quarto d'ora, vogliamo scherzare, ballare, correre, straviziare... eppoi? eppoi arriva la quaresima: e la quaresima, sapete bene, che  il purgatorio del Carnevale. Ma non parliamo pi di me: e la mia bella Eugenia?
Doventa melanconica un giorno pi dell'altro.
E il medico cosa dice?
Non mi parlate dei medici in certi casi: credete forse che tutte le malattie si conoscano dal polso?
Il Cavaliere fece una breve pausa; poi riprese:
Dunque... e il motivo di questa tristezza?
Tocca a voi, che siete suo padre, a investigarlo. Venite l e ingegnatevi di farvelo confidare.
Siamo alle solite: voi insistete a credere in una passione segreta, non  vero? domand quasi scherzando Santa-Fiora.
Madama Vittorina non rispose.
Ebbene: domani verr l! disse il Cavaliere alzandosi. Intanto, mia buona amica, state pur di buon'animo, che il malumore d'Eugenia non  cosa da metter pensiero.
Santa-Fiora accompagn la governante fino alla porta di strada, ragionando sempre sullo stesso argomento.
La mattina dopo, all'ora solita della colazione, Eugenia non comparve.
Madama Vittorina la chiam pi volte e nessuno rispose.
Finalmente, dopo averla cercata invano per tutta la casa, and in giardino, e l in fondo al viale, sotto una specie di pergolato, trov la giovinetta, che stava accovacciata per terra, dinanzi alla solitaria ortensia, dinanzi al fiore delle sue simpatie e delle sue intime confidenze.
All'apparizione improvvisa della governante, Eugenia si scosse tutta, e s'alz in piedi quasi impaurita.
Per toglierla di giardino e per distrarla un poco dalla sua tristezza, madama Vittorina le disse:
Vieni, figlia mia: andiamo in sala; i nervi questa mattina mi tormentano pi del solito; sento che un po' di musica mi far del bene.
Eugenia, ubbidiente, si lasci condurre al piano-forte. Sul leggo v'era uno spartito: i Puritani di Bellini (79).
Musica divina! esclam la governante: e aperto il libro a caso, capit nel celebre quartetto: A te o cara.
La fanciulla, dopo aver preludiato a capriccio, attacc l'amoroso motivo.
Che accento! quale espressione! Pareva che l'anima d'Eugenia si trasfondesse tutta in quel canto d'amore.
Le sue pallidissime gote si erano a poco a poco leggermente colorite: i suoi occhi brillavano d'un fuoco celeste: le sue piccole dita scorrevano sulla tastiera, convulse e agitate.
Terminato il quartetto, Eugenia seguit ad accennare ad uno ad uno i motivi pi ispirati e le frasi pi melanconiche e appassionate dello spartito.
Quando giunse alle parole d'Elvira:
O rendetemi la speme O lasciatemi morir
si prov a cantarle a mezza voce. Il seno le palpitava violentemente: la voce divenne tremula, incerta: due lacrime, grosse come due perle, spuntarono sui begli occhi: le mani sbagliarono gli accordi...
Eugenia si arrest improvvisamente, e chiuso lo spartito, si gett al collo della governante, dando in un pianto dirottissimo.
Cos'hai mia povera Eugenia? le domandava tutta impaurita, madama Vittorina.
Nulla... nulla... lasciami piangere... madre mia... rispondeva singhiozzando la giovinetta, e si stringeva convulsivamente al collo della governante.
In questo mentre si ud una vettura fermarsi alla porta di strada.
Eugenia, come se qualcuno l'avesse chiamata, alz il capo e stette in ascolto.
 il padrone! disse Pietro, affacciandosi sulla porta di sala.
Mio padre? replic vivamente Eugenia: e passandosi le mani sui capelli per ravviarli, e asciugandosi il viso tutto bagnato di lacrime, domand sottovoce e con premura alla governante:
Si vede che ho pianto?
No! rispose l'altra, per non farle dispiacere.
Eugenia dette un grosso sospiro, come per riaversi dal suo abbattimento; quindi continu sempre sottovoce:
Bada di non dir nulla a mio padre, di queste mie fanciullaggini... Me ne avrei a male per tutta la vita: me lo prometti?
Vittorina esitava a rispondere.
S, s, me lo prometti, non  vero? ripigliava amorosamente la bella fanciulla; e dato un bacio sulla bocca alla governante, attaccava una polka conosciutissima, che aveva fatto gli onori di tutti i balli pubblici e privati del Carnevale.
Intanto il Cavaliere si presentava sulla porta di sala.
Eugenia si volt, e vedutolo, gli corse incontro saltando e ballando, come era suo costume.
Padre e figlia si abbracciarono con grandissima gioja, come se non si fossero veduti da qualche anno.
Il Cavaliere, dopo essersi intrattenuto per qualche tempo a discorrere di cose pi o meno indifferenti, si volt alla figlia e le domand:
E la tua Niobe? (80).
Non  ancora finita.
Dove l'hai?
Nella mia camera.
Andiamo, voglio vederla.
Il Cavaliere osserv il disegno, lo lod e ne fece mille complimenti alla graziosa disegnatrice.
Quindi, non parendo suo fatto, chiam a s Eugenia e cingendola amichevolmente con un braccio alla vita, cominci a fissarla in viso, come persona che cerchi di sorprendere o d'investigare qualche segreto.
La muta contemplazione di quella bella fisonoma dove la fierezza e l'orgoglio vi erano mirabilmente contemperati da una tinta diffusa di malinconia e di dolore, ebbe la trista virt di richiamare alla mente del Cavaliere una memoria lontana, lontana; ma sempre viva, sempre presente, sempre dolorosa come una spina confitta nel cuore.
Ah! i morti non perdonano! disse brontolando Santa-Fiora; e preso da un indicibile sentimento d'ira, si morse i labbri, fino a farli sanguinare.
Eugenia non aveva notato nulla di questa feroce pantomima.
Per l'avanti, la presenza di suo padre era argomento a lei di strane fanciullaggini, di schiamazzo, di festa. Questa volta dissimulava a stento il suo malumore, e come persona che si vergogna del proprio imbarazzo, cercava divagare gli sguardi sui mille ninnoli che ingombravano la consoli della sua elegante cameretta (81).
Non mi dici nulla? le chiese, dopo qualche minuto di silenzio, il Cavaliere, prendendola graziosamente per il mento.
Non saprei cosa dirti...
Mi sembri un poco abbattuta:  questa la seconda volta che nello spazio di quindici giorni, io vengo da te, e ti ho trovata molto cambiata! Non sei pi quella vispa fanciulla d'una volta, piena di brio e di vita. Perch cos seria? Eh? non avresti per caso l'idea di farti monaca e d'entrare in convento? concluse scherzando il Cavaliere.
Eugenia non rispose: alz il suoi begli occhi turchini, e fissandoli in faccia a suo padre, sorrise mestamente.
Credo di no, continu il Cavaliere, sai bene che io non tengo
molto a vederti Madre-badessa. Via, via: sarebbe davvero un peccato che un bel musino, come il tuo, dovesse andare a nascondersi per sempre fra quattro mura. Cos' dunque questa malinconia?
Non lo so! rispose la giovinetta, la quale tremava come una foglia, vorrei dirtelo... ma non lo so neppur'io. Mi sforzo qualchevolta d'essere allegra... e... sempre non mi riesce. Vorrei ridere e scherzare... e... qualchevolta invece...
Eugenia si port il fazzoletto agli occhi e fu interrotta dal pianto.
Vieni qua, bella mia, ripigliava il Cavaliere, prodigandole mille parole affettuose e mille carezze, vieni qua, non piangere: tu nascondi nel cuore qualche segreto che non mi vuoi confidare...
Vi fu un momento di pausa.
Eugenia aveva rialzato il capo.
Seduta sulle ginocchia di suo padre, ella restava dicontro alla finestra di camera.
Nel tempo che il Cavaliere studiava mentalmente il giro che bisognava dare al discorso, per indurre la figlia a svelargli il segreto motivo della sua tristezza, la fanciulla teneva gli occhi fissi e rivolti verso il giardino.
Ella guardava attentamente e con una specie d'ansia affannosa.
Il padre, sopraffatto dall'idea che lo dominava in quel momento, non s'era accorto della fissazione della figlia.
A poco a poco, la fisonoma d'Eugenia cominci ad animarsi: le gote si colorivano: il sangue scorreva pi veloce nelle vene; un'allegrezza nuova, insolita le brill su tutta la faccia.
Eugenia non batteva palpebra!
In fondo al giardino corrispondeva la parte interna di una casa situata nella strada opposta.
Sulla facciata a tergo di questa casa scorgevasi una finestra, le di cui imposte erano rimaste chiuse ermeticamente per diverse settimane...
Questa finestra si apr ad un tratto. Chi l'aveva aperta? Qual'era la figura che si vedeva affacciata dentro i cristalli?
Il Cavaliere continuava la sua esortazione, allorquando Eugenia lo interruppe, dicendoli:
Ma non vedi, padre mio... che la malinconia in me  una malattia passeggera: un capriccio che va e viene; ora tutto  finito... mi sento meglio!
E nel dir ci, la figlia saltava gi dalle ginocchie di suo padre, e lo abbracciava con quella allegrezza e quella festa, un po' smodata, come era solita di fare per il passato.
Il Cavaliere, lieto di questo cambiamento, la cuopriva di baci.
Che venga a vederti, Madama Vittorina: eppoi mi dica se ho ragione, gridava Santa-Fiora tutto contento. Tu sei la pi cara pazzerella di questo mondo.
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Capitolo 7. (82).
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Un concerto in casa di Lady Clara.
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Per l'andamento regolare di questa storia, pi storica di quel che non paja alla buccia, si rende indispensabile tornare qualche passo indietro (modo strano e curioso d'andare avanti, che dai gamberi, non si sa come,  passato adesso nei romanzieri moderni!) (83).
Verso gli ultimi del mese di Dicembre un grosso legno da guerra americano ancorava nelle acque di Livorno. Era il Washington.
Due giorni dopo l'arrivo, a bordo fu dato una festa da ballo. Un giovine uffziale, che finiva il tempo del suo servizio, prima di separarsi dai camerati, aveva avuto il gentil pensiero di pagare le spese di uno splendido buffet.
La mattina seguente, tutte le persone che erano state a bordo del Washington non facevano altro che parlare dello spirito e delle cortesi maniere di Giovanni Miloro (84).
Congedatosi dai suoi compagni, che lo amavano come un fratello, Miloro venne a terra e cambiata l'uniforme d'ufficiale di marina con un abito da borghese, noleggi in tutta fretta un legno di posta a quattro cavalli, e si diresse alla volta di Firenze.
Esso portava seco molte lettere commendatizie per le principali famiglie della Capitale.
Altre lettere, custodite gelosamente in un portafoglio chiuso a chiave, lo indirizzavano ai capi del Comitato politico stabilito in Toscana (85).
I Banchieri avvezzi a giudicare del forestiere dal punto di vista delle credenziali che lo accompagnano, gli fecero buon viso e lo presentarono agli altri come l'erede della casa bancaria G. G. Miloro e C. di Nuova York.
Bello ed elegante della persona, Miloro sapeva riunire con bell'accordo l'aria un po' fiera e indipendente del cittadino degli Stati Uniti d'America, colla sveltezza, il brio e le grazie del gentiluomo europeo.
Contava appena 22 anni: aveva i capelli biondissimi e increspati: gli occhi cerulei: la fronte alta e spaziosa: la pelle leggermente bronzina: la figura snella e aggraziata.
Due piccoli mustacchi arricciati all'ins, ma senz'ombra di pretensione, gli davano una tinta di scapato e di temerario, che armonizzava mirabilmente col resto della persona.
Parlava la nostra lingua con quella facilit e quell'accento, con cui si parla la lingua nativa: e quantunque, ragazzetto ancora, fosse stato costretto a esulare in compagnia di sua madre, sulla terra ospitale d'America ed avesse vissuto col la miglior parte della sua giovinezza, nonostante serbava ancora tutto il tipo del nostro paese, e riponeva una specie d'orgoglio a darsi a conoscere, fin dalle prime parole, per un pretto e buono italiano.
Una delle case, dove Miloro venne introdotto, dopo pochi giorni che dimorava in Firenze, fu la casa di Lady Clara.
Gli amici lo presentarono in sera di sabato: sera, per l'appunto, in cui ricorreva uno di quei tanti concerti musicali, coi quali la bella americana era solita di tormentare la sua fioritissima conversazione.
Le sale ardevano di lumi. La ricchezza, il lusso e l'eleganza sopraffina delle suppellettili richiamavano alla memoria le splendide novelle delle Mille e Una Notte.
In mezzo a questa atmosfera di luce e di musica, dominava la figura raggiante di Lady Clara, la quale, ogni qualvolta traversava la sala, pareva che raccogliesse intorno alla sua persona tutte le bellezze e le seduzioni ivi riunite, appropriandosele e facendole sue con quella violenza irresistibile, con cui il gran banchiere si assimila i capitali e le sostanze altrui, dovunque egli passi accompagnato dalla prepotenza del suo genio speculativo.
Il concerto si apr con una romanza mugolata sotto voce da una giovinetta inglese, che aveva pagato, in due anni, tremila franchi di lezioni a un celebre maestro italiano, per acquistare il diritto di cantare venti battute di musica, senza l'obbligo d'intuonare, e di andare a tempo (86).
Alla seconda parte della romanza, molti sbadigliavano: moltissimi avevano sbadigliato: il resto si disponeva a sbadigliare.
Ahim! dopo la quintessenza dell'erba cassia, non c' nulla in questo mondo di tanto disgustoso, quanto la buona musica cantata male! (87).
Poi vennero i duetti e i terzetti: finalmente tocc al pianista.
Quest'Attila dei pianoforti (88), che traversava Firenze a volo,
per quindi recarsi a Parigi e a Londra, dove ansiosamente lo attendevano (a detta dei giornali) i concerti del Faubourg Saint-Germain e le serate musicali del Principe di Galles e del Duca di Devonshire, era un importantissimo regalo che Lady Clara intendeva di fare ai suoi nobili convitati.
Si present al piano-forte un giovine pallido e smunto, sigillato dentro un frack di panno nero, le di cui maniche corte e striminzite lasciavano scappar fuori due lunghe mestole angolute e nervose, facenti-funzioni di mani.
Il rivale di Listz (89), dopo essersi passato con tutta flemma un fazzoletto bianco sulla fronte, e dopo aver rasciugato il sudore dalle madide dita, gett una lunghissima occhiata intorno alla sala, quasi cercasse fra la folla la donna dei suoi pensieri, la musa ispiratrice delle sue melodie.
Un profondo silenzio regnava in tutta l'udienza.
Il pezzo ebbe principio con diciotto accordi fulminanti, che andarono dalle note bassissime dello strumento fino all'ultimo tasto degli acuti.
Dopo avere imposto la seriet e l'attenzione per mezzo di questa grandinata di minime e di semiminime, il virtuoso si risolvette alla fine, sebbene con suo visibilissimo rammarico, a posare le mani sui tasti di mezzo del piano-forte.
Allora cominci un adagio lentissimo e stentato, di una misura indecifrabile e resa ancor pi incerta e diseguale, dalle mille rifioriture che vi spargeva sopra l'artista.
Al seguito di questo tema anodino, vennero le variazioni, le quali, come se fossero serpenti a sonagli, cominciarono a svolgere gl'infiniti anelli delle loro interminabili spire.
Il pianista ora agguantava il povero motivo colla mano destra: poi, come fosse un gingillo elastico, lo passava nella sinistra: e cos, palleggiandolo in su e in gi, senza posa e senza respiro, ora lo cacciava proprio in cima agli acuti, quasi fuori della tastiera, ora lo spingeva a ruzzoloni nelle note basse e profondissime dello strumento.
Tutto ad un tratto, il turbino si tacque, e vi fu un momento di sospensione.
Il pianista, durante la pausa, cont col movimento del capo e della persona alcune battute d'aspetto, dandosi quell'aria terribile d'un tiranno da tragedia che dica: Tremate tutti!
Fatto ci, egli riprese furiosamente il suo innocentissimo motivo per
i capelli; gli stacc un braccio, gli tagli una gamba, gli sform la faccia, gli allung la testa, lo ridusse un gomitolo, un ecceomo: poi lo attorcigli, lo stritol e lo sfigur cos stranamente sotto le sue dita feroci, che lo ridusse un seiotto, da un semplice tempo-in-due, come era stato sempre, fino dalla sua nascita e dal suo principio (90).
Gli uditori trasportati dal sacro entusiasmo dell'artista, cominciarono, senza avvedersene, a segnare le battute accelerate della grande stretta con alcuni movimenti insensibili di capo: poi, questi movimenti a poco a poco rinforzarono: finalmente tutti i piedi, tutte le mani, tutte le teste e tutti i ventagli che si trovavano nella sala formarono un grande insieme, battendo e accompagnando simultaneamente il tempo velocissimo e cadenzato, che il pianista aveva saputo imprimere alla sua gran variazione.
Terminato il pezzo, l'ex-ufficiale di marina profitt del delirio universale per dare liberissimo sfogo a un prepotente sbadiglio, che si era provato gi due o tre volte a sforzargli la clausura della bocca.
Intanto furono girati per la sala i rinfreschi.
Descrivere in questo punto l'impeto insolente, col quale i convitati si scagliarono sulle paste, sui bischoff, sul th e su i gelati, sarebbe la stessa cosa che voler costringere il lettore a vedere un quadro gi veduto le mille e mille volte (91).
Oramai  noto, come la voracit umana non conosca n modi, n misura.
I rinfreschi e i buffet sono i due grandi scogli, nei quali viene a frangersi inevitabilmente l'educazione ostentata dei convegni aristocratici, e basta un'ala di cappone, o un bicchiere di sciampagna per compromettere ad un tratto tutta la compostezza di un Marchese o di un Conte, e per ridurre una persona cos detta bene educata, alle proporzioni di uno stalliere, o d'un povero diavolo che da venti quattr'ore non abbia veduto grazia di Dio.
Meno boria! meno impostura! Tutti gli uomini sono uguali dinanzi al feroce appetito.
Poco dopo cominciava il ballo.
Abbiamo dimenticato di notare come, durante il concerto, si fosse venuta a stabilire una specie di corrispondenza telegrafica fra gli sguardi di Miloro e quelli della Contessa Floriani (92).
La Floriani, che di prima sera, a seconda della sua indole e delle sue abitudini, erasi mostrata ciarliera e romorosa, cominci a poco a poco a
farsi taciturna e a prendere un atteggiamento di voluttuoso languore.
Di tanto in tanto alcune occhiate lunghe, espressive e piene di fuoco andavano a ferire il cuore del giovine ex-ufficiale. Questi finalmente, commosso da un sentimento misto di fatuit giovanile e di compiacenza, disse dentro di s:
 mia.
La Contessa, voltandosi con indifferenza dall'altra parte dov'era seduto il Conte Calami, gli sussurr all'orecchio e con un sorriso impercettibile sulle labbra:
 mio!
La Floriani e Miloro ballarono insieme il primo giro di valzer. Nella concitata evoluzione di questa diabolica ridda alemanna, inventata apposta per la dannazione delle anime (come osservano giustamente alcuni piissimi scrittori) Miloro sent infiammarsi le gote dall'alito infuocato dell'infuocata Contessa.
Nel vortice della danza, la sua bocca sfior pi volte la fronte e i capelli della donna, che esso teneva avvinta fra le braccia.
I petti ansanti si comunicarono i palpiti violenti del cuore: i due respiri si incrociarono: gli occhi si saettarono a vicenda: le mani del cavaliere e della dama si strinsero fra loro convulsivamente...
Dopo pochi minuti, la Contessa Emilia abbandon quasi improvvisamente la festa, ella accus di sentirsi male. Questa voce, in un attimo, fece il giro della sala.
Chi attribu la subitanea indisposizione al caldo, chi ai gelati, chi alle variazioni del pianista, e vi fu perfino chi os addebitarne la romanza della giovinetta inglese.
Miloro ascoltava tutto, e non diceva sillaba.
Forse, fra i tanti pensieri che gli mulinavano per la testa, vi fu anche quello di non essere egli affatto estraneo al turbamento della Contessa. Il mammifero bipede  cos prosuntuoso a 22 anni!
Bella commedia! borbott un personaggio strano e fantastico (93), che pareva non avesse mai perduto d'occhio la raffinata pantomima, colla quale la Floriani aveva adescato il giovine ex-ufficiale.
Cos'avete detto? domand Miloro, voltandosi improvvisamente all'accento sardonico di quelle parole.
Io dico, riprese l'altro, che bisogna stare all'erta: io dico che non  male tenersi continuamente le mani sul porta-monete e sulla ripetizione d'oro... specialmente quando si fa la corte per la prima volta ad una donna che non si conosce. Anche le gonnelle hanno i loro borsajoli.
Ci detto, spar fra la folla.
Miloro avrebbe potuto intendere il senso di quelle parole! ma non volle intendere: anzi fece di tutto per convincersi di non avere inteso. E l'uomo  fatto cos! quante volte non ci studiamo di ingannar noi medesimi con quello zelo e con quella buona volont, come se si trattasse, n pi n meno, di mettere in mezzo il nostro prossimo?
Nel tempo che le danze fervevano nella gran sala, Lady Clara spar.
Ella si ritir in un piccolo salottino, dove l'attendeva il giovine Duca D'Ayro.
Ebbene, cosa volete da me? gli chiese la bella Lady.
Il Duca non rispose. Era pallidissimo in viso, e un tremito convulso gl'invadeva tutta la persona.
Per carit, non perdiamo tempo: rammentatevi che la mia assenza potrebbe dare nell'occhio.
Vi dispiace forse?
Non perdiamo tempo, vi ripeto. Cos' che mi volete dire?
Clara, soggiunse il giovine Duca, pigliando la mano dell'americana, la vostra indifferenza mi uccide...
Non avete altro?
Il Duca rimase come fulminato da questo interrogativo. Dopo un momento di pausa, riprese:
Ditemi signora, avete mai amato?
Mai: e voi?
Una volta, Clara! e, dico il vero, fui cos folle da credermi corrisposto.
L'Americana, invece di rispondere, si pose a carezzare la sua
Cocotte, bellissimo pappagallo che dormiva tranquillamente sopra una gabbia d'ottone (94).
Il Duca fece di tutto per reprimere un movimento d'ira indicibile.
Le sue labbra si agitarono convulsivamente per dir qualcosa, ma la parola non usc. Lo sdegno, la passione, l'amor proprio crudelmente offeso, lo soffocavano, lo stringevano alla gola, come una mano armata d'un guanto di ferro, come la coda d'un serpente constrictor.
Finalmente pot articolare:
Eppure, o signora... se la memoria non mi tradisce, voi le
mille volte mi avete ripetuto che il vostro amore per me sarebbe stato eterno.
Vraiment? disse Milady, con grazioso accento anglo-francese: e si volt sorridendo.
Lo avete forse dimenticato?
No, soggiunse l'altra continuando a carezzare il suo pappagallo.
No! io non vi nego qualche volta d'aver giurato e promesso. Ma come  possibile che voi, Raullo, voi uomo di mondo, voi giovine di tanto spirito abbiate creduto seriamente all'eternit dell'amore? (95). Allons donc! E non sapete forse che questa  una frase da romanzi, e che bisogna saperla vendere e comprare per quel che vale?
Io so, riprese cupamente Raullo, che non  lecito ad una donna cacciare il suo amante, e metterlo villanamente alla porta, come si farebbe di un mozzo di stalla.
Ma io non vi ho cacciato... io non vi ho messo alla porta, disse l'Americana, tramezzando il discorso con un bacio sulla testa di Cocotte.
Voi mi avete fatto di peggio, riprese il Duca con voce soffocata
voi mi avete trattato come l'importuno, come l'accattone indiscreto, al quale si fa dire che non siamo in casa; e che seppure si riceve, si riceve di mala voglia e con aria distratta, per fargli conoscere che non abbiamo tempo da perdere con lui. Ma il motivo di questo cambiamento finalmente credo di averlo indovinato...
Psi! fece Lady Clara, imponendo silenzio al Duca, e mettendosi in ascolto, come se avesse inteso rumore nella stanza attigua.
Quindi, uscita in punta di piedi fuori dal piccolo salotto, disparve come un leggero fantasma.
Dopo pochi minuti, si udiva nel cortile del palazzo la voce del guardaportone che gridava:
Casa d'Ayro!
Il Duca, disceso da una scaletta segreta (che egli conosceva benissimo) abbandonava le sale di Lady Meeting, colla disperazione nell'anima.
In questo frattempo, in una delle stanze pi discoste dalla sala da ballo, accadeva una scena d'un genere molto diverso.
Alcuni giovani, riunitisi intorno ad un tavolino, avevano improvvisato una piccola partita di maccao (96).
Con venti napoleoni di capitale, il banchiere aveva avuto la sorte di vedersi davanti un mucchio assai rispettabile d'oro e qualche foglio di banca.
Il cuore gli diceva di passare le carte: ma la smania di fare lo spirito forte e l'ambizione di mostrarsi giuocatore avvezzo, costringevano Torralba a proseguire suo mal grado (97).
Signori, fate il vostro giuoco, disse il banchiere con voce sottile e tremante. Il povero diavolo aveva addosso la febbre della paura.
I puntatori, scoraggiati, non si mossero.
Allora, in mezzo al silenzio del tavolino, si ud una voce stentorea di basso profondo (98), che grid:
Quant' il banco?
Era la voce del Conte Calami.
A quella domanda, Torralba alz gli occhi e poco manc che non cadesse in deliquio per la forte emozione.
Quant' il banco? ripet il Calami, con tuono imperativo.
Il banchiere cont tremando i gruppetti d'oro e i fogli che aveva dinanzi; poi con voce di persona svenuta, balbett alla peggio:
Ottomila franchi.
Carte nuove, e banco! disse il Conte, gettando sul tavolino un piccolo porta-foglio chiuso.
Torralba ubbid. Le tempie gli battevano forte: un sudore freddo gli colava dalla fronte: vedeva tutti gli oggetti della stanza alterati di forma e di colore.
Il mio giuoco  fatto! disse il banchiere.
Un mazzetto di scarto, e via! soggiunse il puntatore, ponendosi a sedere.
Furono date le carte.
O... O... Otto! disse il banchiere, mostrando le sue carte in tavola.
Il Conte Calami, senza scomporsi n punto n poco, guard le carte
che aveva davanti e, gettandole fra gli scarti, torn a gridare col massimo sangue freddo:
Banco!
Altra stoccata mortale al cuore di Torralba. Ma ormai era in ballo, e bisognava ballare.
Quando i latini dissero audaces fortuna juvat (la fortuna ajuta gli audaci) probabilmente ebbero in mente di dire pi presto una cosa bella che una cosa vera (99). Perocch la vilissima fortuna, particolarmente ai tavolini di giuoco (ed  quello il suo regno) assiste sempre i paurosi e gl'inetti. La
storia  storia, e un dettato latino non basta a farla cambiare d'aspetto.
Difatti il banchiere (che era pi morto che vivo) dopo aver battuto la prima volta di otto, la seconda batt di nove!
Ora son convinto! disse il Calami, mordendo le carte che aveva in mano: e raccolto il portafoglio di sulla tavola, se lo ripose nella tasca del vestito.
A quella mossa, lo sciagurato Torralba dovent di sale.
Senza aver forza di fiatare, n di dir sillaba, rest colle carte in mano, colla bocca aperta e cogli occhi fissi e incantati nel viso del Conte.
Questi gli domand:
Dove posso vedervi domani, per i 24 mila franchi che vi devo?
Eh? soggiunse il banchiere, coll'aria stupida e smarrita d'una persona, che si sveglia sognando.
Vorrei sapere dove domani ci possiamo vedere per la quietanza del mio debito, ripet il Calami con un po' di bizza.
Ah! disse l'altro: e quest'esclamazione fu accompagnata da un lungo sbadiglio, indizio certo della convulsione che internamente lo agitava.
Passer da voi, a che ora siete in casa? domand il Conte.
A che ora? riprese Torralba con ansia crudele.-A tutte le ore.
Cio?
Cio, dalle 6 della mattina fino alle 11 della sera.
Gli spettatori di questa scena non poterono fare a meno d'irrompere in una cordialissima risata.
Il Conte Calami stette un momento soprappensiero: poi soggiunse:
Vi dispiacerebbe, invece, di passare da me?
Anzi: e l'ora?
Da mezzogiorno al tocco.
Da mezzogiorno al tocco, ripet il banchiere, quasi per calcarselo bene nella memoria: quindi, tirato fuori un piccolo taccuino, vi segn sopra col lapis, 24 mila franchi -da mezzogiorno al tocco.
Colla rapidit del baleno, nella sala da ballo era circolata la voce della forte perdita sofferta dal Calami.
Pagher? domandava qualcuno.
Garantisco io, che non paga! soggiunse il Marchesino Teodori (conosciutissimo a tutti i tavolini per la sua abitudine di perdere e di non pagar mai!)
Sentiamo un po' se Torralba volesse vendere il suo credito...
Quanto gli daresti?
Cinque franchi, a quattrini ripresi.
Povero Conte, esclamava con aria finta di compassione, una giovine signora. -Almeno una volta aveva la sorella che lo poteva ajutare...
Era molto ricca? chiese Miloro, che fin'allora si era serbato estraneo alla conversazione.
Ricca no: ma la volevano bella!
Sicuro! osservava il Segretario Gastone, fra la sorella e quel Principe vallacco, amico di casa, Amerigo se la passava discretamente.
Jesus maria! siete peggio della campana del Bargello: suonate sempre a vitupero! gridava una vecchia Marchesa, che aveva portato nelle sale magnatizie il vernacolo dei Camaldoli di San-Friano (100).
Eppoi... continuava un altro, Amerigo da qualche tempo in qua non si occupa pi di politica: quando si occupava di politica... te ne rammenti? allora marciava da gran signore.
 segno che lo pagavano bene! soggiunse ridendo Santa-Fiora.
Lo sappiamo no'altri, poveri liberali! disse il Marchesino Teodori.
Alla parola liberale, il segretario Gastone dette un'occhiata fuggiasca all'intorno, e facendo finta che qualcuno lo avesse chiamato, si gir con disinvoltura sui calcagni verso la parte opposta della sala.
In questo mentre, sopraggiunse il Conte Calami, e la conversazione rimase interrotta.
Tutti gli si affollarono precipitosamente dattorno, come si potrebbe fare a un gentleman-rider, che avesse vinto la corsa (101).
Chi lo prese per la mano; chi gli disse una cosa, chi un'altra, insomma, fu una gara di parole cortesi e di proteste d'amicizia.
Miloro credeva di sognare!
Il giovine ex-ufficiale non sapeva comprendere come mai si potesse far buon viso e circuire di tante carezze un individuo, di cui si era tanto sparlato, e sul quale pesavano addebiti s vergognosi!
Miloro era ancora novizio degli usi e delle costumanze del paese nostro. Egli non aveva imparato che le scene di questo genere, a Firenze, si ripetono tutti i giorni, a tutte l'ore e in tutti gli ordini della societ. Qui, fra noi, la maldicenza  compensata da una tolleranza strabocchevole!
Guai se non fosse cos! La citt doventerebbe ben presto una Certosa, dove ogni cittadino sarebbe costretto a vivere isolato nella sua cella, per non trovarsi a contatto di quelle persone che egli vitupera o che sente vituperate dagli altri!
Avevo bisogno d'un'emozione, disse il Conte agli amici che gli stavano d'intorno.
Ventiquattromila franchi! soggiunse Stanislao, non sono poi una gran perdita per te!
Certo, riprese il Conte, che per questa somma, non mi persuado ancora della opportunit di bruciarmi il cervello. Anzi, se volete farmi un regalo, domani vi aspetto a dejeuner a casa mia (102).
Il Conte invit nominalmente Santa-Fiora, Stanislao e Gastone.
A che ora dobbiamo venire? disse Zeffirino facendosi avanti e invitandosi da s.
Verso le undici: v'accomoda?
Sta bene, ripeterono tutti in coro.
Zeffirino si trovava dappertutto, per la gran ragione che si ficcava dappertutto. Era uno di quegli esseri privilegiati (e Dio sa se ve n'ha penuria a Firenze!) dalla faccia tosta e inverniciata, pei quali l'amor proprio e la dignit, sono vocaboli affatto privi di significato.
Gl'individui di questa specie hanno uno stomaco di bronzo capace di digerire sul momento qualunque spostatura, qualunque mal garbo, qualunque fredda accoglienza. Poco o nulla si curano di sapere se in un tal luogo giungeranno inopportuni, o se vi saranno bene accolti o no: tutto il loro pensiero  quello d'introdurvisi: una volta che ci sono, ci stanno, e ci stanno a dispetto dei padroni di casa, della conversazione e perfino della servit. Cos, a poco a poco, e a furia d'insistenza e d'ingegnosa servilit, arrivano a farsi tollerare: poi, coll'andar del tempo, doventano anch'essi parte integrante della conversazione: e se non si smarriscono a mezza strada, finiscono il pi delle volte coll'imporsi agli altri, e col diventare i despoti delle societ e delle case, dove sono soliti intervenire.
Questa, poco pi poco meno,  la storia di tutti gl'impudenti.
Lasciatemelo dire: la modestia  una virt a carico:  una tara che l'uomo fa sopra s medesimo! Il mondo sar sempre di coloro che hanno la gran virt di sapersi ficcare!
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Braccio-di-Ferro.
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Capitolo 8.
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Seguito e digressione.
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...
La mattina seguente, Torralba usciva dal gabinetto del Conte Calami.
Aveva i capelli scomposti: gli occhi vitrei e dilatati: le labbra contratte da una crispazione nervosa.
Nous sommes quittes! disse il Conte volgendosi agli amici che aveva lasciati a tavola, Quittes! non  vero signor Torralba? (103).
Quittes! ripet questi macchinalmente; e accompagn la parola con un movimento affermativo del capo.
E la quietanza, continu il Conte, quasi scherzando,  stata regolata alla mercantile: da una parte i denari e dall'altra due righe di ricevuta.
Davvero? disse Santa-Fiora.
Canta canta, soggiunse il Calami, e nel dir cos gett un foglio sulla tavola.
Poi seguit:
La colpa non  mia: non  gi che io serbassi della fiducia per il signor Torralba, e che potessi crederlo capace di tornar fuori con un credito gi saldato. Dio me ne guardi! Egli  che noi galantuomini, al giorno d'oggi, siamo ridotti cos rari e cos ipotetici, che per esser creduti, abbiamo sempre bisogno dei documenti alla mano.
A questa parlantina fatta sul serio, Santa-Fiora tocc leggermente col piede, di sotto la tavola, la gamba di Stanislao: e questi pass la pedata a Gastone: come se tutti e tre avessero voluto dire: che sfacciato!
Torralba era rimasto immobile e duro, col cappello in testa e colle mani infilate nelle tasche di un lungo paletot bigio-chiaro.
Mi dispiace, riprese il Conte, volgendogli la parola, che siate giunto un quarto d'ora pi tardi: altrimenti avrei potuto offrirvi un saggio di sardine che ho fatte venire da Nantes, la scorsa settimana, col mezzo della posta.
Bel tratto! disse Stanislao ridendo, offrire delle sardine a un uomo che vi alleggerisce lo scrigno di 24 mila franchi effettivi.
E perch no?riprese il Calami, oramai si sa: noi giuocatori siamo come i Cavalieri antichi: ci battiamo a tutt'oltranza, finch siamo dentro lo steccato...
Ossia, finch siamo al tavolino, osserv Gastone, contentissimo di aver dilucidato il discorso del Calami con questo prezioso commento.
Fuori dello steccato, seguit il Conte, tutto  finito: ci diamo la mano e pi amici di prima.
E in cos dire, il Conte stese la mano aTorralba: ma questi non si mosse.
Volete dell'anisetta di Amsterdam? gli chiese il Calami, dopo qualche minuto secondo di silenzio, e tocc colla mano una bottiglia.
Grazie, soggiunse l'altro.
Del gin? (e tocc un'altra bottiglia).
Grazie.
Dell'anisetta di Bordeaux? (e tocc una terza bottiglia).
Grazie, grazie, grazie! grid Torralba, scuotendosi inferocito. Avete dell'arsenico, dell'acido prussico, del piombo liquefatto?
Misericordia! urlarono all'unisono Santa-Fiora, Gastone, e Stanislao, meditare un suicidio, con 24 mila franchi nel portafoglio.
Torralba dette in uno scroscio di risa. Pareva uscito di cervello!
Addio! poi disse ad un tratto, e s'avvi verso la porta del salotto per andarsene.
Addio! ripeterono gli altri.
Mille cose da parte mia alla signora Amelia! grid Gastone.
A questo nome Torralba si ferm, e, voltandosi indietro, sgran un pajo d'occhi, che sembrava gli scappassero dalla testa.
Quindi se ne and inciampicando e traballando, come un ubriaco.
Vedete che cosa sono le emozioni! disse Amerigo freddamente. Ecco l come si riduce un miserabile che non ebbe mai l'occasione di sentirsi per le tasche 24 mila franchi in fogli di banca.
A proposito, soggiunse Gastone, avete veduto gli occhi che mi ha fatto, quando gli ho nominato sua moglie? Che sia geloso anche di me?
In questo mentre, entr il cameriere del Calami ed annunzi la Principessa Donna Alfonsa di Samo-Sierra.
Tutti rimasero meravigliati di questa visita strana: il Conte pi degli altri.
Che ti voglia dare un canonicato? disse sorridendo Santa-Fiora al Conte.
Chi lo sa! riprese questi, aggiustandosi in tutta fretta la cravatta, e ravviandosi i capelli, poi continu canterellando:
Vengati denari, al resto son qua io (104).
Intanto i tre invitati, aperta una piccola porta, sparirono, l'un dietro l'altro, per un piccolo anditino che metteva sulle scale.
Appena che furono fuori dell'uscio di casa, si soffermarono simultaneamente, guardandosi in viso con atto comico ed espressivo.
Ehi, disse Gastone con una scrollatina di capo, credete voi che l'amico abbia pagato?
Neppure se l'avessi visto coi propri miei occhi, riprese Stanislao: poi continu: -Vivaddio: bisogna avere delle faccie inverniciate, come la sua! Pazienza non pagare i debiti del sarto o del calzolajo... ma neppure i debiti d'onore, i debiti di tavolino! Pouah! a rvolte! e storse la bocca, con atto di profondo disgusto.
Gastone tocc leggermente nel gomito Santa-Fiora come per dirgli: senti un po' da che pulpito viene la predica.
Ed io invece, soggiunse il Cavaliere, giurerei che Amerigo ha pagato... se non in tutto... almeno in parte. Eppoi la ricevuta non parla chiaro?
Ma con quali mezzi? domand Stanislao.
Qui sta il busillis, soggiunse Santa-Fiora (105). Ecco ci che non si capisce. Vi sono delle esistenze misteriose, che spendono e spandono, eppoi, se ti metti a volere investigare l'origine delle loro rendite, non trovi altro che bujo pesto a quadrato. La polizia (se la polizia dormisse un po' meno) dovrebbe occuparsene: perch questi Cavalieri d'industria, che sono la peste e la vergogna della societ che li tollera e li riceve, anderebbero presi, e menati al confine, tempo ventiquattr'ore!
Stanislao, a quest'apostrofe, tocc nel gomito Gastone, come per dirgli: Buono il predicatore!
Lasciamo l, se abbia o no pagato, interruppe il Segretario. Quello che mi preme conoscere, si ...
Forse il motivo di quella occhiataccia?
Bravo!
Sar geloso di te.
Di me? rispose il Segretario con atto di sorpresa. Farebbe meglio a fare il geloso di qualcun'altro...
Adagio, cattiva lingua: perch la moglie di Torralba, sotto il punto di vista della fedelt conjugale,  invulnerabile...
Allora, seguit Gastone, vorrei sapere cosa ci fa per casa il vecchio Marchese Antonj...
Come! potresti supporre che un settuagenario, attaccato di paralisi...
Sia pure attaccato di paralisi, disse il Segretario, ma quando un marito nulla nulla si rispetta, deve evitare anche le apparenze... Sissignore anche le apparenze. Datemi del sofistico, ma io la penso cos (106).
Stanislao pass la mano dietro le spalle del Segretario, e consegn un pizzicotto a tutta sostanza nel braccio di Santa-Fiora. Questi fece altrettanto col Marchesino: poi gridarono ad una voce.
Bravo Gastone!
Con nostra meraviglia, e con meraviglia del lettore, dobbiamo registrare che Zeffirino era mancato al dejeuner! Mancato Zeffirino che non mancava mai! e che ai pranzi, alle cene, alle colazioni, mostravasi sempre esatto e preciso, come la scadenza d'una cambiale, come il complimento degli amici, il giorno dopo che la vostra Commedia non  piaciuta.
Una disgressione (107).
Ogni paese ha i suoi misteri, mi diceva giorni sono una graziosa donnetta sui trent'anni, che ha poco spirito e molti capelli.
Non  vero, risposi io, Firenze, per esempio, non ha misteri. Delle mura della nostra citt si potrebbe dire quel che dicono gli scrittori di tragedie delle mura di Corte, cio, che hanno degli occhi per vedere e degli orecchi per ascoltare. Qui ogni casa ha il suo eco, e le pareti e i muri maestri, che dividono le stanze e i quartieri, sono di tela rada e bucherellata, come le scene da teatro. Cos la cronaca pubblica  informata di tutto e di tutti. Due terzi delle cose si sanno: l'altro terzo si tira a indovinare, e, occorrendo, s'inventa. Oh! andatemi adesso a sostenere che anche Firenze ha i suoi misteri.
E se ne siete convinto, come mai vi  saltato in capo il grillo di mettere il titolo di Misteri, al vostro racconto?
Perch... perch... Domandatelo al mio Editore.
Cosa c'entra l'Editore?
L'Editore c'entra benissimo. Esso credeva fermamente che questo titolo dovesse portar fortuna al lavoro (108).
Eccone un'altra delle belle!
Non ridete, perch ancor'io credo in buona fede che, ai tempi che corrono, i nomi facciano molte volte le cose. Un bel nome, un bel titolo  sempre una certa garanzia per l'esito dell'operazione. Saranno ube, lo so, ma io ritengo, per dirvene una, che se il Professore Girolamo Pagliano (109), invece di chiamarsi con questo nome che riempie la bocca e pare una cannonata, si fosse chiamato semplicemente col vostro o col mio casato, aventi una meschinissima desinenza in ini (110), il suo famigerato siroppo non avrebbe ottenuto lo spaccio favoloso, che tutti sanno.  vero, che gl'intestini della povera umanit ci avrebbero guadagnato un tanto, ma la cassetta del professore sarebbe rimasta sulle secche di Barbera (111).
Tutto sta bene: dico il vero per non so capire come mai sia lecito di porre il titolo di Misteri a un libro che non si occupa di misteri.
Mio Dio! e quando mai fu necessario che il nome corrispondesse esattamente alla cosa? E perch voi, per esempio, vi chiamate Penelope, credete forse che vi si renda indispensabile di passare le vostre nottate a disfare una tela? e perch al vostro marito, buon'anima, avevano apposto l'appellativo d'Ulisse, ne veniva forse di conseguenza che egli dovesse presentare i certificati d'aver fatto per dieci anni l'assedio di Troja?
Ma dunque, in grazia, si pu egli sapere che cosa armeggiate colle vostre scene sociali?
Vi dir: la mia vocazione mi ha chiamato fin da piccolo al Romanzo Sociale (112). Pi volte ho tentato riempire questa lacuna della italiana letteratura, ma dopo lungo stillarmi il cervello, mi son dovuto convincere che Firenze non era terreno da romanzi. Accingetevi, per esempio, a fare un racconto sociale contemporaneo: credete voi che sia facile di mettere la scena principale nella nostra citt? No! Se voi lo fate, scommetto cento contr'uno, che due terzi dei vostri lettori perderanno l'illusione del verosimile. Prendetemi i Misteri di Parigi, di Eugenio Sue. Leggendo questo racconto, voi credete di assistere a dei fatti veri, a degli avvenimenti che sembrano storici, perch il romanziere, all'occorrenza, vi dice il nome della strada, il numero degli usci, il piano
della casa, l'insegna della taverna: e questi recapiti servono mirabilmente a dare un colore locale alla scena e una tinta di verit storica al fatto che raccontate. E ci si capisce e si ammette facilmente: perch nei grandi centri, come Londra e Parigi, dove un operaio pu comodamente morir di fame, o d'asfissia, senza che l'inquilino che abita il piano di sotto o di sopra, ne sappia nulla, tutto diventa probabile, tutto si rende possibile (113). Ma qui fra noi la cosa  diversa. Se mettete la scena in Firenze, e se gli avvenimenti che vi disponete a riferire, hanno qualcosa dello straordinario, il lettore fiorentino si pone subito in guardia, come se vogliate vendergli lucciole per lanterne, e dopo poche pagine, chiude il vostro libro con un'ironica scrollatina di testa. Come mai, dice egli fra s, possono essere accadute tutte queste cose, senza che io n'abbia avuto il minimo cenno? Forse voi osserverete che questo soliloquio a prima giunta sembra un tantino comico: ma pure  cos naturale, cos istintivo, cos inerente alla natura del lettore, che sarebbe follia volerlo impugnare o mettere in dubbio! E quando il lettore ha ragionato fra i denti in siffatta guisa, credetemi pure che il vostro libro ha perduto il gran prestigio del verosimile, e il romanzo finisce col diventare insipido e inconcludente, come i celebri racconti della nonna, intorno al canto del fuoco.
Non dite male!
Anzi dico bene. Difatti, quando voi leggete nei romanzi francesi il nome di una strada o il numero di una porta, quel numero e quel nome per gli stessi abitanti di Parigi rappresentano semplicemente due punti topografici qualunque, dove possono benissimo essere accaduti i fatti che il romanziere racconta. Ma quando in un romanzo-contemporaneo fiorentino vi saltasse l'estro di notare una strada o una porta di casa, trovereste cento, trecento, mille, che sarebbero in caso di dirvi con tutta esattezza chi abita il quartiere da voi designato e posto in scena, e il nome, cognome, professione... e moralit di tutti gli inquilini che successivamente vi presero domicilio, da quarant'anni a questa parte. In conclusione,  verosimile per ogni lettore che a Londra e a Parigi abbiano luogo dei fatti, noti soltanto al romanziere che li racconta: ma egli  poi altrettanto inverosimile che possano succedere in Firenze degli avvenimenti un poco complicati o di qualche importanza, senza che due buoni terzi dei lettori fiorentini non ne sappiano un fico!
Tutti ottimi discorsi: ma rispondetemi un poco a tuono: se i vostri
Misteri non sono misteri (e di questo me n'ero accorta, perch in tutto il primo fascicolo non ho trovato n uno Scannatore, n un Maestro di scuola, n un Principe travestito, n una Civetta), (114), se il vostro romanzo non  un romanzo, perch il romanzo sociale, a detta vostra, non pu metter erba a Firenze; se il titolo non corrisponde al libro e se il libro non corrisponde al titolo del frontespizio, si potrebbe almeno sapere, cos a quattr'occhi, cosa intendete di fare con questo lavoro?
Questo  un mistero: dir di pi: questo  il solo mistero che si trovi realmente nei miei Misteri di Firenze. Vi prego dunque a volerlo rispettare, perch, credetelo pure, ho tutte le mie buone ragioni per non confidarlo ad alcuno.
E qui finisce la discussione.
Abbiamo lasciato Miloro in casa di Lady Clara.
Partita appena la Contessa Floriani, l'ex-ufficiale di marina era stato anch'esso pi volte sul punto d'andarsene: non trovando motivo per trattenersi pi lungamente in mezzo ad una societ, dove oramai tutto il divertimento si ristringeva nel ripetersi l'un l'altro sottovoce: Che serata nojosa! Questo  il gergo che si parla in tutte le feste. E dire che vi sono degli imbecilli che rovinano s e i suoi per divertire dei maldicenti o degli ingrati. E perch no? Tutti i gusti, son gusti, diceva quel turco che si faceva impalare per procurarsi un'emozione piccante!
Nel momento che Miloro stava per uscire, ud pronunziare un nome, quello dell'Avvocato Bifronti.
Era costui un giovine sulla trentina: faccia ovale e sorridente: fronte spaziosa, sormontata da un piccolo ciuffo di pochi capelli castagni: non-baffi; due grandi fedine all'inglese, che a guisa di due grandi spazzole, gli scendevano fin sotto l'attaccatura del collo: voce sonora: modi diplomatici, portamento parlamentare.
Miloro gli and in contro, chiedendogli con tutta cortesia:
Il signore Avvocato Bifronti? (115).
In persona.
Permettete, signore, una parola?
Due.
Vorreste favorirmi nella sala accanto.
Vi precedo.
Giunti nell'altra sala, dov'era concesso di respirare con maggior libert, Miloro trasse una lettera dal portafoglio, e la consegn all'avvocato.
Riconosco il carattere! disse questi con atto di piacevole sorpresa: e aperto il foglio, e datoli una scorsa coll'occhio, stese la mano a Miloro, dicendoli:
Qua la destra!
I due giovani si scambiarono un'occhiata d'intelligenza: una di quelle occhiate, che tengono il posto d'un lungo discorso, e che rivelano un patto tacito, un segreto in comune, un giuramento solenne...
Dal momento che giunsi in Firenze, disse Miloro, non mancai di venirvi a cercare pi volte; ma sempre inutilmente.
Sono stato fuori una ventina di giorni, rispose l'avvocato: poi abbassando la voce, continu con aria misteriosa: Ho fatto un giro per la provincia... per tutto ho trovato uno spirito eccellente... giovent piena di fede e d'energia, e che aspetta l'ora... Ma... ma... il guasto  qui; il tarlo  in questo nobilume di pasta frolla... Oh! Alfieri! ben li conoscevi tu, quando gridasti loro negli orecchi: Or superbi, or umili... (116).
L'Avvocato non pot terminare il verso del grande astigiano, perch in quel punto entrarono varie persone nella stanza.
Buona sera, mio caro Marchese, disse il Bifronti, salutando uno dei sopravvenuti.
Addio, Barone! grid, stendendo la mano ad un altro.
Mio caro Duca, questa sera hai ballato meglio di Saint-Leon, disse, rivolgendo la parola a un terzo (117). Poi, ripigliando il discorso con Miloro, soggiunse:
Domani verrai da me: io ti dar le regole necessarie sul modo di doverti condurre. Domani sera poi ti presenter al Comitato. C' una piccola tornata...
E cos, di questo passo, i due giovani si comunicarono vicendevolmente le loro aspirazioni, i loro desideri e le loro speranze.
Vedendoli parlare insieme, l'Avvocato sembrava il maestro: Miloro lo scolare. Questi non perdeva sillaba di quanto gli sussurrava il compagno.
E tuo padre pure sar dei nostri? chiese il Bifronti, con quella confidenza che nasce immediatamente fra due persone collegate da un medesimo patto.
Mio padre? mio padre lo fu! rispose Miloro, abbassando
la voce, e dando una leggera scossa nervosa, che non sfugg all'Avvocato, che tenevalo appoggiato al suo braccio.
Sono dolentissimo, riprese l'altro, d'averti posto il dito sopra una ferita che difficilmente risana. Abbia pace la sua grand'anima nel paradiso dei forti...
Amen! disse Giovanni.
Dopo pochi minuti, i due giovani uscivano insieme dalla festa di Lady Clara.
Era una magnifica serata: una di quelle serate fredde, asciutte, serene, stellate, le quali vengono di tanto in tanto a far fede, come mille o due mila anni indietro, dev'essere esistito realmente qualche cosa che meritava a buon dritto il nome di bel cielo d'Italia! (118).
Cammin facendo e ragionando (per dirla come dicono i Fiorentini) del pi e del meno, Miloro s'interruppe ad un tratto e domand con vivo interesse al suo compagno:
Non ti  venuto mai fatto, per caso, di sentir pronunziare in Firenze il nome di Ruggiero Draconi?
Draconi? ripet l'Avvocato, soffermandosi e ponendosi una mano al mento, in atto di persona che recapitola le sue idee. Questo nome mi  nuovo, affatto nuovo.
E sempre cos! disse Miloro, serrando rabbiosamente i pugni.
L'Avvocato avrebbe voluto domandare la ragione di quest'uscita: ma
poi, temendo forse di essere indiscreto, gastig la sua curiosit e si tacque.
Fatti altri pochi passi insieme, i due amici si lasciarono.
La sera del giorno susseguente, l'avvocato present il giovine ex-ufficiale ai capi della societ.
L'adunanza era stata convocata unicamente per dar lettura d'un foglio arrivato nella settimana dal Comitato italiano di Londra.
Nella sala si trovavano da trenta persone, diverse per et, per indole, per condizione.
Giovani avvocati, studenti di medicina, artisti, qualche nobile smarrito, negozianti, letterati, mestieranti, e perfino un prete, animati tutti (almeno apparentemente) dal medesimo spirito e dalla medesima fede, formavano, raccolti insieme, un corpo fantastico, un ente strano e bizzarro intarsiato di tutti i colori e di tutte le mezze-tinte che rappresentano i diversi ordini della societ.
Le tornate si facevano in una vasta sala terrena di un antico palazzo di via Ghibellina. Il soffitto era a volta reale.
Sciolta l'adunanza, i fratelli cominciarono a sfilar fuori a due e a tre, adoperando tutte le cautele possibili onde evitare qualunque pubblicit, ed eludere la vigilanza della polizia (119).
Avvezzo all'aria libera d'un paese libero, cresciuto in mezzo a un popolo che gode per antico retaggio politico del sacro diritto di manifestare la sua franca opinione alla luce aperta del sole, Giovanni Miloro stava contemplando il radunarsi e lo sciogliersi di quella combriccola segreta, con una specie di estatica curiosit, come se egli avesse assistito per la prima volta alla celebrazione d'un rito druidico nelle vergini foreste della Gallia, o alla consumazione di qualche sabbato sotto il vecchio noce di Benevento.
All'ombra di quel mistero, il giovine adepto si sent preso, come da un profondo sentimento di religione, e subitamente gli parve che non vi potessero essere al mondo n minaccie, n lusinghe da fargli in qualunque tempo disertare il segno della sua bandiera.
Dir una cosa vecchia, ma vera: il mistero, nelle cose di questo mondo, fu sempre grande argomento di poesia e di fede, e quel pericolo, che, a guisa della spada di Damocle, pende continuamente sul capo delle societ segrete, quel pericolo, cio, di trovarsi da un momento all'altro scoperte e tradite, invece di prostrare gli spiriti, sublima le menti, accende le fantasie, raffina il coraggio, e predispone anche i pusillanimi a guardare con occhio intrepido il procelloso avvenire.
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Capitolo 9.
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I due popolani.
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Il primo giorno di Quaresima, ossia la mattina dopo l'ultimo veglione della Pergola, un giovine popolano, di statura ben formato, con un berretto di pelone in capo, e una carniera di frustagno gettata sulle spalle, entr dentro l'uscio d'una modestissima casa di via S. Agostino (120).
Salita una piccola scaletta, si ferm dinanzi a una porta che restava sul pianerottolo, e fece un fischio.
Apri, Nanni, a Braccio-di-Ferro, disse di dentro una voce maschile e leggermente fioca.
Un ragazzetto di quattordici anni all'incirca, di fisonomia svegliatissima e di capelli ricciuti e d'un rosso fiammante, venne ad aprire.
Buon giorno Maestro Andrea, disse Braccio-di-Ferro, entrando dentro e portandosi una mano al berretto, all'uso dei militari. Che notizie ci sono?
Buone! rispose Maestro Andrea, alzando il capo dal tornio, dove stava lavorando. Ha dormito tutta la notte, e per ora non si  fatto vivo.
Meglio cos!
Se Dio gli vuol bene, io credo che fra due o tre giorni potr tornarsene a casa, sano come una lasca (121). Fortunatamente, son tutti lividi e ammaccature!
Chi lo sa, Maestro Andrea, cosa avrete detto stanotte, quando sono venuto a svegliarvi a quell'ora?
C'era poco da dire, rispose il vecchio, quasi impermalito. Non siamo forse obbligati a darsi tutti una mano? E se io non posso pagare della persona, perch ho i miei sessant'anni suonati sulle spalle, ell' giusta che paghi in qualche modo, col rendere almeno di questi piccoli servigi... ai miei fratelli.
Avete ragione.
Povero diavolo! Come l'avevano conciato quei cani! disse il vecchio.
Eppure voleva tornarsene a casa sua. Ma lasciarlo tornare a casa, sarebbe stata la stessa cosa che metterlo in bocca al lupo. Nella nottata probabilmente sarebbero andati a trovarlo, perch la polizia, se lo dite a me, aveva paglia in becco! (122). L'avrei condotto a casa mia: ma sapete come l' fatta la mi' vecchia! l'era capace di fare un piangisteo fino a giorno: oh! la conosco: ed io bisogna che dica la verit: sono un ragazzo, sono un imbecille: non la posso veder piangere la mi' vecchia... Mi fa serratura alla gola.
Tu se' un bravo figliolo! disse Maestro Andrea, battendo una mano sulla spalla del giovanotto: poi domand:
Ma si pu sapere come  andata?
Non lo so neppur'io. Io so che ero in teatro e che aveva per l'appunto dato l'aire a quelle farfalle... capite? (123).
Ho capito! rispose il vecchio.
Quando a un tratto vengono cinque o sei domin, colla stella rossa... (era il nostro segnale per riconoscersi) e mi dicono: vieni via con noi: uno dei nostri  inseguito... Detto fatto, usciamo in istrada. Per dove si va? chi ne dice una, chi un'altra. Finalmente andiamo in piazza del Duomo, e su per via Calzajoli e piazza del Granduca. Quando siamo in Mercato Nuovo, eccoti un nuvolo di gente, un parapiglia di casa del diavolo. A furia di gomitate, ci spingiamo innanzi e riconosciamo il nostro confratello... Io non sto a dire cosa  e cosa non : mi tiro un passo indietro e lascio andare un colpo sulla testa del pi accanito... E sapete, Maestro Andrea, dove batte uno di questi, non ci rimette pelo!
Nel dir cos, Braccio-di-Ferro scaric sulla tavola un pugno cos violento, che fece rintronare tutta la casa.
Zitto! disse il vecchio. C' quello di l che dorme.
Avete ragione, Maestro Andrea, riprese il giovanotto dolente di essersi un po' troppo lasciato andare.
Compatitemi: che ci volete fare? ogni volta che si ragiona di menar le mani, i' sono come i predicatori quando fan la predica sulla limosina: mi si riscalda subito l'estro della fantasia.
E cos?
E cos, come vi dico, in quattro e quattr'otto, facemmo
piazza pulita e... e i gatti dovettero lasciare il topo... Giunti sul Ponte Vecchio, l'amico e io buttammo il nostro domin in Arno, capite? per evitare il caso d'essere scontrati e riconosciuti. Poi... poi siamo venuti a svegliare Maestro Andrea...
Avete fatto bene, interruppe il vecchio.
Insomma l' stata una nottata di gran lavoro.
E nessuno dei nostri si  compromesso?
Nessuno.
Nemmeno l'Avvocato?
L'Avvocato non c'era!
Come? non c'era? disse Maestro Andrea, alzando il capo dal lavoro, e mettendosi gli occhiali.
L'Avvocato era a letto colla febbre, riprese il giovine.
Gran danno! disse il vecchio, con aria di rammarico, mancando l'Avvocato, mancava il pernio, la testa dell'operazione.
Eppure, anche senza lui, le cose sono camminate per il su' verso.
Lo credo, lo credo: ma il vuoto bisogna bene che l'abbiate sentito. Gran testa, quell'Avvocato! e che cuore! e che fuoco! Venti di quegli uomini l, eppoi ti farei vedere...
Il fatto sta, continu Braccio-di-Ferro, che il Bifronti  disgraziato, perch ogni volta che c' da mostrare la faccia... ogni volta che c' da entrare in ballo per davvero... gli accade sempre qualche malanno. Vi rammentate quando si doveva fare quell'altra dimostrazione?
Se me ne rammento! disse Maestro Andrea-l'avea proposta lui, lui! Io non voglio far torto a nessuno: ma in tutto il Comitato, chi altri mai poteva avere il coraggio di proporre una dimostrazione di quella fatta?
 vero: ma insomma, mi ricordo, che anche allora, quando fummo a tocco e non tocco, eccoti che all'Avvocato gli vennero i dolori articolari..., e la dimostrazione and in fumo!
Egli  il diavolo maladetto che ci mette sempre la coda! disse il vecchio, con atto di rabbia.
In questo mentre, entr nella stanza una graziosa giovinetta, con cappello in capo, e scialle in dosso.
Ecco la Giulia che va a scuola, disse Braccio-di-Ferro.
Ieri sera ti poteva aspettare, eh? chiese la giovinetta con atto un po' corrucciato, rivolgendosi al giovinotto.
Feci tardi alla stamperia, rispose questi, guardando con aria d'intelligenza Maestro Andrea.
Bravo!  un bell'amore il tuo! replic la fanciulla impermalita.
Via, via, facciamo la pace, disse l'altro: e pass un braccio intorno alla vita della ragazza. Che ci dobbiamo guastare per l'appunto ora? ora che siamo alla vigilia di diventare marito e moglie?
La Giulia continu a fare l'adirata e volt il viso dall'altra parte.
-Animo Cecco! disse il vecchio al ragazzo dai capelli rossi e ricciuti, mettiti il berretto, e accompagna la Giulia.
Io non ce lo voglio con me! rispose la fanciulla.
Perch? chiese il vecchio.
Perch... non lo vedete? egli  tutto sudicio, che pare un bracino (124).
Un bracino? replic il ragazzo vivamente; e ammicc la sorella con un gesto tutto proprio dei birichini di strada.
Un bracino? sicuro gua'; mi metter il fiacche per accompagnare la signora! (125). Tu hai dimolta muffa da un pezzo in qua, tu mi paj diventata la Rinuccina.
Eppoi... mi fa sempre scomparire per la strada, disse la Giulia, con voce di pianto.
Quando, quando? domand il ragazzo.
Sempre d noja a tutti, si ferma con quanti ragazzi incontra... eppoi la scena dell'altro giorno! Mi piglia fuoco il viso, soltanto quando me la ricordo.
Cosa fu? domand il vecchio, facendosi serio.
Sentite, disse la Giulia.
No, gliela voglio raccontarlo, interruppe il ragazzo.
No, io.
Io!
Zitti! grid Maestro Andrea. Uno alla volta.
C'era un certo frustino... cominci il ragazzo (126).
Nossignore, non era un frustino: era un signore perbene, educato e che andava per i fatti suoi.
Nossignora, era un frustino, replic Cecco, alzando la voce.
Sentiamo il resto, disse il vecchio.
Gua'! continu il ragazzo, io faceva il nesci: ma credi che non me ne fossi accorto che ti ronzava d'intorno? (127).
Bugiardo! era la prima volta che lo vedevo! soggiunse la ragazza, un po' imbarazzata.
Insomma, l'altra mattina, quando si fu l nel Lungarno del Corsini, eccoti che il moscone si avvicina e comincia a soffiar qualche cosa negli orecchi della Giulia.
Se mi ci trovo io! disse Braccio-di-Ferro tentennando il capo, ne fo una bracciata e lo butto in Arno.
O' io, continu il ragazzo, che credi tu che facessi il grullo? Ehi, sor-pacche, gli dico, l'abbozzi, perch la limosina  fatta (128). E lui duro! E io daccapo a dirgli che aveva sbagliato uscio. A un tratto, mi si rivolta, e mi misura uno schiaffo! uno schiaffo a me? Uff! e' fu come mettere la pecia sul fuoco: alzai le mani e cominciai a dare, come dare in terra... feci bene, eh?
No, no, ragazzo mio, disse Maestro Andrea, te l'ho detto tante volte: se seguiti di questo passo, ti tirerai su per rompicollo!
Di quegli scorgimenti! fece la Giulia, cuoprendosi il viso colle mani.
Icch dovevo fare? riprese il ragazzo, dovevo star l a reggerti il candelliere? (129).
E batti: se ti dico che non l'avevo mai n visto n conosciuto, torn a ripetere con bizza la fanciulla.
Te lo credo, replic il ragazzo, ma quando ci son'io, non ce ne voglio dei mosconi d'intorno, ha capito, eh?
Piuttosto che venir fuori con te, voglio stare un anno in casa, concluse la Giulia: e indispettita gett il cappello e lo scialle sopra una seggiola.
Quindi dette in un pianto dirotto. Braccio-di-Ferro che l'amava pi de' suoi occhi, si intener a quelle lacrime: e voltosi a Maestro Andrea, gli disse.
Via non la fate piangere, la mi' Giulia: se vuole andar sola, lasciatela andar sola. Oramai ha giudizio abbastanza per sapersi condurre... come si conducono le ragazze perbene!
Maestro Andrea acconsent. Cecco, liberato dalla noja di accompagnare la sorella, fece un salto per la gran contentezza. La Giulia si asciug il viso e torn a mettersi il cappello e lo scialle. Poi, data la mano a Braccio-di-Ferro, e guardatolo in viso con un'occhiata espressiva, gli disse:
Addio a stasera. E usc.
Maestro Andrea rimase qualche minuto soprappensiero: quindi borbott sottovoce:
Benedetto le donne e chi le desidera!
Cos'avete, Maestro Andrea? domand il giovinotto.
Io dico che con queste ragazze bisogna avere un gran giudizio.
Vi compatisco: ci vuole ancora un po' di pazienza, e alla fin di Quaresima avrete un pensiero di meno!
A proposito, disse il vecchio, bisogna che pensi a ritirare i cento scudi che ho destinati per la dote.
Dove li avete?
L'ho in buone mani, replic il vecchio. Mi capit il destro di rendere un servizio... di fare una buona azione, e non me ne pento. Ci fu di mezzo anche l'Avvocato!
Braccio-di-Ferro non insist di pi. Accese un mozzicone di sigaro che aveva in bocca, e si dispose a partire.
Mi dimenticava del meglio! disse Maestro Andrea, alzandosi dal lavoro.
Cos' stato? chiese Braccio-di-Ferro.
C' una lettera.
Per me?
Non per te, ma perch tu la porti al suo indirizzo. Cos dicendo, il vecchio cav dalla cassetta del tavolino, una lettera, e la consegn in mano del giovanotto.
Braccio-di-Ferro lesse:
Al Cavaliere di Santa-Fiora
Citt
Come mai l'amico conosce il Cavaliere di Santa-Fiora?
Uhm! fece il vecchio, rimettendosi i suoi occhiali legati in ottone.
Quando l'ha scritta?
Stanotte, appena che te ne sei andato.
E questo sigillo? cosa significa? Ora e sempre!
Sar il motto della sua famiglia.
Sar! ma c' del buio!
Un'altra cosa: mi si  raccomandato che tu gliela porti in mattinata.
Poi alle undici, quando esco a mangiare un boccone.
Braccio-di-Ferro si pose in tasca la lettera: e dopo poco se ne and,
borbottando.
Ora e sempre! cosa mai voglia dire? (130).
...
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...
Capitolo 10.
...
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...
La casa della Sandrina.
...
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...
Siamo in una casa di via Nuova.
Salite due branche di scale, si trova un pianerottolo, con tre porte.
Queste tre porte mettono tutte al medesimo quartiere, al quartiere della Sandrina.
Sull'uscio di strada vedesi, da un anno all'altro, un piccolo cartello, dove sta scritto a lettere majuscole:
CAMERE MOBILIATE
po po
L'aspetto della casa, al di fuori,  decentissimo e rimodernato di fresco.
Le finestre del primo piano si aprono raramente.
Quando, la mattina, la fantesca  costretta a spalancare le persiane, per ripulire e per dare aria alle stanze, le tende calate d'ypercal (131) impediscono ai curiosi che abitano la casa di faccia di vedere i fatti degli altri e di sindacare il movimento interno della famiglia della Sandrina.
Oltre le tende e le persiane, anche i cristalli delle finestre sono guerniti di piccole tendine di cambrick (132).
Subito che le faccende mattutine restano finite, la fantesca, prima di richiudere i vetri,  solita attaccare alla finestra di mezzo una piccola gabbia verde abitata da un importunissimo merlo, disperazione del vicinato, per la mala abitudine che ha di cantare tutte le ore del giorno:
Emani, Emani involami,.. (133).
Gli abitanti delle case contigue, quando vogliono dare a qualcuno del seccante e del rompi-stivali, sogliono dire:  come il merlo della Sandrina.
Salite le due branche di scale, alla porta giallognola che si trova alla sinistra, sul pianerottolo, c' inchiodato un piccolo cartellino dove leggesi, RICAMATRICE.
Sul cartellino viene a cadere perpendicolarmente una corda di seta verdona, terminata da una grossa nappa dello stesso colore.
 il campanello della ricamatrice.
La Sandrina, nell'opinione del vicinato, gode la reputazione d'una ricamatrice di prima forza. Non passa giorno che quattro o cinque legni di vettura non vengano a fermarsi alla sua porta.
Sono i suoi avventori!
Vanno regolarmente dalla Sandrina, tutte le mattine, due o tre fanciulle vestite con pi o meno eleganza.
Sono le sue scolare!
Dopo qualche mese di scuola, alcune si licenziano maestre; e vi subentrano altre, di nuovo. Oggi non si vede pi quella biondina, dai capelli cresputi, dalla fisonomia pallida e piena di sentimento, e che per la strada camminava sempre cogli occhi rivolti a terra, come una vestale di 15 anni. Alla biondina  succeduta una nuova scolara, bruna, dai colori sani e robusti, come la Fornarina del Sanzio (134), e dal portamento fiero e maschile, come quello d'una saltatrice di cavalli.
Il fatto sta, che tutto il vicinato  concorde nel dire che la Sandrina ha un ottimo gusto nella scelta delle alunne, e che la sua casa  stata sempre una collezione di belle ragazze, a similitudine dell'Harem del Sultano.
La Sandrina lavora molto bene le camice da uomo. I davanti ricamati sotto la sua direzione, si dice, che sono un vero capo-lavoro d'arte e di gusto, si dice!
All'un'ora di notte, tanto d'estate che d'inverno, la porta di strada della ricamatrice  chiusa.
Le scolare se ne vanno: e la Sandrina non riceve pi n visite, n ordinazioni.
A dispetto per di questa buona misura, non passa sera che dalle otto alla mezzanotte, il campanello non suoni diverse volte.
Ora  il fratello della Sandrina: pi tardi  il cugino. Se poi il campanello suona dalle 11 alla mezzanotte, allora senza dubbio  il marito della ricamatrice che, senza avvedersene, ha fatto tardi al caff.
Cos tutta la strada sa o deve sapere che la Sandrina ha un fratello, un cugino e un marito: nessuno li conosce,  vero: nessuno pu dire d'averli mai veduti: ma questo fratello, questo marito, questo cugino esistono pur troppo di fatto, perch la Sandrina lo dice a tutti, e specialmente a tutti
quelli del casamento e del vicinato, e perch quelli del casamento e del vicinato sentono tutte le sere, a notte avanzata, suonare il campanello della Sandrina, e perch infine coloro che suonano il campanello di una donna che passa per onesta, s'intende bene che non possono esser'altro che cugini, fratelli o... mariti.
Sono le 10 della mattina.
La Sandrina ha fatto dar'aria al quartiere a destra, che ordinariamente sta chiuso, e che ha sopra la scala una porta dove non  campanello, ma un semplice battente di ferro fuso inverniciato.
Su codesta porta, che resta di faccia a quella della ricamatrice, leggesi un altro piccolo cartello in ottone, dove  scritto
T. Allopius, Semplicista greco (135) -
La fantesca ha dato l'olio al pavimento: ha levato le fodere di cambry fiorito dalle seggiole e dal canap, coperti di un morans arancione: ha spolverati diligentemente i mobili, lo specchio e il marmo della consoli (136).
Nel salotto vi sono due quadri: uno di questi rappresenta (almeno cos lo spiega la Sandrina) il malaugurato episodio di Venere e di Marte, acchiappati alla rete dal geloso Vulcano.
La pelle-viva dei due delinquenti  di un carnicino cos rosso ed acceso, che somiglia molto alle maglie elastiche dei ballerini e dei saltatori di corda. Il pittore poi, o sia ignoranza di studi mitologici o scappata di cervello bislacco (sono cos matti questi benedetti artisti... qualche volta) non si  fatto scrupolo di attribuire al Dio delle Armi due grandi fedine all'inglese e una zazzera di riccioli biondissimi, increspati e ravviati in modo, che pajono allora allora ripresi dal ferro d'un intelligente parrucchiere.
E Venere? Venere  pettinata  la Marquise: ha una camelia nei capelli, due buccole di corallo legate in oro finissimo agli orecchi: e in piedi (forse per dimenticanza) un pajo di stivaletti di marrocchino, bronzo-dor! (137).
E qui non importa aggiungere, come la illustre coppia riposi sopra un talamo di ferro fuso, con borchie d'ottone ai quattro colonnini: come la rete, la famosa rete, non si distingua affatto... tanto il pittore l'ha dipinta d'un filo sottile e impercettibile: e come in fine Vulcano, il gelosissimo marito, non faccia alcun'atto di presenza nel quadro, trattenuto forse altrove dalla vergogna o da qualunque altro plausibile motivo.
Ad onta per di questi piccoli e insignificanti anacronismi, il quadro non perde nulla della sua importanza mitologica: e soltanto colle sue inesattezze, viene a provarci una volta di pi che i pittori moderni, in generale, mancano di buoni studi, e che spesso si dimostrano ignari anche delle nozioni elementari del Dizionario delle Favole.
L'argomento dell'altro quadro  levato di peso dal canto XXVIII del Orlando Furioso. Alla prima occhiata si capisce subito che il Padre Avesani non ne sa nulla! (138).
Queste due tele dipinte a olio, stanno nella casa della ricamatora... come starebbe la frasca sulla porta dell'osteria.
Quando la fantesca ebbe finito di mettere in ordine il salotto, la Sandrina accomod le persiane e le tende delle finestre in modo che un omogeneo sbattimento di luce venisse a riflettere con bell'effetto sopra i due quadri appesi alle pareti.
Fatto ci, trasse dal seno un orologio d'oro; e guardatolo, disse fra s: Pu star poco ad arrivare. Quindi volgendosi alla fantesca:
Siamo intesi, eh?
La Marta accenn di s.
Non ho bisogno di dirti altro, continu la Sandrina, se battono all'uscio, aprirai sempre dalla parte di l. Finch lui sta in casa, non ci sono per nessuno, se venisse lei avvisami subito.
E le ragazze? domand la Marta.
Oggi  vacanza, soggiunse la Ricamatrice dandosi un'occhiata allo specchio. Per oggi il nostro pane ce lo siamo guadagnato. Siamo intesi: occhio, sveltezza e via. La Sandrina accompagn questa parola con un piccolo fischio.
La Marta usc.
Rimasta sola, la Sandrina si pose a spiegare un pezzo di velluto, colore orecchio-d'-orso, che ella teneva rinvolto dentro un fazzoletto di seta (139).
Sar un magnifico cappello! poi grid, lasciandosi vincere da una specie di allegrezza infantile. E questa spesa, s'intende bene, che la metto nel conto a parte, fra le spese traverse, e alla fine del salmo la deve pagare quello spiantato dell'illustrissimo signor Marchese.
La Sandrina era una donna pi vicina ai cinquanta che ai
quarant'anni. La sua fisonoma serbava tutti i tratti d'una bellezza declinante, e osservata di primo acchito, attraverso alle rughe incipienti dell'et
e ai danni della biacca e del rossetto, si sarebbe detta una bella testa di Paolo Veronese o di Tiziano, sulla quale il tempo avesse chiuse le tinte e sparsa una patina giallognola: e i di cui contorni regolari e ben disegnati fossero stati falsificati e traditi dalla mano inesperta di qualche restauratore-imbianchino.
A seconda delle persone, con le quali aveva da fare, e delle diverse circostanze in cui si trovava, la Sandrina sapeva prendere un carattere analogo e conveniente, ed ora faceva l'accorta e la-furbona, ora l'ingenua e la paurosa, ora si mostrava fiera, superba, indipendente, ora compariva povera rifinita, scendendo a pigolare una moneta per pagare il fornajo, o pochi paoli per levare un abito di pegno.
La campanella della porta a sinistra dette un leggerissimo colpo.
 lui! disse la Sandrina: e aperto l'uscio a spiraglio, messe prima il capo fuori per sincerarsi.
Son io! disse Stanislao.
Psiii! fece la Sandrina, mettendo una mano sulla bocca del giovine Marchese.
Cos' stato? domand questi, non sapendosi render conto di tanta cautela...
Silenzio, per...! soggiunse l'altra, con una ghigna sinistra, non siamo mica in mezzo alla strada. E cos dicendo, richiuse lentamente la porta, senza far colpo.
Stanislao entr nella stanza in punta di piedi, rattenendo perfino il fiato.
Le donne del genere della Sandrina ostentano sempre un
grand'apparato di circospezione e di mistero:  questo il loro modo d'imporsi e di darsi importanza;  il loro lato di ciarlataneria, come lo  per l'oratore,
il soffiarsi il naso prima di incominciare la cicalata, e per il pianista lo scorrere due o tre volte tutta quanta la tastiera, avanti di attaccare il tema della variazione.
 arrivata? domand Stanislao sottovoce e con vivo interesse.
Ancora no: ma verr! riprese la Sandrina con tuono abbastanza brusco.
Le gote del Marchesino erano accese d'un vermiglio inusitato.
Ehi dico! salt fuori la Sandrina, con aria arrogante! badiamo bene: prudenza e lasciarsi regolar da me. Non facciamo scene; chi
va piano va sano, e rammentiamoci che Roma non fu fatta in un giorno.
S'intende! disse Stanislao.
Per oggi, riprese l'altra, bisogna contentarsi di vedere se la carta mette colore... (140).
Son qua ai tuoi cenni !
Cos va bene! continu la Sandrina, pigliando un tuono pi dimesso, perch vi conosco vo' altri signori: siete avvezzi colle Contesse, colle Marchese, colle Principesse; e credete che con tutte le donne si possa arrivare a farsi intendere alla prima e in quattro e quattr'otto: ma quelle sono persone educate e perbene e capiscono facilmente la ragione e i termini del dovere, ma queste ciarpine,141 queste figlioluccie, queste ragazze di bassa strazione son tutt'un'altra cosa. A vederle, e a sentirle discorrere, le pajono addimesticate e alla mano, ma poi mettile alla prova... e' le son dure e ostinate come muriccioli. Avanti di smontarle da quei loro pregiudizi e da quelle loro massimaccie che hanno proprio nel sangue, ci vogliono gli argani e... bisogna adattarsi a prendere la lepre col carro (142).
Sono le undici e un quarto! disse il Marchesino nojato della predica, e il fissato era per le dieci.
Se lei ha furia, quella  la porta, soggiunse la ricamatrice con modo sgraziato.
Ho capito: questa mattina tu hai un diavolo per capello.
Ci sono le sue ragioni, replic l'altra che in quel momento rappresentava la parte della donna inviperita e agitata.
Cosa ti  accaduto?
Cosa mi  accaduto, eh? La s'immagini che quel boja di padrone di casa avanza da me cento lire sulla pigione degli ultimi sei mesi. Gli avevo fatto dire che l'avrei pagato quest'altra settimana: stamani mi manda qua il suo facitore colla ricevuta bell'e fatta, come se le cento lire le potessi andare a cogliere nell'orto.
E cos?
E cos, gli ho detto che l'avrei pagato pi tardi.
E il facitore?
E il facitore  sempre di l nel salotto e non vuole andarsene senza denaro. E per l'appunto  un ficcanaso, uno di quei braconi, di... Insomma v' chi dice, perfino, che soffia nella pappa! (143).
Alla larga!
 vero, riprese la Sandrina, che me non mi pu fare n papa n cardinale, perch, non faccio per dire, quei signori di su, per loro bont, mi vogliono bene... e sanno di che panni vesto. Gi, o prima, o poi, l'innocenza la viene a galla, ma l'esser portati per bocca, non piace a nessuno, e tanto meno a chi ha un po' di reputazione da perdere, dico bene?
Il Marchesino cap che tutto questo sproloquio si riduceva ad una formula pura e semplice per cavargli di sotto un altro cento di lire, e stette duro.
La Sandrina continuava a passeggiare per la stanza, abbozzando di tanto in tanto qualche bestemmia a fior di labbro e dimostrando un'agitazione febbrile.
E se ora arrivasse la ragazza! con quel rompistivali di l! Oh! sa un po' come l'? io non voglio trovarmi in impicci. Mi preme anche a me la mia reputazione, e l'onore non si trova in mezzo alla strada.
In questo mentre fu bussato alla porta.
Eccola!  lei! disse la Sandrina, mettendo l'occhio al buco della serratura.
Stanislao si alz dalla poltrona, commosso da una certa tal quale agitazione, come un novizio che si trova per la prima volta a un convegno amoroso.
Apri! disse Stanislao alla ricamatrice.
Se fossi matta! con quel bracone nella stanza di l! Non li faccio questi pasticci, io.
Dunque?
Dunque, chi l'ha da mangiare, la lavi. Per me, fuori mi chiamo. Tutt'al pi, posso dire alla ragazza che ritorni domani o doman l'altro.
Apri, apri ti dico! ripigli sottovoce, ma con bizza, Stanislao.
Ehi cosinol non facciamo mosse: in casa mia, comando io! (144). disse la Sandrina con una ghigna sinistra da mozzare il respiro, e and risoluta sul viso del Marchesino.
Questi non rispose: ma piegandosi colla persona, messe l'occhio alla serratura, e vide il profilo della bella fanciulla.
Allora, preso da un mezzo capo-giro, si cav il portafoglio di tasca e consegn alla Sandrina un foglio di 100 lire, senza profferir parola,
Ci voleva tanto? mastic fra i denti la ricamatrice: e tir il paletto.
...
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...
Capitolo 11.
...
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...
Un pajo di stivaletti (145).
...
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...
Una bella giovanetta, sui sedici anni, vestita di roba da sei crazie il braccio (146), ma pulita, linda ed anche un tantino elegante, entr nella stanza, tutta leggera e ballettante, come una gazzella.
Scusi sa, fanciullina, le disse la ricamatrice, se l'ho fatta aspettare. Ero in camera che facevo dei conti. Marta! Marta!
La fantesca si present sull'uscio.
Prendete questo foglio di cento lire e datelo a quella persona che  di l. Non vi scordate la ricevuta. Quest'ultime parole furono accompagnate da un piccolo segno di capo: e la Marta, che aveva studiato i rudimenti della mimica applicata alle burlette di famiglia, afferr il gergo e rispose:
Ho capito! E usc.
Ecco il velluto per il cappello, disse la Sandrina, tornando verso la modista (147). Badiamo bene: voglio un cappellino elegante e d'ultimo gusto. Alla guarnizione e ai nastri, ci pensi lei. Intanto queste sono dieci lire per le spese che le possono abbisognare.
La fanciulla rinvolt in un fazzoletto il velluto e ripose le dieci lire in un piccolo portamonete (vuoto) che lev di tasca.
Non se ne offenda, sa, continu la ricamatrice, se le anticipo questo accontino: si sa, le ragazze, e specialmente le ragazze oneste, sono sempre un po' corte a quattrini.
Quindi si volse a Stanislao, che restava mezzo nascosto nel fondo della poltrona, e gli disse.
Vede, signor Marchese: questa  una brava ragazza, e per il mestiere ne sa cento volte pi della sua maestra. Ma ancora non ha nome: e il nome  tutto.
La fanciulla si volt, e in quell'individuo mezzo-nascosto nel fondo d'una poltrona riconobbe (non senza una piacevole sorpresa) il giovine signore che pi volte l'aveva pedinata fino alla scuola, e che pi volte si
era provato a fermarla per la via, col manifesto intendimento di parlarle d'amore... o d'altro.
La Giulia non se lo voleva confessare; ma il suo amor proprio era rimasto grandemente soddisfatto, nell'apprendere che quel giovine era un titolato, era nientemeno che un Marchese!
Lasci fare a me, continu a dire la ricamatrice, ci sono tre o quattro signore di mia conoscenza che si trovano poco contente della loro modista: voglio che si servano da lei. A proposito, quando me lo riporta codesto cappello?
Sabato di quest'altra settimana, rispose la fanciulla.
Come? fra otto giorni? disse la Sandrina dando un'occhiata di traverso al giovine Marchese.
Voglio fare un lavoro che possa restarne contenta.
Quand' cos, non dico altro: la ragione  buona e mi persuade.
Stanislao, a queste parole, pest il piede della Sandrina, la quale,
facendo finta di non aver capito, seguit:
Un'altra cosa; e il nastro quando me lo porta a far vedere?
Appena che l'avr staccato. Anche domani.
Domani? benissimo: e a che ora?
Verso le undici.
Badiamo: non pi tardi delle undici. Altrimenti farebbe il viaggio a vuoto. Dopo le undici, ho bisogno d'uscire.
E qui la Sandrina dette un'altra occhiata al Marchesino.
In questo frattempo, la modista fece l'atto di congedarsi e di andarsene.
Come ! disse la Sandrina, ci lascia cos su due piedi? non vuol nemmeno darsi una scaldatina? E perch non si accosta al camminetto? Animo, animo Giulietta... Giulietta, dico bene?
Ai suoi comandi, rispose la fanciulla, avvicinandosi al fuoco.
Giulietta! mi piace questo nome! (148). continu la Sandrina. Si chiama cos anche la mia figlia maggiore che ho nel Conventino di Ripoli.
Stanislao, a questa scappata, si port il fazzoletto alla bocca, per soffocare un sogghigno insolente.
E perch non si leva il cappello?
Grazie, disse la Giulia.
Non faccia complimenti, per carit: tanto, a stare col suo comodo, si spende lo stesso in casa mia.
La modista non si lasci ripetere due volte l'invito. Ella sapeva di poter mostrare una prodigiosa chioma di capelli castagni scuri, i pi bei capelli della cristianit! (come le aveva detto un giovine avvocato, mentre un giorno le pass daccanto per via Calzajoli).
I capelli erano tutto il suo orgoglio, tutta la sua nobilt, tutta la sua dote. Avvolti a tre o quattro giri sulla testa in larghe e lucidissime trecce, presentavano un volume cos vegeto ed abbondante, che avrebbero destato la meraviglia in qualunque paese, e che, a maggior ragione, dovevano destarla in Firenze, dove i capelli sono diventati una rarit, un articolo di lusso, e dove le donne, per averne moltissimi e belli, sono il pi delle volte costrette a comprarseli dal parrucchiere, a prezzo d'affezione.
Che magnifici capelli! disse la Sandrina, ma sapete, Marchese, che la Giulia, veduta cos senza nulla in capo,  una gran bella ragazza! Guardate un po' se, di profilo, non si assomiglia alla Venere di quel quadro?
E la ricamatrice accenn il quadro.
La Giulia, che fino allora non si era occupata n punto n poco delle pareti della stanza, alz gli occhi e li riabbass velocemente, come se fosse stata colpita da un reflesso di sole. Un leggerissimo rossore le si diffuse su tutto il viso.
La ricamatrice not l'atto della fanciulla, e guard il Marchesino, come per dirgli: Non  nulla: tutte, sul principio, fanno cos!
Sfido io, esclam Stanislao, se fra le nostre signore di Firenze, si pu trovare un tipo cos grazioso e distinto come questo! Che Contesse! Che Principesse! Eccolo qua il vero sangue: eccola qua la vera bellezza fiorentina! E cos dicendo, accenn la fanciulla, la quale non pot a meno di rispondere al complimento con un cortese sorriso di compiacenza.
La Giulia, come accade di tutte le ragazze della sua et e della sua condizione, ambiva grandemente a sentirsi lodata, e in particolar modo da quelle persone che ella reputava d'una sfera superiore alla sua.
Guardate che belle manine! sono le mani di una badessa, disse la Sandrina, prendendo per le mani la giovine modista.
La regina Vittoria ne avrebbe invidia, soggiunse il Marchesino, prendendo anch'esso una mano della fanciulla e accarezzandola con visibile volutt (149).
La ragazza, accortasi di ci, fece l'atto di ritirare la mano: ma la Sandrina che, come suol dirsi in vernacolo furbesco, aveva mangiato il tempo (150), dette sul braccio a Stanislao, dicendoli a viso tosto:
Ehi signorino! gi le mani: in casa mia le ragazze oneste non si toccano.
Neppure per la mano? domand il giovine.
Neppure per un dito! replic con tutta sostenutezza la ricamatrice: poi, volgendosi alla ragazza, continu:
E il piede? vogliamo vedere anche il piede, non  vero Marchese?
Se corrisponde alla mano, disse questi, non pu esser'altro che un piedino spagnuolo! (151).
La Giulia si turb un momento! Quella stessa che aveva mostrato i suoi capelli e le sue mani con tanta facilit, e, bisogna pur dirlo, con tanto intimo compiacimento, adesso si buttava a far la ritrosa, e dava a capire che non avrebbe desiderato di mettere il suo piede a mostra.
Animo, animo, lo vogliamo vedere! insist la ricamatrice.
No, no! replic vivamente, sorridendo e corrucciandosi al tempo stesso, la fanciulla, oggi no: un'altra volta!
Oggi, oggi, subito!ripresero a-due la Sandrina e Stanislao.
La Giulia torn a negare, e fece atto di opporsi risolutamente.
Allora la Sandrina, dandosi il garbo d'una ragazzetta in vena di ruzzare, si chin per tirare indietro il vestito della modista: e tanto seppe dire e tanto seppe fare, che finalmente, dopo una breve lotta, il piede fu costretto a comparire alla luce.
Bellino! grazioso! esclam il giovine entusiasmato.
Peccato che sia chiuso dentro una scarpa di vitello, riprese subito la ricamatrice con atto di disgusto. Che brutta scarpa! Come mai una giovanetta bella ed elegante, come la Giulia, non porta gli stivaletti, eh?
A queste parole, le gote della fanciulla si tinsero di un acceso vermiglio. Quel rossore indicava apertamente il vero motivo, per cui la Giulia si era rifiutata con tanta ostinazione a mostrare il suo piede.
La scarpa era la sua disperazione! Era l'unico dispiacere che avesse provato in questo mondo!
Nata di poveri genitori, e costretta col suo piccolo guadagno a soccorrere la indigente e numerosa famiglia, la giovine modista non avea mai potuto mettere tanto insieme da comperarsi un pajo di stivaletti.
Lo stivaletto era il suo sogno dorato! Era l'ideale della sua esistenza.
Bisognerebbe disconoscere affatto la indomabile vanit delle donne in generale, e quell'ambizioncella ingegnosa, irrequieta delle giovani modiste in particolare, per non sapersi render conto di questa ardente aspirazione allo stivaletto e di questo odio implacabile e poco cristiano verso l'inelegantissima scarpa di vitello.
Lo stivaletto (mi diceva un giorno una ballerina di mezzo-carattere) lo stivaletto  la pi bella istituzione del secolo decimonono!
Quando le donne fanno tanto da inalzare una calzatura fino alla potenza d'istituzione sociale (152), allora si rende inutile sprecar del tempo e della carta per dimostrarne l'eleganza, la comodit e perfino i benefizi igienici che porta seco.
La Giulia, ad onta della vivacit naturale del suo carattere, era rimasta visibilmente confusa, e mortificata. Non aveva coraggio di alzar gli occhi!
Ma ben presto alla vergogna successe la bizza, il dispetto. Maledisse in cuor suo a tutte le scarpe di questo mondo, a chi le invent e a chi le portava. Anzich farsi sorprendere con quell'odiatissima calzatura in piedi, avrebbe preferito piuttosto che le avessero scoperto uno strappo nel vestito, un segno di brace nella faccia, una calza di tutt'altro colore che bianca.
Per, a scusare in parte tant'ira e tanta confusione, non sar fuor di luogo notare come tutte le compagne di scuola della Giulia portassero gli stivaletti: e come la Giulia soltanto ne fosse senza. Le amiche (cosa sono le amiche per queste finezze!) la mortificavano continuamente, canzonandola dalla mattina alla sera su questo tasto, coll'intendimento forse di farle scontare per siffatto modo un gran peccato, il peccato, cio, di essere essa la pi bella di tutta la scuola ( questo una specie di crimenlese, nei sodalizi femminini:  un delitto senza amnistia!)
Spesso accadeva che nei loro litigi e nei loro pettegolezzi, quando volevano darle un'insolenza forte, una impertinenza da passarle il cuore e da farla piangere a grossi lacrimoni, la chiamavano col soprannome avvilitivo di Scarpetta (153.
Animo, Marchese, disse la Sandrina, la quale non aveva mancato di prendere appunto per filo e per segno della confusione e del dispetto della fanciulla, voi che avete tanti quattrini, e che non sapete come spenderli,
fate un regaletto alla Giulia: comprateli un pajo di questi stivaletti.
Anche due paja, anche dieci, anche venti, anche cento! soggiunse l'altro, in uno scatto di foja generosa.
Mi meraviglio! riprese con fierezza la giovanetta. Io non prendo regali da nessuno!
Cosa c' di male? chiese la Sandrina. Un regalo non toglie mai l'appetito.
No! no! insist la Giulia.
Oh! a proposito, grid la ricamatrice, stamattina il mio
calzolajo mi ha portato a mostra quattro o cinque paja di stivaletti, ultimo modello. Sono una vera galanteria; paiono lavorati col fiato. Ehi! Marta! Marta! datemi qua quelli stivaletti che sono sul tavolino della mia camera.
E la Marta, che si aspettava da un momento all'altro questa chiamata, comparve in sala e deposit sulla tavola diverse paja di questi eleganti capolavori di calzoleria.
A quella vista, la debole virt della giovanetta cominci a vacillare.
Guardate questi, disse la Sandrina presentandogliene un pajo.
Mi sarebbero grandi ! replic la fanciulla, piuttosto quest'altri mi anderebbero bene. Paiono fatti per il mio piede.
E perch non ve li provate?
La modista, al lusinghiero invito, fece una piccola smorfia, che tradotta in lingua parlata, significava: me li proverei tanto volontieri!
Su via, disse la Sandrina, con tuono un po' brusco, meno fichi, e vediamo se vi tornano bene (154).
Oimmei! la natura umana  un rebus indecifrabile. Oggi la vedi resistere vittoriosamente ai terribili colpi della fortuna, e alle violenti minacce della prepotenza: e domani, quella stessa natura, che gi ti apparve di accjaio e di bronzo durissimo, ti diventa molle, fragile, cedevole, come un filo d'avena, e trema e si commuove e si piega vilmente fino a terra, fino a lordarsi di fango, per lo spirare dell'alito leggero d'una ambizioncella, per il soffio appena sensibile d'una tentazione puerile!
La Giulia fece proposito di provarsi uno stivaletto soltanto! Vano proposito!
Provato il primo, fu trascinata da una forza segreta, irresistibile a infilarsi anche l'altro.
Quando li ebbe calzati tutti e due, il Marchesino la prese per la mano,
e fissandola in faccia con un pajo d'occhi fra stupidi e appassionati, le disse balbettando:
Giulietta, mia bella Giulietta... voi possedete due graziosi piedini andalusi. Sarebbe davvero un peccato di vederli sformati dentro un vilissimo pajo di scarpe di vitello. Giulietta fate a modo mio: fate a modo della Sandrina: tenetevi codesti stivaletti, ed abbiateli come un poverissimo ricordo di una persona... che vi vuol bene.
Durante questa breve allocuzione, il cuore della fanciulla batteva violentemente: la sua testa era confusa: i suoi sguardi si aggiravano incerti e smarriti qua e l per la stanza.
Un presentimento vago, indefinito, una voce intima e intelligibile, che moveva dal fondo di una coscienza pura, le andavano dicendo di rifiutare quel regalo, e di rimettersi le sue povere scarpe di vitello.
Doloroso contrasto! sentiva di non far bene, e non sapeva distinguere in che cosa consistesse la colpa.
Dall'altro canto, il sogno della sua vita era vicino ad avverarsi. Finalmente le compagne di scuola avrebbero finito di mortificarla: finalmente avrebbero cessato di chiamarla coll'odiatissimo soprannome di Scarpetta. Ai cattivi tempi, alle giornate piovose, anch'ella avrebbe potuto alzare il suo vestito pi del bisogno (come fanno tutte le donne che sanno di possedere un pajo di tibie pi o meno greche) e mostrare impunemente i suoi piccoli piedi calzati da un elegante stivaletto.
Vi fu un momento di angosciosa oscillanza!
La vergogna, la confusione, l'irresolutezza erano visibilmente dipinte sul viso della fanciulla. La sua fisonoma rivelava tutta la lotta stranissima, che dentro di lei si operava: le sue mani agitate da una specie di tremito convulso, tormentavano macchinalmente la cocca di un lungo nastro pons, che dal cappello le scendeva sul petto.
Finalmente, non parendo suo fatto, si tir indietro della persona, e torn a guardarsi di nuovo la punta degli stivaletti che aveva in piedi... poi dette un grosso sospiro, quasi volesse liberarsi per forza da un vampiro che le stava sullo stomaco.
Fu quello un momento solenne! Fu la crisi d'un'anima ancora innocente.
Dopo pochi minuti, la Giulia usciva dalla casa della Sandrina! La sciagurata, vi aveva lasciato le sue povere scarpe di vitello! (155).
...
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Capitolo 12.
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Il Domin misterioso.
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Quantunque si trattasse di lividi e di ammaccature, come diceva Maestro Andrea, nonostante Miloro, contro ogni sua prevenzione, dov restare in casa del vecchio popolano ancora per una diecina di giorni.
Una febbre violentissima, di carattere bilioso, lo aveva inchiodato nel letto.
 inutile stare a dire, come durante il tempo della malattia, Maestro Andrea e Braccio-di-Ferro gli usassero continuamente tutte quelle cure, che avrebbe ricevuto un figlio dal padre, un fratello dal fratello.
Bisogna pur dirlo: non  piaggera di tribuno; non  scappata drammatica, per chiamare l'applauso della platea e del lubbione (156); ma gli  un fatto evidente anche a coloro che chiudono gli occhi per non vedere, che in mezzo a questa nostra societ, vicina al secondo stadio di putrefazione, in mezzo a questa corruzione universale e contagiosa, l'unica cosa che, quasi per miracolo, sia rimasta illesa e sincera,  il cuore del popolano,  il cuore della gente minuta.
 (Preghiamo il nostro lettore a non voler confondere il popolano e la gente minuta con quella schiuma che pullula quotidianamente dall'idiotismo pervertito e dall'ozio indigente).
Molti amici vennero a trovare l'ex-ufficiale, nel tempo che egli dov restarsene in casa di Maestro Andrea. Fra gli altri, si faceva notare per la sua frequenza, per l'originalit delle mosse, e per la miseria caratteristica dei suoi abiti, un certo individuo che rispondeva al nome di Astorre (157).
Ecco, in poche parole, come qualmente avvenne che Miloro e Astorre si riscontrassero in Firenze.
L'ex-ufficiale di marina, passando una sera di Borgognissanti, la curiosit lo costrinse a fermarsi dinanzi alla porta d'una bottega, dove era radunato un nuvolo di gente.
Veduto che si trattava di ciarlatani e di saltimbanchi, stava per andarsene, quando a un tratto una voce, a lui nota, grid fra la folla:
Miloro!
Chi mi vuole? disse l'ex-ufficiale voltandosi a secco.
Astorre!
Come! Astorre, sei tu? veramente tu?
Son'io, in carne e in ossa: anzi pi in ossa, che in carne.
Una figura secca allampanata, miserabilmente vestita, con un cappellaccio unto e sgualcito in testa, e con un soprabito verde-bottiglia indosso, si present, a guisa di un fantasma evocato in virt di magia, agli occhi dell'attonito Giovanni.
Come mai per queste parti? sono pochi mesi che ti vidi a Boston...
Nulla di strano: le montagne, dice il proverbio, stanno ferme e gli uomini camminano (158).
E il Dottor William?
L'ho lasciato a Boston, a imbrogliare il prossimo. Non ne potevo pi: dopo ventitr anni d'esilio, avevo una sete di rivedere il mio paese... una sete! (159).
E come te ne sei venuto?
Me ne son venuto in qualit di suonatore di Clarinetto, con un certo lestofante chiamato di soprannome Lesina, il quale viaggia il mondo, facendo vedere un Nano Misterioso (160).
In questo mentre si udirono alcuni colpi di grancassa.
Un uomo vestito di un cappotto di pelle di capra con una faccia segnata di una cicatrice che gli traversava diagonalmente la gota sinistra, e con una lunga capellatura all'Assalonne (161), che gli scendeva, tutt'unta e disordinata, per le spalle, comparve sulla porta della bottega, che serviva di teatro all'esposizione del Nano.
Per mezzo di uno scudiscio, che teneva in mano, allontan la folla dei ragazzi, che si accalcavano all'intorno (162); quindi con una voce stentorea e rantolosa, cominci a gridare a piena gola (163):
Rispettabile pubblico ed inclita guarnigione dell'uno e dell'altro sesso (164).
Essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, mi son voluto procreare il bene, il piacere, l'onore e il vantaggio di presentarvi davanti agli occhi un noto nano sconosciuto finora in questi paesi e del quale forse
avrete veduto il compagno ma non gi il simile. Esso nasce da un padre di statura grande e da una madre parimente piccola. Non vi star qui a far menzogna delle sue primizie giovanili n delle difficolt da me soppressate per comprenderlo e conquistarlo nelle gelate pianure della Zona torrida, mentre di montagna in montagna stava pascolando la sua greggia composta di enormi pesci cani; ma procediamo da ci e per non intrattenerci pi a lungo io passo alla vera e legittima rappresentazione. Avanti, avanti signori, si va subito ad incominciare per maggior comodo e distruzione di tutte le persone che sono dilettanti dello straordinario nanismo. Osserverete, o miei rispettabili auditori, quanto selvaggiume trasudi dai suoi occhi, conciossiacosach essendo a me riusciti vanitosi tutti i mezzi per addimesticare quest'uomo al barbaro vivere dei popoli civilizzati, ho dovuto ricorrere all'affabile e nobile mezzo della frusta. Ma ogni mia gentilezza, invece di farmi da lui benvolere, me ne ha cattivato maggiormente l'animo. Esso  ghiottissimo del tabacco e lo prende nel naso e nella bocca, che a chi lo crede  incredibile. Parla la lingua dei cedri del Libano, lingua che io bene intendo, parlo, ma non capisco e nella supposizione che neppure le signorie Loro la intendano, lo faremo ragionare nel forestiero idioma dei suoi paesi. Balla magnificamente nel suo dialetto, cosa che gli procur dal gran Turco la regalia di un orologio d'argento vivo incrostata di pietre preziose pescate nel mar Caucaso. Non vi star qui a far menzogna di quanto sia ampia la sua capacit cerebrale, io solo e null'altro, lo so; io solo, o signori, che seguendo il sistema di Galles (155) ho anatomizzato la sua testa e vi ho trovato una piccola Cartagine ossea sporgente in dentro, che la stessa facolt medicea di Parigi riconobbe esser quello il bubbo obbocchio (166) della matematica solida e della geometria liquida. Un solo esempio estemporaneo gi dal mio nano lungamente studiato ci rischiarer meglio il proposito. Al mio Ali Bab (poich questo  il suo nome) (167) proporremo un problematico assioma, e voi potrete conoscere quanta facilit egli abbia nell'eliminarlo. Dato un bastimento della lunghezza di 280 piedi, della larghezza di 120, della capacit di 180 cavalli, e della forza di 500 tonnellate, coll'albero maestro che sia alto 432 piedi, si domanda quanti anni avr il suo Capitano. Inoltre: Si domander qual differenza passa fra il timor panico e il peso specifico. E come se la dissoluzione di questi plobemi fosse poco, sappiate che il mio nano tira magnificamente di scherma ad arme bianca e in tutti i colori; una volta con un fioretto a fulminante interpolandosi in una
dissenteria insorta fra i suoi concittadini, esplose una sola botta ed uccise ambo i quattro i coorissanti. Daremo termine a questa diurna serata con un assalto di fioretto, ultimo esperimento che ho l'onore di posporre ai vostri rispettabili occhi: e non essendomi ancora riuscito a cagione della mente lebile del mio nano ad insegnarli un complimento nella lingua fiorentina, lo faremo prendere cognato da voi col canto della ballata tartara che porta per titolo Pi-runna, Nucca, Dardan ossia la battaglia dei Pirenei contro le Termopoli, e col ringraziandoli, ho l'onore di presentare a questo colto pubblico, cavalieri, e dame, la perifrasi della ballata tartara tradotta in lingua fiorentina del paese. Spero che vorrete favorirmi anche doman l'altro sera al diurno serale trattenimento: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora, invece di doman l'altro sera, il trattenimento sar posticipato a domani mattina. Intanto passino dentro, o signori, e vogliateci accordare un benevole compatimento per i nostri involontarj errori.
Terminata questa orazione paradossale, il ciarlatano riprese a battere nella gran-cassa.
Spero di rivederti! disse Miloro al suonatore di Clarinetto.
Forse non mi riconoscerete fra qualche giorno!
Perch? domand l'ex-ufficiale.
Perch, fra qualche giorno, questa buccia di povero sar convertita nella pelle lucida d'un signore.
Aspetti qualche eredit?
Nemmeno per ombra. A suo tempo vi racconter il mio avvenire. Per ora non avrei da darvi che una notizia, una gran notizia...
Quale?
Innanzi tutto; come state di spirito?
Ottimamente.
E di salute?
Come un pesce nell'acqua (168).
Allora posso parlare liberamente.
Miloro non batteva palpebra. Tutto questo preludio gli cagionava una strana agitazione.
Sapete voi, continu il suonatore di Clarinetto, chi ho veduto a Firenze?
Chi? domand Miloro, facendosi bianco, quasi indovinasse la risposta.
Ma voi vi sentite male!
Parla, parla in nome di tutti i tuoi morti, grid con voce soffocata Giovanni, afferrando per il collo il suonatore di Clarinetto.
Se voi mi strozzate, non saprete nulla.
Parla ti dico.
Voi cercate Ruggiero Draconi?
Crocediddio! sarebbe egli qui?
Qui.
Dove abita?
Non lo so.
Come si fa chiamare?
Non lo so.
Ma  lui, proprio lui?
Come io son io, e come voi siete Giovanni Miloro.
Sta bene! Domani passa da me: eccoti l'indirizzo della mia casa.
In questo punto, si ud la voce del ciarlatano che gridava:
Astorre ! Astorre !
Adsum! disse questi (169).
Che ti pigli un fulmine nell'occhio destro, dove ti sei ficcato? Questa sinfonia comincia o non comincia?
Il suonatore di Clarinetto lasci in tutta fretta l'ex-ufficiale dicendoli:
A domani.
Quindi, fattosi largo fra i ragazzi e la marmaglia, mont sullo scalino della bottega: e l, imboccato il suo strumento, cominci una fantasia cos stridula e dissonante, che faceva arrugginire i denti e sanguinare le orecchie del rispettabile uditorio.
Il giorno dopo, Miloro ricev dalla posta una lettera pressantissima dalla sua Casa di Nuova York, con ordine di recarsi immediatamente a Bastia, per ivi sistemare alcuni affari della pi grande importanza.
La lettera non ammetteva indugio: ond'egli non ebbe altro tempo che quello di fare allestire la sua valigia, e di rendere avvertito il Bifronti della sua momentanea assenza.
Quando credi di tornare? gli chiese l'Avvocato, con viva premura.
Non lo so: ma subito che mi sar possibile.
E per l'ultima sera di Carnevale?
Far in modo di trovarmi in Firenze.
Ci conto, disse l'altro. Mancandomi il tuo braccio, e la tua energia, dubiterei dell'esito... A parole, tutti son buoni: quando poi siamo al fatto...  l che i leoni mi diventano conigli.
Ho gi preparato in casa il domin col segno convenuto...
Basta cos: io conto sopra di te, come sopra il mio braccio destro.
Giovanni, tornato a casa, trov Astorre che lo attendeva: e concert
con lui il dove e il come si sarebbero ritrovati l'ultima sera di Carnevale.
Poi chiuse ermeticamente la finestra e la porta della sua camera, non volendo che altri della famiglia potesse andare a frugarvi (avendovi lasciate molte carte gelose e compromettenti) e in tutta fretta part per Livorno.
Fra le lettere di raccomandazione che Miloro aveva portate d'America, ve n'era una per un rispettabile negoziante di liquori il signor Achille Roccastrada (170).
Questa buona pasta d'uomo cominci a dimostrare la sua premura a Giovanni, col proporgli per abitazione l'elegante quartiere d'una bella casa che egli possedeva di l d'Arno.
E Giovanni vi si era accomodato di buonissima voglia.
Le stanze da lui abitate restavano nella parte interna della casa, e la finestra della sua camera corrispondeva sopra una lunga successione di giardini, che stendendosi fino alle mura, rammentavano tutte le delizie di una aperta e ben coltivata campagna.
La prima notte che Miloro dorm nel nuovo quartiere, ad onta della stanchezza e del sonno che l'opprimevano, si sent destato di buon'ora dalla vibrazione improvvisa d'una musica non molto lontana.
Siamo giusti! un povero diavolo che non metta grande importanza a vedere spuntare il sole, non pu coscienziosamente gustare un Pleyel o un Erard di prima forza, che vengano a interrompergli il sonno pi bello delle ore mattutine, collo scatenargli nelle orecchie un valtzer o una galopp.
Mentre Miloro si disponeva a maladire tutti gli strumenti in generale, e tutti i pianoforti mattutini in particolare... la galopp cess.
Cessata la musica strumentale, dopo pochi momenti di dormi-veglia, il giovine fu riscosso da una musica vocale, che sembrava quasi modulata sotto la sua finestra.
Era una voce pura, argentina, d'un metallo quasi infantile, che cantava uno stornello di Schubert.
Giovanni stette in ascolto; quella voce a poco a poco gli messe
nell'anima una mestizia vaga, indefinita, come se improvvisamente gli avesse rammentato i giorni lontani della sua prima fanciullezza.
Infilatosi frettolosamente una veste da camera, Miloro si affacci alla finestra; e gettando gli occhi nel viale del sottoposto giardino, vide una graziosa giovanetta, la quale, seduta sopra un banco di pietra, stava fanciullescamente pettinando gli orecchi d'un bellissimo cane, che pazientissimo le appoggiava il capo sulle ginocchia.
Accortasi del giovine che si era affacciato alla finestra, la graziosa fanciulla si fece rossa in viso, come dicono che avvenisse di Diana (lasciando sempre la verit al suo posto) quando fu scoperta nel bagno dal cacciatore Atteone (171): e, gettata via dal suo grembo la testa del povero Azor, come avrebbe fatto d'un mazzo di fiori appassito, corse a rifugiarsi nello stanzone degli agrumi.
Superata per la prima sorpresa, Eugenia cominci a riprendere i suoi passatempi, senza curarsi n punto n poco del giovine che la stava osservando.
Intanto ogni mattina, il pianoforte suonava a martello: ogni mattina la voce della piccola cantante invitava Miloro a destarsi dai suoi profondissimi sonni.
Una certa curiosit infantile, scevra nei primi tempi da qualunque altro sentimento, spingeva Eugenia a lanciare di tanto in tanto un'occhiata rapida e dissimulata alla finestra della casa di faccia.
Ella non si era ancora occupata di notare se il suo vicinante avesse i capelli neri o biondi: gli occhi scuri o cerulei, la bocca piccola o grande, Yuomo, per lei, era stato un accessorio insignificante: due cose soltanto avevano ferita la sua fantasia, e provocato la sua curiosit, la papalina turca, ricamata in oro, che Miloro portava in capo, e la lunghissima pipa alla sultana.
Ma, ahim! egli  difficile che una fanciulla sui quindici anni, possa insistere per lungo tempo a considerare un grazioso e simpatico giovine unicamente dal punto di vista di una pipa alla sultana, e d'una papalina ricamata in oro!
Difatti Eugenia, cos gaja e spensierata, cominci, quasi senza avvedersene, a provare un certo rossore a voltare gli occhi verso la finestra del giovine vicinante.
Perch? la fanciulla stessa non sapeva indovinarne il
motivo; eppure, dice il proverbio, che abitudine fa confidenza: ma l'amore,  cosa notissima, si ride all'occorrenza di tutti i proverbi di questo mondo.
Non potendo dominare questa importuna vergogna, la figlia di Santa-Fiora aveva preso l'espediente di rinchiudersi nella sua cameretta, ed ivi, serrate a spiraglio le imposte della finestra, si poneva a guardare...
Per siffatto modo, ella credeva di vedere e di non esser veduta, a similitudine degli struzzi, che quando hanno nascosto il capo dentro un cespuglio, ritengono, da semplici che sono, di essere completamente celati agli occhi del cacciatore.
Ma questi piccoli e innocenti sotterfugi della giovinetta non sfuggivano al giovine Miloro, e, quasi a sua insaputa, gli accendevano in cuore la fiamma d'un purissimo affetto.
Esso aveva incominciato a guardare Eugenia con quell'amoroso interesse, che naturalmente ispira la bellezza accoppiata
all'innocenza, quest'interesse, in poco volgere di tempo, erasi convertito in simpatia, e finalmente venne un giorno, in cui a questa simpatia fortissima non mancava altro che il nome di battesimo, per potersi chiamare... Amore!
Miloro, uso nei primi tempi a uscir di casa la mattina, e a non tornare fino a notte avanzatissima, prese l'abitudine di fare anche fra giorno qualche visita alla sua camera, e particolarmente nell'ora del dopo pranzo.
Eugenia poi, dal canto suo, pareva che avesse imparato il momento in cui il vicinante tornava a casa, perocch, appena aperta la finestra, l'avresti veduta comparire o nel giardino o sulla terrazza di sala.
Un giorno Miloro manc. Trattenutosi dalla Contessa Emilia, torn a casa alle due dopo la mezzanotte.
Era melanconico, inquieto! Giunto in camera, apr la finestra, e i suoi occhi si andarono a fissare sulla persiana della camera d'Eugenia.
Ad un tratto, vide uscir fuori dagli spiragli una striscia di luce. Le imposte lentamente si aprirono, e dentro ai cristalli apparve il profilo della bella fanciulla.
Poverina! disse Giovanni commosso, ha voluto aspettarmi!
Dopo pochi istanti, l'imposte della finestra d'Eugenia si richiusero, e il lume spar.
Nei giorni successivi, i due giovani si vedevano continuamente alle ore solite. Eugenia non aveva cambiato in nulla, n per le sue abitudini n per il suo carattere giocoso e spensierato.
Appena che il giovine vicinante era uscito, ella riprendeva i suoi passatempi prediletti, e cantava e saltava, come se nessun pensiero le si aggirasse per la mente, come se fosse inconsapevole affatto di quanto succedeva nel suo cuore.
Quando per Miloro dov partire improvvisamente per Bastia, e che la finestra della sua camera rest chiusa per un seguito di lunghissimi giorni, allora, soltanto allora la figlia di Santa-Fiora s'accorse che l'amabile giocondit dei suoi giorni erasi dileguata invisibilmente come un leggero vapore, e che le polke, i valtz, il pianoforte, i fiori, Azor, e gli stornelli di Schubert non valevano punto a sollevarla da quella profonda tristezza, che le opprimeva angosciosamente lo spirito! Allora, soltanto allora sent, per la prima volta in tempo di vita, il bisogno di piangere: e chiusa nella solitudine della sua cameretta, quasi si vergognasse di confessare a s stessa il motivo di quelle lacrime, pianse dirottamente... amaramente... come piange una povera fanciulla che si crede abbandonata per sempre!
L'ultimo giorno di Carnevale, alle 9 di notte, Giovanni Miloro ritornava in Firenze.
Astorre lo attendeva sulla porta di casa.
C' una lettera per voi! gli disse la signora Malvina Roccastrada, la moglie del ricco negoziante di liquori (172).
Miloro apr la lettera: era l'Avvocato Bifronti che gli scriveva.
Mio caro amico.
Io sono l'uomo pi disgraziato della terra. Un destino nemico si diverte a perseguitarmi. Tu sai le speranze che io aveva accumulate per l'ultima sera di Carnevale: tu conosci l'ansia affannosa, con cui avevo atteso un momento s lungamente vagheggiato. Ebbene; il mio cattivo genio, quel cattivo genio che par che gioisca di un'allegrezza crudele, a contristare gli animi educati e cresciuti ai pericoli e alle imprese arrischiate ha disposto diversamente di me: e mi ha confitto nel fondo di un letto. In tanta amarezza, che mi circonda, un solo conforto, una sola speranza mi rimane: la speranza che tu possa tornare in tempo. In questo caso, debbo prevenirti che il nostro contrassegno non  pi l'ncora bianca; correvano voci fra noi che la polizia ne sapesse qualcosa: e qual maraviglia? la stirpe di Giuda  antica quanto il mondo, e finir colla consumazione
dei secoli. Invece dell'ncora bianca  stata adottata una stella rossa. Ci ti serva di regola: del rimanente, se io ti sapr a Firenze, se io potr contare sulla tua persona al Veglione della Pergola, mi sar men grave il doloroso ostracismo, a cui il destino mi condanna, e confider nel buon esito della nostra intrapresa...
Richiusa la lettera, Miloro corse in tutta fretta alle stanze del Comitato. L ebbe le istruzioni e la parola d'ordine per la serata. Ivi, fra le altre cose, i compagni gli rinnuovorono l'osservazione a proposito dell'ncora bianca che esso portava sul domin.
Miloro sorrise d'incredulit. Temerario, avventato, impetuoso di carattere, non sapeva farsi un'idea dei pericoli, ai quali si esponeva: anzi si sarebbe detto che riponesse un certo orgoglio a sfidarli apertamente, e a viso scoperto.
Fu vana ogni rimostranza: l'ex-ufficiale aveva addosso la febbre dell'entusiasmo: neppure un reggimento di cavalleria lo avrebbe spaventato!
Dopo mezz'ora, torn a raggiungere Astorre e insieme con questi (mascherato da Beduino) entr nel vestibolo del teatro della Pergola.
Gireremo tutto il teatro, frugheremo in tutti i palchi, e se c', lo troveremo! diceva Miloro con voce tremante dalla collera al suo compagno.
E se c', lo troveremo! ripeteva l'altro.
Ma, ripigliava l'ex-ufficiale, sei tu ben sicuro che sia lui?
Se ne son sicuro! metterei tutte e due le mani sul fuoco! Immaginatevi che lo sciagurato ha fatto di tutto per rendersi un altr'uomo, da quello di vent'anni fa; si  tagliata la sua lunghissima barba, che era solito di accarezzare con tanta compiacenza: si  coperto il viso colle cicatrici del vajolo: si  fatto crescere smisuratamente la pancia... ma invano (173). E pare che egli abbia scritto sulla fronte il suo nome e il suo delitto con un marchio di ferro. Fra gli altri connotati indelebili, gli  rimasto sotto l'occhio destro lo sberleffe di un colpo che esso riport all'universit di Bologna da un suo compagno.
A questo punto, Astorre si tacque all'improvviso e si volt verso la porta del teatro.
Eccolo!  lui! poi grid, ficcando gli occhi attraverso alla folla.
Il Cavaliere di Santa-Fiora entrava in teatro. La sua fisonomia era aperta,
lieta, sorridente, come quella dell'uomo felice, del buon-tempone, dell'epicureo galante (174).
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Capitolo 13.
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L'Osteria dell'Unione (175).
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Suonavano le 11 della sera e pioveva a dirotto.
 (Che il lettore non si meravigli se nel mio romanzo piove cos spesso: si rammenti che siamo d'inverno, e che l'inverno, a Firenze, non pecca mai di siccit, eppoi, che colpa c'ho io se per l'appunto quella sera pioveva?) (176).
Un legno di vettura, tirato da due cavalli che fumavano come panni-lani bagnati accanto al fuoco, travers il Ponte alla Carraja (177).
Giunto a met di via Chiara di l d'Arno, fece alto, e dall'interno smontarono due individui, uno grassoccio e senza congiunture, come una balla di cotone; l'altro mingherlino e flessibile, come un giunco di padule.
Aspettaci a pi del ponte, dissero i due al vetturino, e il legno torn indietro.
Intanto l'acqua veniva gi a secchie, come Dio la mandava.
Il Giunco di padule e la Balla di cotone (provvisoriamente li chiameremo cos) presero di sotto i tetti, e, fatti ancora venti passi pi innanzi, infilarono in una straducola traversa (178).
Ci siamo, disse il Giunco di padule.
Lausdeo! (179). borbott sottovoce la Balla di cotone, con voce di malcontento. Io son tutto bagnato come una lasca. Non mi dispiace tanto per me, quanto per il mio cappotto. Non l'avevo ancora rinnuovato!
In questo mentre erano giunti dinanzi all'antica Osteria detta
dell'Unione.
Prima di passar dentro, il Giunco di padule disse sottovoce al suo compagno:
Ehi; siamo intesi; io mi chiamo sir Iohn.
Ed io, Gustavo: ho capito. Ma che parte debbo rappresentare? (180).
Lasciatevi regolare da me.
La Balla di cotone non pareva troppo soddisfatta del modo di agire del suo compagno. Stette un momento in silenzio, poi domand:
C' nessun pericolo di compromettersi?
Nessuno.
Mi raccomando: abbiate carit della mia posizione... E... potrei almeno sapere come si chiama questa gargotta, dove mi volete tirare per il collo? (181).
Si chiama l'Osteria dell'Unione.
Dell'Unione? riprese l'altro, con aria spaventosa, non ci metto piede, io.
Perch?
Perch questo locale  preso di mira dalla polizia. Ci bazzicano, per il solito, dei capi sventati...
Ubie! ubie! disse il Giunco risolutamente: e afferrato il compagno per la ciarpa di lana che portava intorno al collo, lo tir per forza dentro l'uscio dell'Osteria.
L'Osteria dell'Unione (ora non esiste pi; l'hanno convertita in un magazzino di frutte secche e di civaje) (182) era, a quei tempi, una specie d'andito lungo e stretto, sulle cui pareti ricorrevano due ordini di palchetti gremiti di fiaschi.
Alcune tavole di legno grossolano, fornite di panche e sgabelli della medesima stoffa, costituivano tutto il mobiliare di quella localit.
L'Osteria dell'Unione era allora in grandissimo credito: e in
particolar modo, presso tutti gli amatori del vino schietto e generoso (come stava scritto a caratteri rossi sopra l'impannata della Taverna).
L'oste si chiamava Gigi di nome, e di soprannome Fringuello (183).
Immaginatevi un ometto, di statura mezzana, dall'occhio accorto e malizioso, e dai modi grottescamente civili.
Parlava volentieri di musica e di teatri. Conosceva tutte le celebrit cantanti dell'epoca, e aveva l'abitudine di canterellare (stuonando sempre) i motivi pi popolari dell'opere in voga.
Bazzicava volentieri le persone che esso riteneva per istruite: e andava a nozze, ogni qualvolta, chiamato o non chiamato, poteva metter bocca in qualche discussione o artistica o letteraria.
La sua passione prediletta era la politica; si occupava di gabinetti, di
parlamenti, di note diplomatiche, di notizie ufficiali. Era un bullettino ambulante.
Preso cos a quattr'occhi, e in uno di quei momenti, in cui l'uomo par che senta il bisogno di raccontare agli altri ci che egli , e, occorrendo, anche ci che non , Fringuello confessava, non senza un certo apparato di finta modestia, che la sua prepotente vocazione lo avrebbe chiamato a grandi cose... ma che poi, per un seguito di disgrazie di famiglia si era trovato costretto, suo malgrado, a esercitare l'umile professione di vinajo. A questo proposito, Fringuello citava in buona fede l'esempio di Benvenuto Cellini, cui il proprio genio chiamava prepotentemente all'arte della orificeria, e che il padre ostinato condannava a studiare il piffero, per uso del Comune Fiorentino (184).
Quando si trattava di guerra, di fazioni campali e di piani strategici, Fringuello non la cedeva a nessuno. Napoleone il grande, per lui, era stato un gran generale... ma non sapeva perdonargli gli errori della campagna di Russia.
Se io mi fossi trovato al fianco di Bonaparte, diceva l'oste dell'Unione, come conclusione dei suoi studj militari, probabilmente la battaglia di Vaterlon (!) sarebbe stata un nuovo trionfo per i giacobini! (185).
Quando i due nuovi avventori furono entrati dentro, Fringuello si fece loro incontro, invitandoli a passare in una stanza di fianco, che esso chiamava la stanza per le persone pulite.
Un piccolo lume d'ottone, attaccato al muro, rischiarava questa appendice della Taverna.
Una parete di legno, che dal pavimento andava su fino al soffitto, divideva tutta la stanza, per la sua lunghezza.
Dagli spiragli di questa parete usciva una romba strana, uno schiamazzo fioco e confuso, come quello di molte persone riunite insieme per darsi bel tempo.
Del rostbiff e del Chianti (186), disse la Balla di cotone, mettendosi seduta a una tavola, e facendo posto al suo compagno.
Il Giunco di padule pareva distratto. Torn nuovamente ad affacciarsi sulla porta, e guard attentamente, per ogni verso: poi disse, rimettendosi a sedere:
Non c'!
Chi? domand la Balla di cotone.
Lui!
Chi lui?
Psi! ve lo dir, quando ce n'anderemo.
La Balla di cotone era punzecchiata da una vivissima curiosit. Ignara della parte che era chiamata a rappresentare, avrebbe voluto insistere nelle sue interrogazioni: ma poi, accortasi del mal'umore del compagno, stim cosa prudente tacersi, e mangiare.
Il Giunco di padule continuava a inquietarsi. Ora si alzava in piedi; ora si rimetteva a sedere, ora passeggiava per la stanza, come persona che non abbia terra ferma sotto i piedi.
Forse c' stato.
Chi? domand la Balla di cotone.
La persona che v'ho detto!
La persona? quale?
Zitto; ci potrebbero sentire.
In questo frattempo, la Balla di cotone aveva finito di divorare la sua porzione di rostbiff e ne chiese un'altra.
Forse siamo arrivati tardi, riprese con aria distratta il Giunco di padule.
Tardi? sono appena le undici e mezzo.
Zeffirino mi aveva detto che dovessi venire alle undici precise.
Come c'entra Zeffirino?
Zitto! ecco gente.
L'oste si fece avanti colla seconda porzione di rostbiff.
Intanto, comparvero nella stanza un uomo e una donna a braccetto.
L'uomo era un bel giovine, grande, con baffi e pizzo all'italiana. Aveva addosso un mantello e in testa un cappello alla Rubens (187).
La donna era una magnifica ragazza, pallidissima, come una figura di cera: capelli neri a onda, ciglia folte e prolungate: bocca piuttosto grande: labbra come il carminio: figura alta ed elegante, come il fusto del palmizio.
Era vestita di scuro: e portava in capo uno scialle a quadrigli scozzesi, che incrociandosi sul petto, andava a legarsi dietro la vita in un grosso nodo (188).
Appena che la ragazza e il giovanotto furono entrati nella stanza, il Giunco di padule fu scosso come da un brivido di terzana: e urtando nel gomito il compagno, gli disse pianissimo, e con voce incerta e tremante:
L'avete visto?
La Balla di cotone alz gli occhi, e dopo avere squadrato l'individuo arrivato d'allora, fece un atto colla testa, come per dire: l'ho veduto ma non so chi sia.
Il giovanotto, dal cappello alla Rubens, prima di mettersi a sedere, gett, anch'esso, come era naturale, un'occhiata sopra i due avventori, che stavano mangiando: poi borbott piano all'orecchio della fanciulla:
Son visi nuovi!
Quindi, alzando la voce, chiam Fringuello; e gli disse:
Porta del vermuth e dei cantucci di Prato.
Quando l'oste torn col fiasco e coi cantucci, il giovanotto gli fece cenno col capo di accostarsi, e gli domand sottovoce:
Chi sono quei due arnesi di faccia? pajono due milordi travestiti... (189).
Pajono alla buccia, soggiunse l'oste, con un sorrisetto malizioso, che gli era familiarissimo, ma secondo me, l' robuccia forestiera, di quella che gira il mondo per risparmiare l'olio del lume. Hanno chiesto un fiasco di Chianti, e ne avranno bevuto due dita.
 una cosa strana! continu il giovine dal cappello alla Rubens, fissando alla sfuggita il pi sottile dei due individui che gli restavano di faccia. Se non avesse que' pochi peli sotto il naso, somiglierebbe come due goccie d'acqua...
A chi? domand la fanciulla...
A qualcuno che conosco! riprese l'altro, seguitando a guardare. Gli occhi, il naso, la bocca... sono i suoi...  una somiglianza da far perdere il cervello. Ehi Fringuello non lo conosci punto quello pi mingherlino, dal cappello incerato alla marinara?
 la prima volta che lo vedo: ma deve essere un abatino inglese-
Durante questo colloquio, il Giunco di padule, ostentando un freddo
eccessivo, si era tirato su la beduina, e vi aveva nascosta dentro mezza la faccia (190).
La Balla di cotone seguitava tranquillamente a divorare il suo rostbiff, serbandosi del tutto estranea a questa scena d'occhiate fuggitive e di parole sussurrate a mezza voce.
E di l ci son tutti? domand il giovinotto all'oste.
Tutti! ripet questi, sono venuti alle nove!
Hanno domandato di me?
Cento volte, almeno: e particolarmente quel biondino... aspettate-come si chiama?
Chi? Miloro?
Bravissimo! lui in persona! E sapete cosa hanno detto quelle linguaccie? Hanno detto che siete innamorato fino alla gola...
Il Giunco di padule, a quest'ultima parola, alz gli occhi e dette un'occhiata rapidissima al giovinotto dal cappello alla Rubens.
Questi non la not: e rispondendo a Fringuello, soggiunse:
Potevano anche dire che doman l'altro prendo moglie.
Davvero?
Pope, rispondili tu, disse il giovine, voltandosi sorridendo alla ragazza.
Se Dio vuole! riprese questa, alzando con fierezza la testa.
Domani l'altro avr finito di logorarmi lo stomaco. Se tu sapessi quante me ne ha fatte passare questo capaccio. Credimi pure, che me lo sono proprio guadagnato...
A questo rimprovero agro-dolce, il giovanotto prese per il mento la fanciulla, e la guard amorosamente.
S, s, continu la ragazza collo stesso tuono di voce, ora mi fai il cascamorto... e pochi giorni fa...
Zitta, grid l'altro. Abbiamo detto di metterci una pietra sopra e di non parlarne pi.
Almeno fosse stata bella! seguit a dire la Pope, mal dissimulando quella po' di bizza che la rodeva. Se tu la vedessi, Fringuello; la pare una bambola colle sottane inamidate!
Il Giunco di padule, che stava ascoltando con tanto d'orecchi tesi, si morse il labbro inferiore.
Ma sai come son fatti, questi Ominacci (191), continu la ragazza
s'innamorano dei vestiti di raso, delle trine, dei braccialetti... eppoi? eppoi si trovano a degli scorgimenti, e a delle umiliazioni...
Insomma, la vuoi far finita? interruppe il giovine, con atto d'impazienza.
No, no, no; vo' dire finch ho fiato:  tanto che covo la bile sullo stomaco: ho bisogno di sfogarmi.
Fringuello si pose uno sgabello pian piano fra le gambe e si piant seduto dinanzi alla fanciulla. Il racconto di questo fatterello un po' scandaloso lo interessava vivamente.
Senti il resto, Fringuello, disse la Pope (Pope, abbreviatura e vezzeggiativo di Rodope) (192).
Basta cos! grid risolutamente il giovinotto, alzandosi in piedi, con modo risoluto, t'ho detto pi volte che si deve far monte e che non dobbiamo parlarne pi:... tu, invece, a farlo apposta...
Ah! ti dispiace, eh? gli dimand la ragazza, con accento bizzoso, fissandoli i suoi grand'occhi di sparviero in faccia.
Mi dispiace... riprese l'altro, abbassando un poco la voce
mi dispiace perch mi rammenta una cosa che mi fa torto... mi dispiace perch ti voglio bene...
Non  vero! grid la fanciulla, alzandosi anch'essa in piedi e mettendosi le mani sui fianchi, Non  vero: ti dispiace... che io ti rinfacci questa storia, perch per te l' uno schiaffo... Per te, cos orgoglioso... cos fiero, queste umiliazioni, questi insulti, son peggio d'una sassata nel capo... Sii franco come me... Se domani quella... Uh! all'altra, la chiamo per il nome che la si merita... se domani quella poco-di-buono la ti mandasse a cercare e la ti dicesse: scusa sai, povero Oliviero, se io non ti ho invitato alle feste, che do in casa mia... scusa se io non ti potei ricevere all'ultima accademia e se ti feci dire che io era occupata... Tu forse credi che io l'abbia fatto perch sei un povero ragazzo: con molto talento s, ma senza titoli e senza quattrini... tu credi che io non t'abbia voluto ricevere... perch temessi che ti mancasse un abito decente da presentarti... perch i tuoi modi e il tuo contegno potessero esser tali da farmi scomparire... Non  vero; ti giuro che non  vero...
Ah! tu supponi, interruppe il giovanotto, gettando con rabbia il suo cappello sulla tavola, ah! tu supponi che io sia cos tenero di pasta da farmi abbindolare dalle carezze d'una sgualdrina? Nel profferire queste parole, Oliviero si era fatto rosso nel viso. Si pass una mano nei capelli, poi rimettendosi a sedere, continu:
Via, via: lasciamo l questo tasto, perch altrimenti ne direi delle belle...
S, ma intanto non puoi negare, soggiunse la ragazza, godendo della mortificazione del giovinotto, di esserne stato cotto, innamorato fino alla gola...
Io non lo nego, riprese l'altro, restando soprappensiero, come se gli tornassero alla mente alcune memorie passate. E perch negarlo?  forse un delitto? E quando mai ho preteso di farla da eroe? Anche io
sono di carne, come tutti gli altri... e si sa, chi  ritto pu cascare...
S, s, s, riprese velocemente la Pope, tutto sta bene; il diavolo ci pu accecar tutti; ma via, come si fa egli a credere che una signora, una gonfiona (193) avvezza a bazzicare tutti Principi e tutti pezzi grossi, si potesse adattare con un povero diavolo, come te?
Eccone una delle tue, disse il giovanotto imbizzito, come se l'amore, quando  di quel buono, badasse ai titoli e ai quarti di nobilt.
Lo credo io, se ci bada! torn a insistere la fanciulla, con atto risoluto. Lo credo! egli , ragazzo mio, che tu ti sei guastato il capo coi romanzi e coi libri, e prendi per moneta contante le passioni che si vedono alle commedie e alla musica... (194).
Cosa c'entrano le commedie e la musica? replic vivamente Oliviero, ognuno ha il suo modo di pensare; io ritengo, per esempio, che anche le grandi signore possano innamorarsi d'un uomo senza titoli e senza carrozza.
Non  vero! non  vero, disse la Pope, le grandi signore, per tua regola, le non si innamorano mai dei poveri. Se tu mi dici che le possono prendere un capriccio, una fantasia... un dirizzone... oh! questo gli  un altro pajo di maniche, e te l'accordo, gi; le son tanto civette e tanto drusiane... (195). Eppoi, sai come siam fatte no'altre donne... e bada, che non faccio parzialit, ma parlo per tutto il convento... quando ci capita dinanzi un bel pezzo di giovanotto, che ci piace davvero... non andiamo mica a cavargli le fedi di nascita o a frugargli per tasca, per vedere come sta a quattrini... S: ci faresti un bel quadro! Ma quello l, non si chiama voler bene;... si chiama avere un estro, una caldana che oggi la viene e domani va via: ma l'amore, l'amore che viene proprio dal fondo del cuore, tu non me l'hai a dire, e' non si d altro che fra gente suppergi della medesima strazione...
E batti! e finalmente chi son io? domand il giovanotto, con tuono risentito, son forse un ciabattino, uno spazzaturajo, uno che raccatta le cicche per la strada?
Io non dico questo!
Anche io ho la mia superbia: e dico che un pittore, un artista, specialmente quando col suo talento  arrivato a farsi un po' di nome, pu misurarsi impunemente con qualunque titolato.
S: a chiacchere. Io mi ricordo sempre del Tasso, riprese la Pope, e tu sai se il Tasso gli era un uomo che la sapeva lunga
e se meritava di certo di esser trattato come una persona perbene (196). Leggi la storia, se hai core: e vedrai che il Tasso, finch si content di nuotare, come suol dirsi, nelle sue acque, e di fare il bello-bellino colle sue pari, non ci fu nulla che dire: ma quando gli venne il puticchio d'innamorarsi della regina di Ferrara... (197).
Che regina di Ferrara! della duchessa, vuoi dire, osserv sorridendo Oliviero.
Della duchessa! della duchessa! ripet gravemente Fringuello.
O regina o duchessa, continu la ragazza, la mi par tutt'una: insomma io parlo della moglie di quello che comandava... Ebbene, come l'and a finire? Prima lo mandarono a Bonifazio (che fu la stessa cosa che dargli la patente di matto) eppoi finirono col piantarlo a Sant'Onofrio, come se fosse stato un cane che non avesse avuto neppure un po' di letto, per distenderci sopra le cuoja. E sai: questi sono fatti, che non me li cavo dalla testa: ma gli ho letti in un libro che comprai sui muriccioli del palazzo Riccardi... e c' poco da dire.
Durante tutto questo sproloquio, il Giunco di padule non aveva battuto palpebra. Colla faccia nascosta nella beduina, e col cappello cacciato sugli occhi, faceva finta di dormire, e invece non perdeva n sillaba n gesto.
La Balla di cotone, all'opposto, colla testa appoggiata alla parete, e rivolta verso il soffitto, faceva tranquillamente il suo chilo, interrompendo di tanto in tanto l'attenzione del compagno, con alcuni sbadigli posti in musica e canterellati l sul momento.
Dopo il discorso della Pope, successe qualche minuto di pausa.
Oliviero pareva distratto. Di tanto in tanto scrollava il capo o si passava le mani nei capelli, come se avesse voluto discacciare un pensiero molesto, una rimembranza dolorosa.
La Pope lo guardava attentamente, e forse, con quella seconda vista acutissima che hanno le donne innamorate, quando amano per davvero, tirava a indovinare i pensieri e le smanie mal dissimulate dell'artista...
Fringuello poi si stropicciava le mani: si fregava gli occhi: si dava dei leggieri scappellotti sopra una papalina verde-sudicia, che portava in testa: si divincolava della persona... insomma dava chiaramente a vedere che aveva anch'esso qualche cosa d'aggiungere, e gli mancava il coraggio per incominciare.
Posso dire anch'io la mia? finalmente domand il vinajo, aggiustando la bocca, a un mezzo sorriso.
Che c' di nuovo, Fringuello? chiese il giovine, scuotendosi a un tratto, come persona destata per forza, nell'atto che sta per addormentarsi.
L'oste-vinajo torn a darsi un'altra stropicciatina di mani; poi si freg gli occhi: poi si tocc la papalina: quindi con un tuono di voce melato e insinuante, prese a dire:
Io non faccio per metter bocca nei fatti del signor Oliviero: io non so nulla, n voglio saper nulla. Dio mi guardi dal domandare chi  la signora in questione... Gi, quand'anche lo sapessi, sarebbe la stessa cosa che lo sapesse un sepolcro... e i sepolcri non parlano (198).
A questo punto, Fringuello fece una breve pausa, e guard in viso il giovinotto e la ragazza, per notare qual si fosse l'impressione prodotta da quella bella frase che gli era venuta tanto spontaneamente, e i sepolcri non parlano, poi continu:
Io serbo sullo stomaco altri segreti... eh, signor Oliviero?  dal ventuno in poi... sto per dire, che non si  mosso foglia... Ma zitti: il tetto  basso... eppoi, questi son discorsi che tengono poco posto. Dunque, per tornare a noi, io dicevo che non voglio sapere chi  la signora in quistione... e quand'anche lo sapessi...
Te lo dir io! grid risolutamente la Pope.
No, no: non facciamo pettegolezzi, replic il giovinotto con tuono imperativo. I nomi vanno rispettati (199).
Il povero Fringuello rimase come chi dicesse mortificato di quest'atto di sfiducia per parte di Oliviero.
Si dette un'altra stropicciatina di mani, fece un risolino annacquato a fior di labbra e, giurando dentro di s di vendicarsi,
Non lo voglio sapere, disse con voce di compunzione, non lo voglio sapere. Meno segreti e meno sopraccapi. Se io mi son fatto un po' troppo avanti, egli  perch volevo sincerarmi se questa storiella che raccontava la Pope combinava con certi discorsi fatti qui, sere sono, a proposito dei vostri amori con una tal signora...
D'una signora? di quale? domand con vivacit il giovine artista.
Vedi come ha rizzato subito gli orecchi, grid la Pope, che non staccava gli occhi dalla faccia del giovinotto.
Se non sbaglio, parlavano d'una forestiera, continu Fringuello.
 lei! proprio lei! scapp fuori la ragazza che non poteva pi stare alle mosse.
Ebbene... cosa dicevano? chiese l'artista.
Dicevano...
Che cosa?
Basta... non so nulla, veh! non voglio entrare per gusto nella calca a farmi pigiare, concluse Fringuello, pigliando quel fare imbrogliato della persona che teme di compromettersi, dovendo raccontare qualcosa di spiacente.
Lo voglio sapere a tutti i costi, insist il giovine.
Quand' cos, soggiunse l'oste, non rifiato... eppoi, io v col proverbio, che ambasciatore non porta pena. Dunque, per tornare a noi, alcuni vostri amici sostenevano a spada tratta che questa tal signora forestiera... Aspettate: dissero anche il nome... finisce in iccasse mi pare... (200).
Clara Meeting? domand la Pope.
Bravissima! lei in persona! ribatt Fringuello. Ebbene, come dunque io vi diceva, alcuni vostri amici propriavano che questa signora Clara l'era innamorata morta di voi. Altri, e fra questi l'Avvocato Bifronti e un signore che era con lui, grande, magro... mi pare che lo chiamassero Duca... e che parlava coi denti stretti...
Ho capito, interruppe Oliviero, quell'imbecille del Duca d'Ayro! Ebbene, cosa dissero?
Dissero... dissero che questa signora, interrogata sulla storiella che correva per Firenze dei suoi amori col pittore Oliviero, aveva risposto in piena conversazione...
Aveva risposto? domand ansiosamente il giovanotto.
Abbiate pazienza, ma questo poi non ve lo dico.
O parla, o ti rompo il capo, grid Oliviero, imbizzito, afferrando il bicchiere che aveva dinanzi e facendo l'atto di scagliarlo nella testa all'oste...
Ah! volete che parli? soggiunse questi, che gongolava di gioja nel vedere il giovanotto in angustie, quand' cos, non rifiato... eppoi io v col proverbio, che ambasciatore non porta pena...
Dunque? cosa aveva risposto? insist daccapo il pittore, con tuono minaccioso.
Aveva risposto... s'intende bene che parlo sempre di quella tal signora...
Avanti! avanti! grid rabbiosamente Oliviero.
Aveva risposto, che era la stessa cosa che fare un torto al suo gusto delicato, supponendola capace di potersi innamorare seriamente di un uomo che aveva le mani grosse e ruvide, come quelle d'un...
D'un... che? finisci! disse Oliviero, abbassando la voce.
D'un... macellaro! Non ve l'abbiate a male, io gi v col proverbio, che ambasciatore non porta pena.
Ah! ah! ah! grid la Pope dando in una risata fuor dei gangheri. O piglia! ci ho proprio gusto! Ecco che cosa si guadagna a far la corte a queste drusiane... piene di muffa... E bada, se tu lo dici a me, con questo discorso, la t'ha voluto rinfacciare, perch tu sei figliuolo d'un agnellajo...
Oliviero non fiat: per qualche minuto secondo rimase avvilito, coi gomiti appuntellati sulla tavola e colla testa fra le mani.
Tostoch si riscosse, atteggi i labbri a un riso sforzato e con voce tremante per la collera mal repressa,
Questa mi giunge nuova! disse rivolgendosi all'oste, se morivo jeri, non avrei saputo che l'amore consistesse nelle mani fini e delicate. Ogni giorno se ne impara qualcuna... Sicuro! ora mi capacito anch'io che quando un uomo ha la disgrazia di avere un pajo di mani da apostolo (201), come le mie, non dovrebbe pretendere a fare delle passioni... Eh diavolo! una donna di gusto delicato... lo senti, Pope? farebbe torto a s stessa, dandogli retta...
A mano a mano che Oliviero procedeva in questo discorso, la sua faccia s'infiammava, la sua voce prendeva un accento pi sicuro e vibrato, i suoi occhi brillavano di una trista ilarit.
Pareva che l'indomabile amor proprio, crudelmente umiliato, reagisse in lui in modo violento e lo sforzasse a dir cose, che forse non avrebbe mai detto in tempo di vita sua.
Parliamoci schietti, poi continu, alzando fieramente il capo, e gettandosi indietro i lunghi capelli neri che gl'ingombravano la fronte. Parliamoci schietti: se una signora di gusto delicato crede di farsi torto a darmi retta, a motivo di queste mestole un po' sgraziate, non so per, dall'altra parte, quanto onore possa fare a un artista, come me, che ha
studiato sempre sui modelli greci, di perdere il cervello dietro una donna che abbia una spalla d'ovatta...
A quest'ultime parole, il Giunco di padule fece un salto sulla panca, come se un cane di sotto la tavola, gli avesse morso improvvisamente le gambe.
Cos'avete? domand sottovoce la Balla di cotone, destandosi dal suo dormiveglia.
Nervi! rispose laconicamente il Giunco.
Ho capito! e la Balla richiuse gli occhi.
Come, come! disse la Pope, tutt'allegra, pi che se avesse avuto la notizia di una grossa eredit. Cos'hai detto? una spalla di ovatta? Non mi fai celia! sarebbe anche gobba per caso?
Gobba no; ma la sua spalla diritta  pi ambiziosa della mancina... io me ne sono accorto, non volendo... (202).
Te l'avr detto la sarta!
Che sarta! la sarta non ne sa nulla. Gli unici possessori di questo segreto siamo io e la fida cameriera... che  poi quella incaricata di correggere lo sbaglio di madrenatura.
Oh! brutta gobbaccia! grid la Pope, e dire che con una spalla d'ovatta l'ha il coraggio di dare la quadra a te (203). Ma sai che ci vuole una bella sfacciataggine! Lascia che la mi capiti a tiro, e sentirai se gliela canto...
No, no! disse Oliviero, bada di startene a te e di non fare scene.
E la s'ha da beccar di gobba, anche sul piazzale delle Cascine, replic la fanciulla.
...
.
...
Capitolo 14.
...
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...
Gli amici politici.
...
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...
In questo frattempo, di mezzo al baccano che si faceva nella stanza accanto, si ud una voce pi forte delle altre che grid:
Aprite la finestra o si scoppia.
E difatti, poco dopo, si vide spalancare per di dentro una piccola finestrucola, di forma quatta e bislunga, che restava su in alto, nella parete di legno.
Satis de politica: adhuc defoemina, grid un'altra voce (204).
No!
S! S!
No: lasciatemi finire! torn a urlar pi forte un terzo, eppoi muteremo argomento. Voi mi avete accusato di freddezza e di poca fede! Sciagurati! se qualcuno lo pensa davvero, che si alzi in piedi, e me lo venga a dire sulla faccia. Eccomi qua: io son pronto a render ragguaglio, una per una, di tutte le mie azioni e di tutte le mie parole. Quello che ho in cuore, ho sulle labbra: e il galantuomo, la persona onesta e dabbene, deve parlar francamente, schiettamente, quand'anche la sua opinione possa trovarsi in aperto disaccordo con quella degli amici. Voi avete fede in voi medesimi, nel vostro coraggio, nella santit della vostra causa, e fin qui sta bene: voi per ritenete che cento, quattrocento, persone, armate di zelo e di buona volont, costituiscano tutto un popolo, tutto un paese: e qui nasce la controversia. Il desiderio vivissimo, l'ansia affannosa di metter mano all'opera, vi spinge a fare senza logica, e, come suol dirsi, all'impazzata...
Non  vero!
 verissimo, perocch voi cominciate per l'appunto l, dove bisognerebbe finire. Se la nostra  opera di rigenerazione, se la nostra  opera di rinnuovamento universale, cominciamo dalla base, rifacciamoci
da quella massa compatta, semoventesi, diversa, che si chiama col nome complessivo di popolo, e che fu sempre il cardine, il fondamento, la pietra angolare su cui riposa tutto il sociale edifizio (205). Quando il fondamento  decrepito e mal fermo, perch rifarsi dal restaurare la facciata e i gravi ornamenti architettonici della tettoja? Credete forse che da una schiappa di confessionario vecchio e tarlato, possa ricavarsene un'asta da torneo, a una manovella da dar la leva alle migliaja delle migliaja? Ubie, visioni, fantasticherie di gente che travede, per troppo buon volere...
Ubie le tue! (206). interruppe un'altra voce, perocch appigliandoci al tuo partito, ci sarebbe da toccare il finimondo, senza avere smosso una foglia.
E quando mai si pot determinare un tempo ai grandi
rinnuovamenti sociali? e quando mai fu detto che le opere di riforma, dovessero avere una scadenza esatta e precisa, come tante cambiali? Oramai sarebbe tempo di farsi persuasi, che per creare di sana pianta un nuovo ordine di cose non basta il vecchissimo Izal lux di pochi credenti: perch il popolo, o come dir si voglia, le masse, o le moltitudini, non possono apprendere dalla sera alla mattina, quasi per intuito, quella sapienza civile, che  grandissimo argomento e mallevadoria di durata per le liberali istituzioni...
Sofismi! se fosse qui l'Avvocato Bifronti...
E chi  l'Avvocato Bifronti? un parlator di vantaggio; e nulla pi; anzi un can Cerbero che abbaja da liberale, aspettando che il governo gli chiuda la gola con un impiego di sei mila lire all'anno (207).
Chi offende l'Avvocato Bifronti, offende me.
Non  vero, Benedetto: il tuo cuore e il tuo ingegno furono sempre due cose sacre per tutti gli uomini onesti...
Ritira dunque l'ingiurie che hai scagliate contro la persona pi cara che io m'abbia al mondo!
Non posso!
Ah! non puoi? allora ti dir che quello che insulta l'amico assente,  un vile.
A queste parole, succedette un silenzio profondissimo: stando in orecchi, si sarebbe inteso volare una mosca. Dopo pochi secondi, la solita voce riprese:
L'Avvocato non  mio amico... e tanto meno io sono un vile... Chi ha sbagliato, rettifichi...
Nessuno ha sbagliato.
Qualcuno ha sbagliato; io non sono un vile...
Questa parola te la troverai sulla faccia oggi, domani, fra un mese, fra un anno, sempre, in fino a tanto...
Benedetto!
Io te lo ripeto, Scipione, che chi insulta il Bifronti, insulta me! (208).
Noi ci batteremo per una causa miserabile, vergognosa...
Dal canto mio, sar sempre orgoglioso d'avere arrischiata la vita, per tutelare l'onore d'un amico, intimo, sincero, e il nome d'un cittadino probo, e di uno zelantissimo patriotta...
Pace! pace! gridarono diverse voci,
Basta cos! un brindisi, e tutto sia finito!
Tutto sia finito; anzi, si domanda al Segretario della nostra societ, che questo spiacevole malinteso non venga appuntato nel processo verbale...
Il mio non  un malinteso! grid Benedetto, con accento risoluto.
Levatemi quel ragazzo dinanzi agli occhi, disse Scipione, ostentando una calma inusitata.
Egli  un ragazzo, questo, riprese l'altro, alzandosi in piedi e battendosi una mano sul petto, egli  un ragazzo, questo, che t'insegner come procedono gli uomini d'onore...
Basta! Basta!
Zitti...
No, no: usciamo fuori!
Levatemi dinanzi quel ragazzo, vi ripeto!.. Egli  poeta, e per non sa quello che si dice (209).
In questo mentre entrarono nella taverna un agente di polizia e quattro birri.
Fringuello, che era stato tutta la sera alle vedette, si affacci sulla porta: e riconosciuti i nuovi avventori, corse prontamente verso il banco; dove facendo vista di prendere dallo scaffale un fiasco, urt a bella posta in una diecina di piatti accatastati insieme: i quali, cadendo in terra, fecero un fracasso e un acciottolio di casa del diavolo.
Ma cos'ho nelle mani stasera, che non ne infilo una per il su' verso! grid l'oste, mostrando di arrabbiarsi con s stesso per l'accaduto.
Intanto due sbirri si erano fermati di piantone sullo sportello
dell'osteria: gli altri due accompagnavano l'agente, il quale direttosi a Fringuello, gli domand con burbanza:
Dov' questa cena?
Come? chiese a mezza voce Fringuello, stringendosi nelle spalle, quasich gli parlassero d'arabo.
Ohe! gli disse l'agente, con garbo minaccioso, non mi venir fuori a far pantomime, perch ti pianto al fresco per qualche mese. Mi conosci, eh? tu sai se son ghigna da promettere e mantenere...
Invece di aspettare la risposta, il poliziotto si diresse nell'altra stanza e, sbirciati da una parte il giovinotto e la ragazza, e, dall'altra, il Giunco di padule e la Balla di cotone, si accost alla porta praticata nella parete di legno, e con un violentissimo calcio ne spalanc i due battenti.
Quindi, ficcato dentro il capo, vide un gran nuvolone di fumo, in mezzo al quale scoppiettavano con luce fioca e rossastra sei o sette candele di sego, rischiaranti a mala pena una tavola apparecchiata o piuttosto sparecchiata, sulla quale apparivano in gran disordine piatti vuoti, bicchieri pieni o lasciati a mezzo, fiaschi per ritto e rovesciati, mozziconi di sigari, gusci di noce e buccie di pere e di mele.
Giudicandone cos a colpo d'occhio, si poteva argomentare che la tavola avesse servito a quindici o venti persone.
Dove sono andati? chiese l'agente, voltandosi bruscamente a Fringuello.
Che vuol che io sappia? rispose questi, sono usciti, che saranno appena cinque minuti...
 mezz'ora che ho gli uomini fuori dell'uscio, e non  passato nessuno...
Gli dir, soggiunse l'oste, hanno preso da quella porticina l, forse per non stare a traversare di mezzo alla bottega.
E l'oste accenn, nel dir cos, un piccolo uscietto, semplicemente accostato, che restava in un canto della stanza e che metteva sopra un chiassuolo (210).
Chi erano? Dammi i nomi.
Mio caro amico! soggiunse Fringuello, con voce pietosa.
Che amico, e non amico... grid l'agente di polizia, offeso da questo abuso di confidenza. Con chi credi di parlare, eh, brutta carogna?
Scusi, scusi... disse allora l'oste facendosi piccin piccino.
I nomi, i nomi! torn a insistere il Bargello.
Caro mio! come vuol che faccia a dargli i nomi, se l' tutta gente che conosco appena di vista.
Appena di vista, eh?
Come vero, che questa  carne battezzata, replic Fringuello, posandosi una mano sulla sottoveste.
Manigoldo! mastic fra i denti l'agente, tentennando il capo, tu me la pagherai per tutti. Intanto comincer da farti levare la patente.
Mi metta anche in croce, soggiunse Fringuello, abbassando il capo in atto di rassegnazione, ma quello che non so, non lo posso dire. Per contentarla e per salvarmi le spalle, potrei profferire dei nomi a caso, i primi che mi vengono alla bocca, ma la coscienza non me lo permette...
Te la dar io la coscienza! grid il poliziotto imbizzito.
Eccomi qua, continu Fringuello con la stessa unzione di voce, la faccia lei di me quello che vuole... io spero che quando il signor Commissario intender la ragione...
Ma che ragione!
Ci sono delle leggi...
Ma che leggi!
Almeno la giustizia.
Ma che giustizia!
Pensi che c' quello lass, che ci vede tutti e che ci deve giudicar tutti...
Ma che lass, e quaggi! Domani ti mander a prendere, e vedrai, se quando sei l, mi riescir di farti cantare... (211).
L'agente non poteva pi contenere la rabbia che lo rodeva. Pareva un can mastino, a cui avessero strappato per forza di bocca un quarto d'agnello.
Favoriscano i loro nomi, quindi disse, rivolgendosi a secco al giovinotto e alla ragazza.
Oliviero Filoberti.
Professione?
Pittore.
E il vostro? domand alla ragazza.
Rodope Gualliandi.
Professione?
Modella, e cucitrice di bianco a tempo avanzato (212).
Durante questa scena, il Giunco di padule passeggiava per la stanza, dimostrando la massima tranquillit di spirito, come se si trattasse di cosa che non lo riguardasse per nulla.
La Balla di cotone, all'opposto, s'era tutta rannicchiata nel cappotto, come una chiocciola nel guscio; e respirava appena, per non farsi sentire. Se avesse potuto nascondersi sotto la tavola, o sciogliersi in aria per virt di magia o di sortilegio, lo avrebbe fatto con tutto il cuore.
Pagate; io v'aspetto fuori, disse pianissimo il Giunco di padule alla Balla.
Per carit, non mi lasciate qui solo nelle peste... soggiunse la Balla, che tremava tutta come una gelatina.
L'agente di polizia appunt i nomi del pittore e della modella. Quindi, voltosi dall'altra parte, e ficcati gli occhi addosso alla Balla di cotone,
Ehi! grid, il vostro nome!
La Balla, non sapendo a qual miglior partito attaccarsi per evitare di rispondere, cominci a russare, come se dormisse la grossa.
Ehi, galantuomo, non mi fate la gatta di Masino, insist l'agente, chiappando l'addormentato per il bavero del cappotto e dandogli uno strattone, che sarebbe stato d'avanzo per isvegliare un morto.
Per carit,  un cappotto nuovo! grid la Balla, spalancando issofatto gli occhi (213). voi me lo fate in pezzi con la vostra grazia!
Meno discorsi! il vostro nome! ripet l'agente.
Il mio nome... il mio nome... e cosa v'importa del mio nome? io sono persona cognita nel paese... e posso dare informazione di me...
Era tale e tanta la paura della povera Balla, che mentre parlava, s'impappinava, come uno scolare dinanzi al maestro armato di nerbo. Ci insospett maggiormente il poliziotto, il quale fissati attentamente gli occhi in faccia all'individuo renitente, gli scuopr che aveva sulle gote un pajo di fedine posticcie.
Questo  buono! grid il Bargello, strappandoli dal viso il finto pelame. Non vi rammentate forse che siamo in Quaresima?
 una celia... l'ho fatto per compiacere al mio...
La Balla di cotone si volt per cercare il suo compagno; ma questi non v'era pi.
Anche la barba finta! torn a ripetere l'Agente. Benissimo: gliela daremo noi la barba finta! la si lasci servire...
Per carit! io sono innocente... ho mangiato una porzione di rosbiff... anzi due porzioni di rosbiff... ma senza secondi fini... senza mire sovversive... balbettava alla peggio la Balla.
Venga con noi!
Con loro? Creda non posso! parola d'onore, non posso! c' l'Isolina che mi aspetta a casa... Chi lo sa quanto la sta in pensiero, non vedendomi tornare. Piuttosto, se non c' mezzo di scampo, dar il mio nome.
Prendiamo il nome.
La Balla si rasciug alcune goccie di sudore freddissimo che le colavano dalla fronte, poi, boccheggiando come un pesce fuor d'acqua, disse tremando:
Io mi chiamo Gastone Della Bruna.
La professione?
Impiegato regio, con moglie e ventidue anni di servizio...
Ah! lei  impiegato regio? riprese l'agente. Bravo! ed  cos che serve lo stato?., il giorno la riscuote la paga, e la sera, la sera poi la vien qua a fare il liberale...
Il liberale? grid la Balla, spalancando gli occhi dalla paura, il liberale? io? io?
Bravissimo, seguitava l'altro collo stesso tuono di voce, il giorno la sta all'uffizio, e la sera vien qua con la barba posticcia, a far l'italiano...
L'italiano? url la Balla, perdendo ogni pazienza e alzandosi in piedi. Lei sar un italiano! (214). Misuri i termini, signore agente... e guardi come tratta!.. Chi gli d il diritto d'offendere? Nossignore, io non sono un italiano: io sono un fiorentino, per sua regola: nient'altro che un buon fiorentino, umilissimo servo e suddito...
Si calmi, si calmi! disse l'Agente con sottile ironia.
Alle parole concitate del Segretario, il giovine pittore dette in una gran risata: la Pope rest indifferente: e Fringuello... Fringuello si cuopr la faccia con ambedue le mani, come avrebbe fatto un romano antico, in un momento solenne della vita, o in qualche finale di dramma o di tragedia.
...
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...
Capitolo 15.
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...
L'appuntamento.
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...
Il Pittore e la Modella per un verso, il Giunco di padule e la Balla di cotone per l'altro, e poi, per ultimo, l'incidente del poliziotto, hanno fatto s che finora non ci fu possibile tener dietro a due individui, di fisonoma non troppo sincera, che stavano da qualche tempo seduti insieme al medesimo tavolino, nella prima stanza della taverna dell'Unione.
Uno di questi, il pi giovine, quello colle spalle voltate al muro, poteva contare appena i trent'anni, quantunque a giudicarlo dalla pelle vizza e cascante del viso e dall'abbandono di tutta la persona, ne dimostrasse una quarantina, e pi.
La sua faccia era quella d'un uomo travagliato da febbre acutissima. In mezzo al pallore terreo delle guance gli spiccavano i pomelli rossi infiammati, quasi fossero due razzature di ferro rovente (215).
La lussuria, passandogli di sul viso, colla lingua di fuoco gli aveva leccate le sopracciglia e segnata la fronte di alcune macchie d'una tinta vinata. Pochi lo conoscevano per nome: i compagni lo chiamavano Agona (216).
L'altro individuo, che gli restava seduto di faccia, era un uomo sulla cinquantina, tozzo, tarchiato, colle spalle attaccate alla testa e colle ciglia foltissime e riunite insieme.
Parlava con voce affiochita e appena intelligibile, e gesticolava continuamente con un paio di braccia grosse e nerborute, come le zampe di dietro di un vitello della Valdichiana.
Questi due cattivi arnesi avevano dinanzi a loro, sul tavolino, un fiasco gi vuotato ed un altro a mezzo.
Scuotiti Agona! disse l'uomo tarchiato al compagno, che pareva fuori di s per la febbre che lo consumava, stasera la quartana la batte davvero! sei rosso come uno sverzino (217).
Lascia correre, rispose l'altro, restando sempre colla testa appoggiata al muro, ad ogni modo, la morte ci deve trovar vivi... (218).
Vada per il dettato: ma tu cali ogni giorno, come una candela alla tramontana.
Meglio per me: e se debbo dirtela tale e quale, non vedo l'ora di essere al lucignolo (219).
Via via, non mi fare il patetico.
Il patetico? io? oh! vai l, che l'hai proprio trovato. Se dico cos, egli  perch oramai la mia parte di mondo me la sono goduta.
E te la godi! anche l'altro giorno t'incontrai fermo con un pezzo di grazia d'Iddio!
Dove?
Sulla cantonata di via della Sapienza... dico bene?
Non fa una grinza.
Qualche altro ripesco, eh?
Ripesco, in quanto: egli  piuttosto un amoretto per comodo...
Come sarebbe a dire?
Pipiona (220), non mi far discorrere: ho la gola asciutta come l'esca. Dammi da bere.
To', bevi l'ultima! ...
Agona vuot tutto d'un fiato il bicchiere che aveva dinanzi: quindi, passatosi il dosso della mano destra sulla bocca, a mo' di salvietta per rasciugarsi i labbri, continu:
Ridi, se n'hai voglia. Giorni sono andai dalla Pettirossa...
A proposito dei propositi, interruppe Pipiona, e se la Pettirossa la ti venisse a scuoprire quest'altro raggiro?
Non cascherebbe nulla! ci sarebbe da trovarsi freddati da un momento all'altro. E sai! l' donna che quando gli salta la mosca al naso, la tira di coltello, come bere un uovo.
Viva la su' faccia! grid l'altro, con l'accento d'un entusiasmo brutale. Bada: l'ho detto sempre che la Pettirossa l' una ragazza di gran sentimento, e se fossi in te...
A questa reticenza, Agona rialz la testa che teneva appoggiata al muro, e guard il compagno: poi domand:
Sentiamo: e se tu fossi in me?
Gua', i' la piglierei... e cos almeno l'avrebbe finito di fare quella vitaccia infame...
Addio biondo! disse Agona con tuono ironico. A darti retta,
tu mi faresti fare un bel parentato! Eppoi, a sposarla, la sarebbe per me la medesima cosa che mi giuocassi un podere, e che podere!
Spiegati! chi ti intende,  bravo.
O che se' sordo? dove vuoi tu che ricorressi, quando son corto a quattrini? Almeno ora, quando mi dice nero, so dove battermi la testa: e a dirtela a te, io vado l a colpo sicuro, come andare alla banca Fenzi... (221).
Quand' cos... fa' conto che io l'abbia detto per dire... e torniamo al proposito del primo ragionamento.
Dunque gua', come io ti diceva, sar l'affare d'una diecina di giorni, che sognai l'anima di mia madre; tanto l'era da viva, tanto la mi pareva da morta... brontolona, uggiosa... e la piangeva come una bambina... La mi rinfacci, al solito, la condotta che tenevo... eppoi, guarda che bell'idea! la mi fece contare i lividi, che busc da me quel giorno che s'ebbe che dire, per amor della materassa che gli vendetti di nascosto sul San Lorenzo. Oh! egli erano undici lividi, n uno di pi, n uno di meno. La mattina, quando mi svegliai, avevo, per l'estrazione di Roma, l'11 stecchito (222).
E il 47, il morto che parla.
Bravo: me ne mancava un altro, perch volevo mettere il terno secco. Stavo per il 3, ma non mi sapevo decidere: quando ecco che faccio per saltare il letto... e gi tre boccate di sangue... ma oh! tre boccate di lusso... ti dico che a vederle sul pavimento, le parevano tre nappe rosse da barbereschi... (223). Allora che avresti tu detto? Dopo quell'avviso, mi pareva il 3 di averlo sicuro in tasca. Mi finii di vestire in quattro e quattro otto, e siccome ero corto a ferri, e quei tre numeri li volevo caricare, andai difilato dalla Pettirossa, per avere un rinforzo...
E alla strazione come and?
Che si domanda? due rovesciati, e uno accanto. E fu giusto in codesta circostanza che la Pettirossa mi disse: va dalla signora Sandrina, che sono due giorni che la ti cerca per mare e per terra.
E la voleva?
Te lo dir io quel che la voleva, continu Agona, cacciando dal petto un grosso sospirone, come persona che soffra a tirar fuori la parola. La mi condusse con s, e dopo avermi fatto aspettare tre quarti d'ora sur una cantonata, la mi insegn una bella ragazza, che passava di l e che accompagnava a casa una pollastrina bionda, che poteva avere tredici per i quattordici anni, a stramoggiare. Si vedeva bene che l'era la
serva e la padroncina. Ohe, la mi dice la Sandrina, appena che le furono passate, l'hai vista bene quella ragazza? Se l'ho vista bene! dico io. Ora tocca a te! A me? S: ora tocca a te a farci all'amore. -All'amore? si fa presto a dirlo! Pochi discorsi: quella ragazza la passa di qui quattro volte al giorno, alle 10 della mattina e alle 4 del dopo pranzo, quando la va a condurre e a riprendere la giovinetta all'Istituto: hai capito: piglia tempo venti giorni, un mese, ma ho bisogno che tu faccia tanto da acchitarla... (224). Promettili di levarla dal servizio, di sposarla... inventali delle storie... ma fai che ci creda. Intanto, questo  un occhio di civetta (') per te... e se ti farai onore, alla fine del salmo ci sar un coso di dugento lire per l'incomodo...
E che idea fu quella? domand Pipiona.
Vattel'a pesca, rispose Agona. Ma la Sandrina  una gran donna e quando muove una foglia c' sempre il su' perch. Tempo fa, la mi mand a comprare cinque paia di stivaletti da donna, di diversa grandezza, e anche l sopra ci beccai l'acqua vite. Ora la mi ha parlato di un altro rincalzo... e se la cosa non va in fumo, credi pure, che per un mese batto moneta come la zecca...
E di che si tratta?
D'una farsa da Carnevale. E c' il caso che mi debba vestir da prete per recitare una certa pantomima... Per ora non so altro.
E per questa pagliacciata?
E per questa pagliacciata, dugento lire sonanti e ballanti.
Brutto giallone! (225). grid Pipiona, con l'accento della rabbia invidiosa, se l'ho detto sempre, che la fortuna la ti corre dietro!
Fortuna? cosa c'entra la fortuna? Egli  talento bello e buono, devi dire. Oramai, come tu vedi, sono uscito di casa a quattordici anni, e senza fare il callo alle mani, ho avuto sempre il Dirige (2) per le tasche.
Meglio per te! disse l'altro, con rammarico. Io so che a me non ne va una per il su' verso. Stasera avevo qualcosa alle viste, ma oramai...
In che genere?
Non ho potuto raccapezzare un ette di positivo (226), ma, secondo me, si trattava di dover menar le mani per conto... d'altri.
Al solito!
Ma oramai  tardi, disse Pipiona, guardando un grosso orologio d'argento, che aveva levato dalla tasca dei calzoni. Mi disse e mi fece dire che alle 11 sarebbe stato qui... e siamo gi alla mezzanotte e un quarto, e non si  visto nessuno...
Chi aspetti? domand Agona.
Aspetto il francese, rispose l'altro con aria annoiata.
Chi? quello che lo chiamano il Visconte?
Lui!
Agona guard il compagno con atto di sorpresa; poi, appoggiandosi col petto alla tavola, e accostandosi pi da vicino, gli domand:
O che ci pass'egli fra te e quel faloppone? (227).
Pipiona dette un'occhiata all'intorno, per assicurarsi se alcuno potesse sentire; poi borbott piano nell'orecchio all'amico:
Sono anch'io della Lega...
Di che lega?
Psi!! fece Pipiona, intimando silenzio con modo risoluto.
Di che cosa hai paura? disse Agona, non vedi che siamo soli. La lega? che lega?
Aspetta, ora te lo dico...  un maledetto nome che l'ho sempre sulla punta della lingua e non me lo ricordo mai...
Ho capito! la lega dei frammassoni.
Frammassoni? uhm! e chi l'ha mai visti n conosciuti? non ce ne cibiamo noi di frammassoni! La lega che dico io, l' tutta
una cosa di politica, inventata apposta a benefizio di no'altri, povera gente. E' l' come chi dicesse un fissato per far ripulisti di tutti questi quattrinai... eppoi dividersi un tanto per uno...
Allora tu vo' dire che gli  Comunismo!
Bravo! l'hai beccato alla prima!
E tu ci credi a questi gingilli? domand Agona, sorridendo.
Se ci credo! sar il male d'aspettare un poco che capiti la palla al balzo... ma alla fin del salmo son quattrini gigliati... (228).
Agona non insist. Un risolino di miscredenza gli incresp le labbra; quindi versandosi un bicchier di vino, aggiunse:
Me ne avevano parlato anche a me... ma io, capisci bene, non son mosca per questi ragnateli...
Che discorso  codesto? domand Pipiona, con un tuono un po' risentito, quasich si chiamasse offeso di trovarsi paragonato ad una mosca.
Che vuoi che ti dica? le mi pajon tutte novelle per addormentare i ragazzi. Quattrini, vogliono essere: quattrini sul tamburo... eppoi se ne pu discorrere.
Quattrini? ci sono anche quelli, e tanti da affogartici fino alla gola...
Vediamoli! Quanto ti hanno dato in acconto?
Per ora, nulla... Ma c' qualcuno che l'ha di gi assaggiati!
In sogno!
In sogno? riprese vivamente Pipiona, riscaldandosi per il sogghigno ironico del suo compagno. In sogno? Cerca d'Astorre, eppoi ci riparleremo!
Chi Astorre? quel suonatore di Clarinetto, che veniva qui a bere tutte le sere? A proposito, cosa ne  stato, che non lo vedo pi?
Te lo dir io:  diventato un mezzo signore, ed ha sempre le tasche piene di francesconi, come tant'Angioli... (229).
Pipiona, smetti la burletta! fece Agona, restando incerto se dovesse credere o no a quanto gli raccontava il compagno.
Che santa Lucia mi faccia perdere il lume degli occhi, se t'ho detto una parola di falso, soggiunse l'altro, facendosi il segno della Croce. Bada che Astorre, a vederlo alla buccia, pareva il fratello carnale della miseria, e non gli avresti dato un quattrino: ma oh! egli  un merlo che la sa lunga e lunga dimolto, e te lo dico io! Figurati che si compromesse nel ventuno, e quando fu costretto, per salvar la pelle a mutar aria, egli era l a un pelo per diventare avvocato.
O questi quattrini di dove li levano? domand Agona, che cominciava a prestare una certa attenzione alle parole dell'amico.
Uhm! ma che c'hai preso forse per tanti tribolati? Tu hai da sapere che ci son dentro fior di Signoroni, come sarebbe a dire, quella Principessa spagnuola, che sta in via della Scala...
La Principessa di Samo-Sierra?
Perlappunto; c' il Cavaliere di Santa-Fiora... e ora hanno dato una carica... non mi rammento che carica... a quel bel giovine, che ha pi chiodi che capelli in capo... ci siamo intesi? (230).
A chi? al Conte Calami?
Bravo! a lui in persona: o che lo conosci?
Se lo conosco! una volta siamo stati grandi amici, come fra me e te: e mi ricordo sempre, che in una certa burletta, mi fece guadagnare mille lire, dal vedere al non vedere. Ch del rimanente il Conte Calami sar pi indebitato d'una lepre, ma paga profumatamente e come un banco (231).
Di pi ho sentito dire, continu Pipiona, che per averlo dalla sua, siccome gli  un uomo entrante, e pu farci del bene, gli hanno pagato dugentomila franchi che perse al giuoco in casa di una forestiera, sar l'affare d'un mese.
Bumh! url Agona, dugentomila franchi! la bomba  grossa! La perdita fu di ventiquattromila appena.
E io ti dico che fu di dugentomila! me lo raccont il francese colla sua propria bocca.
Ed io ti ripeto che furono ventiquattromila franchi, e lo so da persona che era l presente sul posto: insomma, per farti il discorso breve, me lo disse Zeffirino.
Chi  questo Zeffirino? domand Pipiona.
Se non lo conosci, basta cos, rispose seccamente il compagno.
Il dialogo era a questo punto, allorquando entrarono l'Agente di polizia e i quattro birri nella taverna dell'Unione.
Agona rizz il capo, che teneva sempre appoggiato al muro, e con una strizzatura d'occhio e un mezzo sorriso, salut gli uomini del Bargello, come antiche conoscenze. Quindi, avvicinatosi a Pipiona, gli disse piano negli orecchi:
Ci dev'essere qualche retata di liberali!
Che liberali? riprese l'altro, con un gesto brutale. E li chiami liberali, quella canaglia l? dice bene il francese: i veri liberali siamo noi; gli altri anderebbero presi tutti e messi a sventolare alla tramontana.
Alla larga!
Oh! soggiunse Pipiona, con calore, egli  ghigna capace di dirlo e di farlo. A me mi persuade, perch ne ha pochi delli spiccioli, e meno da spicciolare: e come tu vedi, e' cerca di mettersi d'intorno tutta gente di fegato, e che all'occorrenza, sappia stare al chiodo (232).
Intanto che l'agente di polizia faceva nelle stanze accanto gl'interrogatorj, che i nostri lettori gi conoscono, i due individui seduti all'ultimo tavolino della taverna non barattarono altre parole fra loro, curiosi di stare a vedere l'esito di quella visita improvvisata.
Dopo qualche tempo, un giovine sottile e mingherlino, imbacuccato dentro un'algerina (233), e avente in testa un
cappello d'incerato, usc dalla retrostanza: e con tutta la disinvoltura di una persona che ha pagato il suo conto e pu andarsene per i fatti suoi, apr l'impannata della bottega, e disparve.
Era il Giunco di padule, che colto il destro, se la svignava cheto, come un olio.
Quando costui pass davanti all'ultima tavola della taverna, Agona lo sbirci attentamente, e facendo un atto di maraviglia, disse sottovoce al compagno:
Quel giovine che  uscito adesso, lo conosco! Ora non mi rammento bene dove l'ho incontrato! S, s: me lo rammento: l'ho incontrato, tempo fa, per le scale della Sandrina. Mi  stato sempre in testa che sia una donna mascherata da uomo.
Avresti a dir bene: io non c'ho badato tanto n quanto: ma gli ho visto un pajo di piedini grandi appena come due gusci di arselle. O che cosa andava a pescare dalla Sandrina?
Chi lo sa! rigiri, misteri, sotterfugi, e sempre cos. Credilo a me, se le mura della casa della Sandrina potessero parlare, se ne saprebbero delle belle. Quanti visi rossi ! quanti mariti ! che vivono in buona fede... quante donne, che a vederle fuori, le pajono caste Susanne! (234). A proposito: guarda cosa mi torna in mente adesso! il giorno che incontrai per le scale lo sbarbatello, che  andato via or ora, ci trovai su in casa della Sandrina quel giovine pittore che  entrato dianzi, a braccetto con quella ragazza.
E ore! grid Pipiona, facendo col capo una mossa comecch avesse voluto dire: Ci siamo intesi! Poi soggiunse:
O dalla bocca della Sandrina non raccapezzasti nulla?
Dalla bocca della Sandrina, rispose Agona, per tua regola e norma, non c' da levare un numero: e questa cosa la va co' suoi piedi: perch capirai bene, che al primo fuffigno (235) che si venisse a scuoprire, la potrebbe chiuder bottega e andare a far nottata agli ammalati, per buscarsi il mangiare.
Tu la ragioni come un libro stampato.
A questo punto, il dialogo rimase nuovamente sospeso, perch l'attenzione dei due interlocutori si rivolse sopra la Balla di
cotone, che traversava la bottega per andarsene, barcollando e inciampando in tutti i tavolini, come un briaco, e masticando e borbottando rabbiosamente fra i denti, come un mandrillo, quando  stato carezzato dalla frusta del suo padrone.
Uscito il povero Gastone, uscirono ancora gli uomini del Bargello, colle trombe nel sacco (236).
Pochi minuti dopo, una carrozza che veniva alla gran carriera, si ferm all'uscio dell'Osteria.
Il compagno d'Agona si alz in tutta fretta e corse ad aprir l'impannata.
Pipiona! disse una voce squarciata e forestiera, che usciva di dentro al legno di vettura (237).
Presente! rispose questi.
Lo sportello si apr: Pipiona mont in carrozza; e il cocchiere, frustando a diritta e a mancina, ripart alla gran carriera, come era venuto.
Due ore dopo, la campana della Misericordia suonava a morto! (238).

Note.
 (1). Cos  detto, in vernacolo furbesco, il Napoleone d'oro.
 (2). Il popolo fiorentino chiama qualche volta cos il francescone ossia la moneta da 10 paoli, a motivo del versetto che v' impresso sopra: Dirige Domine gressus meos.
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Capitolo 16.
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La caccia in citt.
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La verit per tutti: il Marchesino Teodori era uno scapato, ma non un tristo di cuore (239).
Quantunque vivesse una vita dissipatissima, nonostante ogni tanto gli tornavano a gola gli ultimi tremila franchi che aveva carpiti al Cavaliere di Santa-Fiora.
Non era gi che lo pungesse questo debito di pi: ma gli spiaceva il titolo dell'imprestito.
Invano cercava giustificarsi di fronte alla sua coscienza: invano si studiava di rigettarne tutta la colpa sulla spietata avarizia del vecchio genitore: invano tentava consolarsi, ripensando, che fra tante cattive azioni, che si commettono ogni giorno, e che ogni giorno si dimenticano, anche la sua poteva passare o non vista o scusata.
Gli scapati e i birbanti, giudicati apparentemente, hanno fra loro moltissimi punti di contatto, e potrebbero quasi dirsi due ramificazioni identiche della medesima pianta: se non che differiscono essenzialmente in questo, che i primi fanno il male, o per mancanza di riflessione, o per tristo suggerimento d'altri, o trascinati dalla corrente irresistibile di errori e di colpe antecedenti: mentre i secondi prostituiscono ogni dignit e ogni pi sacro dovere, perch a ci gli porta la loro indole depravata, e quella cinica indifferenza, ingenita o acquisita che sia, con cui sogliono riguardare tanto le buone azioni che le malvagie.
Gli scapati hanno un periodo: i birbanti hanno per s tutta la vita.
I primi, in certi quarti d'ora angosciosi di calma e di ricapitolazione, provano quasi un disgusto e una stanchezza per la vita travagliata, che si vedono costretti a menare: e aspirano a un ordine di cose pi tranquillo, a un cielo pi sereno, a una reputazione migliore. La compagnia dei malanni e delle persone equivoche, li addolora di tratto in tratto: ma vi
stanno, perch quello  il cerchio fatale che si sono formati dintorno a s: vi stanno, come lo scorpione fra i carboni ardenti: e v'ha taluno, che a similitudine appunto dello scorpione, provata invano ogni via per uscirne fuori, preso da indicibile disperazione, ha osato rivolgere sopra s stesso l'ago omicida... e troncare per siffatto modo un'esistenza d'affanni e di colpe.
I secondi, parlo dei birbanti, impavidi dell'avvenire che li attende, e chiusi ermeticamente a qualunque gentil sentimento d'onest e di pudore, ritengono i galantuomini e le persone dabbene, in concetto di poveri di spirito, e li guardano con un tal qual sorriso di compassione, come se fossero tante mosche create apposta dalla Provvidenza per servir di pasto agli attivi e impetuosi rondoni. Il mal fare  l'atmosfera in cui vivono: l'impudenza  il loro passaporto: il vizio, in genere,  l'elemento, in cui si tuffano con una specie di volutt, come potrebbero fare i verri nei luridi pantani delle Maremme.
Premesso ci, noi lo torniamo a ripetere: il Marchesino Teodori non era un birbante, era uno scapato.
Imprigionato di quattordici anni in uno di quei collegi, dove s'insegnano Belle Lettere e Scienze, ma dove gli alunni, per il solito, non imparano altro che a giuocare a palla, e andare a letto e a refettorio, a suono di campanella, il giovine Stanislao rientr nel mondo con la febbre addosso di rimettere il tempo perduto e di compensare largamente la noja e le durissime privazioni di sei anni di reclusorio (240).
Unico erede di un padre vecchio e ricchissimo, fu salutato, festeggiato, accolto a braccia aperte.
Sapeva appena leggere e scrivere per il suo consumo, e gli amici lo trovarono istruito; parlava e gestiva, come un collegiale abbrutito da un corso forzato di lingua latina, e gli amici gli regalarono il complimento di giovine di spirito: era piuttosto brutto e ordinario della persona, e le donne gli dettero del distinto e del simpatico, sulla faccia, e spesso e volentieri, gli fecero l'occhietto: s'intendeva di cavalli, quanto uno strozzino si potrebbe intendere di metafisica, e i cavallerizzi e i sensali di scuderia lo persuasero che aveva avuto dalla natura tanta attitudine e tanta intelligenza da diventare un secondo Bauchet.
Il Conte Calami, bisogna pur dirlo a onore del vero, fu dei primissimi a posar l'occhio su questo merlo!
Merlo! cos si chiamano, nel vernacolo furbesco, i novizi del mondo, i poveri di spirito, i giovani di buona fede (241).
Perocch, se nol sapete, la societ  un gran paretaio: e i cacciatori che cacciano tutto l'anno in citt colle reti e coi panioni, sono in numero assai maggiore di quelli, che muniti della licenza dei superiori, vanno in tempo debito a sfogare la loro innocentissima passione venatoria per i boschi e per le aperte campagne (242).
Il Conte, veduto a colpo d'occhio il vantaggio che poteva ricavarsene, non manc alla prima occasione di far conoscenza col giovine Stanislao.
Barattate appena poche parole, lo prese a braccetto, gli affibbi del tu e gli strinse la mano, come a un amico di vecchia data.
Dopo qualche giorno, il Marchesino stava per uscir di casa, quando il cameriere gli annunzi il Conte Calami.
Che passi subito, disse Stanislao, il quale nella sua puerile vanit, si chiamava quasi onorato della visita di un uomo che faceva testo nella societ elegante di Firenze.
Il Conte entr dentro, dondolandosi sulla vita con un fare svogliato e dinoccolato, come persona che s'annoja di tutto e di tutti.
Aveva in testa un berretto da jockey, gli sproni agli stivali e la cravache sotto il braccio (243).
Buon giorno, mio caro Amerigo, disse il Marchesino andandogli incontro, e stendendogli la mano.
Il Calami, invece di rispondere, si piant in mezzo alla camera e cominci a dare un'occhiata intorno intorno alle pareti e ai mobili della stanza.
Ahim, quindi esclam, dopo qualche minuto d'osservazione, gettandosi tutto d'un pezzo dentro una gran poltrona a molla.
Ahim! sempre pi mi persuado che la civilt non ha ancora passato le soglie di casa Teodori. Mi par di essere in pieno Ghetto!
Perch, signor critico? chiese Stanislao, il quale voleva far di tutto per non mostrarsi mortificato da quelle parole.
Cos', cos', seguit a dire il Conte, con tuono declamatorio, incrociando le gambe e accennando il parato del letto, cos' mai quel drappo colore limoncello di Napoli? da quali scavi fu disotterrato quel canap verde-pania? chi fu lo spietato che ti condann a sopportare la ignobile presenza di queste seggiole di falsissimo mogogan? (244). dove
nacque l'audace legnaiolo che os ridurre quell'inginocchiatoio allo stato di toelette? per quali umane vicende, quella ventola da chiesa  passata a far le veci di specchio nella tua camera?
A questa antifona cantata in modo semiserio, Stanislao si buttava via dalle risa, ma non rideva di cuore. Se altri, invece del Conte, avesse osato di punto in bianco sciorinare quelle insolenze, il Marchesino forse se ne sarebbe risentito. Ma col Conte, la cosa mutava aspetto.
Il Calami era di coloro che posseggono la gran virt di sapersi imporre e di levar la mano (ci si permetta questa frase da cavalli) alle persone che avvicinano per le prime volte.
La statura gagliarda e ben quadrata, la voce di basso profondo, la lingua sacrilega e tagliente, la fama assicurata di buon tiratore di scherma, e, pi che altro, quell'aura popolare che accompagna quasi sempre gli audaci e gli sfacciati in mezzo alla moderna societ, composta in gran parte di gente o adulatrice o timida per prudenza, avevano fatto del Conte Calami una specie di Parafaragamus, un quissimile d'Orco e di Mangiabambini (245).
Tutti ne dicevano male: tutti l'odiavano: e tutti, nel medesimo tempo, gli facevano la corte, e sorridevano per complimento, alle mille insolenze, che fioccavano continuamente dalla sua bocca.
E il mondo  stato sempre cos! Eppoi ci facciamo meraviglia se i Romani applaudivano e battevano le mani alle stuonature del baritono Nerone.
Sicch, a quanto pare, soggiunse il Marchesino, quando il Calami ebbe chiusa la sua filippica, tu non sei rimasto troppo soddisfatto del mobiliare della mia camera.
Soddisfatto? che vuoi che ti dica? mi pare una collezione d'oggetti usati, lasciati in pegno a quell'ipotecario di tuo padre, per averci sopra pochi soldi d'imprestito. Frattaglie, rococ, drappi di filo d'Utrecht, roba da rigattieri! (246).
Stanislao avrebbe voluto tornare a ridere da capo: ma quell'epiteto d'ipotecario, appiccicato a suo padre, gli rimase a mezzo alla gola, e non lo pot inghiottire.
Ipotecario? e perch chiami ipotecario mio padre?
Non mi fare il suscettibile, Stanislao, replic il Calami, pretenderesti forse di darmi a credere che tuo padre discenda dai Conti di Culagna e che le sue finanze rimontino ai tempi
delle donazioni di Carlomagno? (247). Se tu avessi avuto la disgrazia di nascere cinquant'anni prima, probabilmente saresti stato figliuolo d'un giovine di banco. Oggi sei l'unico rampollo... non gi d'un signore, oib! ma d'un quattrinaio... d'un uomo diventato ricco, Dio sa come! e ricordati bene che un uomo arricchito, spesse volte non  altro che il resultato di cento ricchi diventati poveri...
Stanislao, a questo discorso pungente, si trov mortificato: aveva gran prurito di risentirsi, ma la sfacciataggine del Conte gli dava suggezione. Finalmente, non sapendo come cavarsene fuori con onore, disse battendo sulla spalla d'Amerigo:
In verit, tu sei il pi caro matto che io m'abbia mai conosciuto al mondo.
Usciamo? domand il Calami sbadigliando.
Eccomi qui.
Il Conte si alz in piedi, e passandosi le braccia sopra la testa, si allung e si stir, n pi n meno di quello che avrebbe fatto un facchino, quando si sveglia,quindi, voltandosi verso il camminetto, con un buon colpo di frustino and a ferire a tutta sostanza una piccola Venere di gesso, colorata a bronzo, e la fece in pezzi.
Gusti da Vandali! grid Stanislao, fra scherzoso e corrucciato. E perch pigliarsela colla Venere dei Medici?
Meno osservazioni! replic il Conte con arroganza. Odio il gesso, sotto qualunque forma si presenti.
Usciamo, usciamo! torn a ripetere il giovine Teodori, forse per impedire ulteriori rotture.
Quando il Calami fu per andarsene, si sofferm tutto ad un tratto, come persona, cui venga subitamente in capo un'idea,
Un momento! poi grid, restando ritto impalato sulla porta di camera e barricando l'uscita a Stanislao. Io mi ricordo che era venuto da te per qualche cosa... mi pareva di doverti chiedere un piacere... un'inezia...
Forse di quei sigari, che ti feci assaggiare l'altra sera?
No! sigari, non mi pare.
Volevi il mio schioppo?
Nemmeno! Ah!., eccolo! eccolo! Fammi il piacere di prestarmi fino a stasera cinquanta napoleoni.
Ma!
Se te li trovi in oro, meglio; se no, li prender in carta o in argento...
Ma!
Caro mio! ho fatto una compra di mobili antichi, che sono altrettanti capolavori!
Ma!
E gli ho avuti a met di prezzo! E una speculazione di capriccio, sulla quale, dall'oggi al domani, posso guadagnare il cento per cento.
Ma, grid pi forte Stanislao, se non mi lasci discorrere, sar tempo gettato. Tu mi chiedi mille franchi... Ma per l'appunto sono dolentissimo in questo momento di non poterti favorire.
Il Conte, a questa risposta, si tir indietro della persona, come se avesse avuto da respingere un'offesa: fece col capo un leggero movimento di minaccia: e aggrottando le ciglia e agitando la cravache che teneva in mano, disse con voce strascicata e a fior di labbra:
Stanislao! rammentati che ci sono dei rifiuti che equivalgono ad uno schiaffo.
Ti domando mille scuse! rispose l'altro, che incominciava a intimorirsi della brutta cera del Conte. Il mio non  un rifiuto: e tu devi convenire che un figliuol di famiglia, tenuto corto a quattrini, non  obbligato a serbare in cassetta...
E qual' quel miserabile che non abbia mille franchi da prestare al primo che gli capita dinanzi? domand il Calami, con burbanza.
Son'io, rispose umilmente il giovine Teodori, risoluto piuttosto a passar da povero; che a perdere quella somma. Se io potessi disporre dello scrigno di mio padre, non ti avrei fatto ripetere. Ma pigliarmi cos all'improvviso! Almeno tu mi avessi dato tempo due giorni... mi sarei ingegnato di trovarteli...
Ebbene, trovali dunque per domani l'altro, disse subito il Conte, mitigando l'espressione severa della fisonomia, sei figliuolo di famiglia e ti compatisco.
Stanislao si morse la lingua. Gli dispiaceva vivamente di aver corso troppo, e di essersi compromesso: ma la parola era stata acchiappata a volo, per aria, e non c'era pi tempo di ritirarla.
Vedr! quindi concluse, dissimulando a fatica il suo malumore.
C' poco da vedere! soggiunse Amerigo con modo arrogante
bada: non fare il ragazzo: hai promesso per doman l'altro, e per doman l'altro ci conto.
Insomma... far di tutto !
Rammentati, Stanislao, che io sono un uomo di onore, e che per me la parola data ha tutto il valore d'un contratto rogato per man di notaro. Nessuno  obbligato a prestarmi mille franchi! nessuno! Son troppo ragionevole per mettere innanzi siffatte esigenze: ma quando un amico mi ha detto di suo motuproprio per doman l'altro ci puoi contare...
Cio, ho detto...
Zitto! grid il Conte alzando la voce, ma quando un amico mi ha detto per doman l'altro ci puoi contare, allora, tienlo bene a mente, al-lo-ra ci-con-to!
Il Calami sillab quest'ultime parole, in modo molto significativo.
Ascoltami!
Addio Stanislao. A doman l'altro! e dove io possa, rammentati sempre che sono amico dell'amico! Addio.
Dopo questa chiusa, il Conte Amerigo, invece di attendere una risposta o altro, si gir tutto d'un pezzo sulle calcagna, e passata di nuovo la cravache sotto il braccio, usc dalla camera di Stanislao e scese fischiettando le scale del palazzo Teodori.
Due giorni dopo, il giovine Marchese andava a casa del Calami, con mille franchi in tasca.
Eccoti i cinquanta napoleoni! disse Stanislao ad Amerigo, posando un piccolo gruppo sulla tavola.
Cio? domand il Conte, facendo l'astratto (248).
Sono i cinquanta napoleoni che mi chiedesti l'altro giorno.
Ah! grido il Calami, come se cascasse dalle nuvole. Sta bene! sta bene. J'y suis! Bravo Stanislao: questa esattezza ti onora. Siedi: ho bisogno di parlarti.
Ho fretta: alle due debbo partire con mio padre per la fattoria di San Piero.
Cinque minuti soltanto.
Eccomi qua! disse Stanislao, sedendosi sopra il bracciuolo d'una poltrona.
Mi credi amico dell'amico? domand il Calami con un atto
eroicomico, piantandosi ritto dinanzi al giovine Teodori, e incrociando le braccia sul petto, come l'esule di Sant'Elena (249).
Perch no?
Mi credi capace di conservare un segreto?
Ti credo capacissimo, soggiungeva l'altro, il quale andava abbarcando col cervello, cosa mai volesse significare tutto questo preludio (250).
Allora non mi dar dell'indiscreto, se ti affaccio una domanda (251).
Parla.
Il Conte fece una breve pausa: poi assottigliando il cannone della sua voce, per quanto gli era possibile, soggiunse con grazia:
Quali relazioni esistono fra te e la Contessa Floriani?
Quali relazioni? ripet Stanislao, abbassando gli occhi e facendosi rosso nel viso, come un collegiale d'antica stampa.
Non saprei!
Amico!grid il Calami scherzando, quella tinta cremisi che ti ha imporporato le imberbi gote, ti accusa in peccato. Ol: cosa ci passa fra te e quella selvaggia indemoniata?
Nulla... nulla affatto, sulla mia parola, rispose l'altro, tutto confuso e mortificato. Io conosco la Contessa Emilia...  vero: l'ho incontrata pi volte in casa di mia zia, della Marchesa Olimpia... abbiamo barattato insieme qualche parola... ed eccoti detto tutto...
Stanislao, tu l'ami!
 una simpatia... che  rimasta sempre una simpatia.
 una simpatia... che  giunta fino alla dichiarazione inclusiva...
Come l'hai saputo? domand Stanislao, alzandosi in piedi e prendendo per le mani Amerigo.
Il giovine Teodori soffriva visibilmente, come se una mano spietata gli lacerasse una ferita rimarginata di fresco.
Sciagurato! tu non meriti compassione, continu a dire il Calami. Sono pochi mesi che ti sei staccato dalla sottana dei reverendi padri che t'insegnarono a masticare il Tytire tu patule di Virgilio, e il Sae-penumero mihi cogitanti di Cicerone (252), e gi ti credi esperto pilota, da avventurarti sicuro fra mezzo a Scilla e Cariddi...
 vero, Amerigo,  vero! Appena tornato, da Friburgo, io fui assalito da questa tremenda passione... Ragazzo e timido per carattere, ho immensamente sofferto... immensamente, credilo! senza avere il coraggio di palesarmi...
Incauto! disse il Conte, scrollando il capo, in atto di compassione.
Eppure! riprese il giovinetto, con un grosso sospiro, ci fu un momento che mi parve di essere riamato. E perch debbo vergognarmi a confessarlo? Maladetta l'ora in cui la passione, traboccando in me, mi fece ardito di scrivere poche righe... Lo crederesti? da quel giorno, da quell'ora in poi, la Contessa ha ricusato ostinatamente di ricevermi... di parlarmi. Era cos grave il mio delitto da meritarmi questo castigo? Imbecille! ed io che m'illudeva! Io che mi credeva corrisposto! Almeno mi fosse rimasta l'illusione!
Tu piangi? domand freddamente Amerigo, dopo qualche minuto di profondo silenzio.
... la... rabbia! disse Stanislao, asciugandosi gli occhi.
 l'amore! riprese l'altro, collo stesso tuono di voce. Quindi posando una mano sulla spalla del giovinetto, aggiunse:
Stanislao, la tua et, la tua inesperienza... dir di pi, le tue lacrime mi hanno interessato... Io ti voglio salvare.
Il Marchesino si scosse dal suo abbattimento, e alzando vivamente la testa, guard in faccia il Calami con atto di sorpresa.
S, riprese questi, io ti voglio salvare! un grave pericolo ti pende sul capo.
A me?
A te. Segui il mio consiglio... e mi sarai riconoscente per tutta la vita.
Consigliami, Amerigo! cosa debbo fare? domand il giovinetto, con l'accento della preghiera.
Ascoltami: metti all'ordine i tuoi bauli, strappa all'avarizia di tuo padre una credenziale di cinquantamila franchi sopra Fould e parti subito per Parigi... (253).
Perch?
Parti subito per Parigi, ti ripeto. Visita la Francia, l'Inghilterra, la Germania, la Svizzera. Viaggia, divertiti, spendi a rotta di collo... e dopo sei mesi di questa vita, ripiglia la via di Firenze. Al tuo ritorno, se vuoi, ti dir la ragione di questo consiglio.
Io non parto!
Se resti, sei perduto: tu corri incontro a una iliade di forti dispiaceri... (254).
Credi forse che mi sia necessario un viaggio di sei mesi per dimenticarmi della Contessa Emilia? Oh! t'inganni, disse Stanislao, sforzandosi di atteggiare la bocca ad un sorriso annacquato.
Imbecille, grid il Conte, com'uomo che perda la pazienza, e chi ti dice che non sia necessaria una tua assenza di sei mesi, perch la Contessa Emilia si dimentichi di te?
Di me? la Contessa? domand il giovinetto, balbettando e cambiando di colore.
S: e poich l'usarti carit  come farti un mal garbo, sappi dunque che la Contessa disgraziatamente ti ama!
Mi ama? riprese l'altro, pallido e tremante per la profonda commozione.
Cos non fosse! perch quest'amore, per te,  la pi grave sciagura che ti possa incorrere nella vita: quest'amore  la camicia di Nesso... che ti divorer (255).
E la sua indifferenza? la sua ostinazione a non volermi pi ricevere?
Vani conati, inutili tentativi, per soffocare una passione, che ella stessa, per la prima, riconosceva funesta ad entrambi.
Amerigo! disse Stanislao, mezzo fuori di s, non sarebbe questo uno scherzo infernale?
Ah, grid il Conte indignato, tu dubiti di me? tu cerchi dunque la tua estrema rovina? la desideri, la domandi a braccia aperte? Ebbene, si faccia la tua volont. Leggi.
In cos dire, Amerigo tolse dal suo portafoglio un biglietto in carta perlata, e lo consegn a Stanislao, soggiungendo prestissimo e a mezza voce:
Questo biglietto era diretto a te: io l'ho carpito furtivamente dal tavolino della Contessa. Il desiderio vivissimo di salvare un amico dall'abisso, mi ha fatto commettere questa azione indegna. Ho fatto male, lo so: ma la mia coscienza  tranquilla.
Stanislao prese tremando dalle mani del Conte il biglietto: lo apr, si prov a leggerlo, ma la vista gli si appannava. Un'agitazione febbrile lo aveva invaso per tutta la persona...
I nostri lettori avrebbero torto di meravigliarsi dello strano sbalordimento del giovine Teodori, e di scrollare il capo, come al racconto d'una cosa incredibile.
Si rammentino che Stanislao era uscito di poco dalla clausura del collegio: che era affatto nuovo del mondo: e, per di pi, si rammentino che l'amore, e in special modo quando viene accompagnato da certi contrasti e da certe impreviste circostanze, ha per il solito la propriet di rintronare il povero cristiano, come farebbe un embrice che cada perpendicolarmente sul capo.
Oltracci, non sar male aver sempre presente agli occhi, che quattordici o quindici anni fa, cio al tempo in cui accadevano i fatti che raccontiamo, non era ancora del tutto spenta la razza gentile degli ingenui, dei collegiali, dei giovani insomma di buona fede e di buona volont, che credevano fermamente alle donne, all'amore, all'eternit degli affetti, e, Petrarchi in -18 attaccati di lattme (256), confidavano con tutta effusione i loro affanni segreti alla luna, all'erbetta dei prati, ai ruscelli, agli augelletti e alle foglie del bosco.
Oggi, lo sappiamo, la societ attuale ha cambiato intieramente d'aspetto.  inutile negarlo: dal 1848 al 1850 sono trascorsi almeno cinquantanni (257).
Ci siamo addormentati giovani, e ci siamo destati o vecchi, o decrepiti.
Nella societ attuale non sono rimaste che due sole categorie: quella dei bambini e l'altra degli uomini fatti. La categoria intermedia dei ragazzi e dei giovanetti  definitivamente sparita.
Al giorno d'oggi, le illusioni, le aspirazioni, i sogni, cominciano dal ritorno da balia e finiscono ai dieci anni.
Dai dieci anni in su, si fuma la nicotina del regio Appalto, si cura l'infreddatura col Cognac, si mastica per vezzo la pietra infernale, si ride con Voltaire, si ragiona con Elvezio, si amoreggia con Faublas alla mano (258).
In tanta metamorfosi di cose, in tanto rimescolo d'opinioni e d'interessi, l'Amore, poveretto! vi ha perduto le ali, le frecce, la faretra, la benda... ed  rimasto un birichino di strada.
I sospiri, le lacrime, l'ambrosia d'un primo bacio, l'intelligenza arcana di due anime innamorate, sono tutte anticaglie passate di moda e cascate in mano dei rigattieri e dei poeti.
L'amore, gira e rigira,  diventato una formula di valuta intesa. Non lo credete? lo stesso frasario valga a dimostrarvelo:
Una volta, al tempo dei trovatori, dei liuti, dei Cavalieri antichi, delle dame e dei castelli turriti, si diceva, Amare.
Pi tardi, quando alla lealt dei sentimenti cominci a mescolarsi un po' di commedia, allora si disse Fare all'Amore.
Oggi poi, in questo secolo positivo e banchiere, in cui, spogliata ogni cosa da qualunque orpello di poesia, si riduce tutto a formula mercantile,  venuto in moda il verbo: Trattare!
Ah! io sono felice! grid Stanislao, accostandosi alla bocca la lettera della Contessa.
Felice? ma sai tu, riprese cupamente Amerigo, sai tu che questa donna ha un marito?
Lo so.
Sai tu che questo marito  un rifiuto dei reggimenti d'Affrica, un cattivo arnese, un rompicollo... e che da un momento all'altro potrebbe tornar qua a fare il geloso... a fare il marito oltraggiato?
Lo so, lo so, grid impaziente Stanislao, ma nulla mi spaventa: nulla!
Questo scatto improvviso di coraggio civile era affatto nuovo nel carattere e nelle abitudini del giovine Marchese: ma l'amore  uso a operare siffatti miracoli.
Probabilmente Leandro non si sarebbe giammai arrischiato a traversare a nuoto l'Ellesponto, se la bella e innamorata Ero non lo avesse atteso sull'opposta riva (259).
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Capitolo 17.
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Un trabocchetto.
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Due mesi pi tardi, Stanislao passeggiava per le vie di Firenze con la testa alta e con un piglio fiero e trionfante, come se avesse domato un orso bianco del Caucaso, o piantato, per il primo, la bandiera sui baluardi di Mazagran (260).
La Contessa Floriani era sua.
Intanto per le sovvenzioni paterne cominciarono a farsi corte, anzi cortissime, e non bastarono pi a sopperire ai crescenti bisogni e alle tante spese impreviste.
Il fatto sta, che nel volgere di poche settimane, gli scialli turchi, gli abiti di drappo, i cappelli, le trine antiche, le martore, gli ermellini, i braccialetti, gli anelli, gli orologi, le bomboniere di Donney e di M. Bernard, i ricchissimi mazzi di fiori (che gli italiani chiamano bouquet), e mille altri ninnoli di pi o meno valore, avevano aperto un deficit spaventoso nel bilancio preventivo dell'improvvido Teodori.
Non and molto, che fu d'uopo ricorrere alle cambiali e agli imprestiti forzati.
Il Conte Calami (sempre amico dell'amico) si mosse nuovamente a piet dell'inesperto e mal capitato collegiale, e, onde levarlo fuori dalle angustie che lo accerchiavano, lo avvi bel bello sui floridi sentieri delle strozzature e dei debiti a babbo-morto (261).
Non c' che dire.
Firenze, come ogni altra citt del mondo,  passata successivamente per diverse forme di governo.
Prima si resse a Comune: pi tardi a Repubblica: poi a Principato.
Oggi Firenze  retta dagli strozzini. Questi sacerdoti dell'Usura, sono figli di quella Legge che non volle riconoscere essere il denaro una merce come tutte le altre e potersi vendere dal possessore al prezzo che pi gli torna, come qualunqu'altro articolo di commercio.
La prima volta che Stanislao sent proporsi di ricorrere a firmar cambiali, a concludere obbligazioni a babbo-morto, e simili tafferugli, rimase per qualche tempo perplesso: poi disse, facendo boccuccia:
Non lo dissimulo! mi dispiace di cascare in mano di questa gente!
Hai torto, tortissimo, replic scherzando Amerigo. Credilo a me; il diavolo non  poi cos brutto, come lo dipingono. Lo strozzino, considerato sotto un certo punto di vista,  l'amico del povero. Stai bene attento e fai conto di ragionare. Se domani, il faraone (262) o il maccao ti alleggeriscono le tasche d'ogni specie monetata: se un socio d'industria ti procura la sorpresa di spogliarti da un momento all'altro, in virt d'un fallimento: se una giovine donna, alla quale aspiri, mostra delle tendenze sfrenate per gli scialli turchi, e per i confetti di M. Bernard: se t'imbatti in un creditore brutale, che contro ogni legge divina ed umana, intenda di farsi pagare fino all'ultimo soldo, dimmi un poco: in uno di questi momenti angosciosi della vita a chi vuoi tu ricorrere, per levarti d'impaccio? Forse agli amici? no: perch l'amicizia, quantunque Cicerone si sia ingegnato di farcela prendere a noja, con quella sua cicalata a P. Attico, pure ella  sempre cosa di troppo valore, per trovare chi voglia giuocarsela con una domanda imprudente di qualche imprestito per urgenza! Eppoi gli amici! oh! gli amici, in fatto di prestar denaro, hanno un dettato eccessivamente classico che dice: Amicus Plato, sed magis amica moneta (263), Tu mi farai osservare che quel moneta non  vocabolo gran fatto latino, o che, perlomeno, non rimonta al buon secolo d'Augusto, al secolo classico della lingua: ma in ogni modo quel vocabolo suona abbastanza chiaro ed esplicito per farti capire che gli amici (parlo in generale) non si trovano disposti a prestarti il pi vile fra tutti i centesimi battuti dalla zecca fiorentina.
Dopo questa parlantina fatta in modo semiserio, Stanislao si sent rincuorato, e da quel giovine di buona pasta, che egli era, si lasci condurre per il naso nel laberinto interminabile delle scadenze e dei riavvalli.
Il vecchio Teodori, spaventato di tanto disordine, chiam a s il figliuolo prodigo, ma invano ammon, invano preg, invano minacci.
Stanislao rimase duro e incrollabile, come un sasso della Gonfolina (264).
Abbandonata la casa paterna, aveva preso in affitto una graziosa villa a Bellosguardo, e l, in codesto Eden suburbano, novello Rinaldo trascorreva i giorni felici e sereni in braccio della incantatrice Armida.
Ma la felicit non dura eterna in questo mondo, e tanto meno nelle cose d'amore.
Era una sera d'Autunno.
L'orologio di casa aveva battuto le undici, allorquando tutta la villa rintron per tre violentissimi colpi di martello, che furono dati alla porta di strada.
La Floriani, mezza distesa sopra una chaiselongue, stava leggendo le Fils du Carneval di Lebrun.
Stanislao, seduto sopra un piccolo tabouret, dormiva placidamente il sonno dell'innocenza, colla testa appoggiata sulle ginocchia della Contessa (265).
Al rumore strano e improvviso, ambedue si alzarono spaventati e, guardandosi in faccia, si domandarono l'uno all'altro:
Chi sar mai a quest'ora?
Dopo pochi minuti, entr nella stanza il cameriere del Marchese, portando una carta da visita.
La Contessa stese prontamente la mano, e prendendo la carta e portandovi sopra gli occhi, cacci un grido di spavento. Quindi, lasciandosi cadere quasi svenuta sopra una sedia,
 lui! disse con voce soffocata, e appena intelligibile.
Stanislao rabbrivid, e si fece bianco in viso, come un cero pasquale.
Dove lo avete lasciato? domand la Contessa, ripigliando fiato a gran fatica.
 rimasto gi nella sala terrena, rispose il cameriere, il quale non sapeva intendere la cagione di tanto scompiglio.
Cosa ha detto?
Mi ha domandato se la signora Contessa Floriani e il signor Marchese Teodori erano in casa...
E gli avete risposto?
Di s.
Imbecille!
Voleva presentarsi, senza farsi annunziare.
In questo mentre si udirono voci di alterco, nella sala da basso.
Giovacchino, disse la Contessa, alzandosi a modo di una donna disperata, correte gi: serrate tutte le porte che mettono al
nostro quartiere e fate ogni sforzo per cacciar di casa quest'uomo... che non voglio vedere... Avete inteso?
Il Cameriere usc!
Noi siamo perduti! soggiunse poi la Floriani, abbandonandosi di nuovo, e lasciandosi cadere sopra un divano.
Stanislao era rimasto di stucco: la paura gli aveva paralizzato le membra. Finalmente riavutosi un poco, si dette a girare di qua e di l per la stanza, come persona che abbia smarrito il cervello. Voleva far coraggio alla Contessa, ma la parola gli restava adesa alla lingua, e non poteva spiccicare una sillaba.
Intanto il litigio nella sala terrena cominciava a farsi pi forte e pi distinto. Fra le altre, si udiva una voce, accentata alla forestiera, che gridava:
Indietro, canaglia! io non esco di qui, se prima non ho veduto i vostri infami padroni...
Stanislao un poco ascoltava... e poi tornava a girare per la stanza. Guard nuovamente se l'uscio del salotto era ben chiuso e tolta la chaiselongue dal suo posto, la colloc a traverso alla porta, a modo di barricata.
Poi, quasi gli fosse venuta una ispirazione dal cielo, grid:
Siamo salvi! usciamo dalla piccola scala che mette nel giardino. La chiave, la chiave!
La Contessa si alz rapidamente, e tutti e due corsero insieme verso una cantoniera, dove erano soliti di tenere la chiave della scaletta segreta, ma la chiave non c'era...
Stanislao si pose le mani nei capelli dalla disperazione, e, gettandosi al collo della Contessa, si dette a piangere, come un ragazzo.
In questo frattempo fu battuto all' uscio del salotto.
Aprite! son'io, disse una voce: era la voce del Calami.
Amerigo? gridarono all'unisono la Contessa e Stanislao; e tirata da parte la chaiselongue, aprirono l'uscio del salotto.
Il Conte Calami entr dentro. Aveva i capelli arruffati: la fisonomia alterata: una manica del soprabito fatta in pezzi.
Sono giunto in tempo per salvarvi ambedue! quindi disse, posando una pistola sul tavolino. L'ho disarmato!
Stanislao e la Contessa gli si gettarono al collo, come al loro angiolo tutelare.
Egli per  sempre gi, soggiunse, e non c' che un mezzo solo per liberarsene... Accetti? domand a Stanislao.
Accetto, accetto! rispose questi velocemente, prima pur di farsi dire il patto di transazione.
Io lo conosco da lungo tempo, continu il Calami, e per altri fatti... lo conosco!
Ebbene?
Ebbene... l'ho tirato in disparte, e gli ho promesso di pagargli ventimila lire sul tamburo (266), se accondiscende a partir subito per Marsiglia. Accetti?
E le ventimila lire? domand Stanislao.
Le trovo io: distendimi due righe d'obbligazioni... per la fine del mese.
Stanislao corse al tavolino, e preso un foglio di carta, si dispose a scrivere.
Io sottoscritto, disse il Conte dettando, mi obbligo di restituire alla fine del corrente mese d'Ottobre la somma di lire ventimila fiorentine, al signor Conte Amerigo Calami, essendomi detta somma graziosamente imprestata dal medesimo in pi e diversi tempi, come da ricevute a parte. E in fede dico, Lire ventimila. Domani poi a comodo, continu il Conte, distenderemo queste ricevute per semplice formalit.
Amerigo! mio caro, mio ottimo amico, io ti devo la vita... disse Stanislao.
Non l'avevo forse preveduto?
Hai ragione!
Basta cos: questo non  il momento di perdersi in tardi rimproveri:  il momento di agire, e d'agir prontamente: domani, a giorno, tutto sar finito.
Il Calami strinse la mano alla Contessa e a Stanislao, in atto di rassicurarli, poi usc dal salotto.
Dopo pochi minuti, l'alterco a pian terreno era affatto cessato. La porta di strada della villa si richiuse, e due individui (il Conte Calami e un altro) ripresero insieme la strada che mena a Firenze.
Giunti in fondo alla scesa, trovarono un legno di vettura, che aspettava.
Il Calami vi mont dentro: e voltandosi all'individuo che era rimasto in terra, gli disse pianissimo all'orecchio:
La burla  stata un po' forte... ma oramai gliela avevo giurata... Di te mi fido... guarda bene che non lo sappia neanche l'aria...
Signor Conte, mi conosce da oggi?
Lo so: eccoti mille lire, in due fogli di banca. Addio Agona!
La mattina del 1 Novembre, il Calami andava a casa della Contessa
Floriani.
E cos? domand questa, appena lo vide entrare in salotto.
Ha pagato come un banco!
Ed io che avrei ceduto la mia porzione di credito per la met!
Sciagurata, disse il Conte, tentennando il capo, tu non sai che con me doventano solventi anche i figli di famiglia. Eccoti novemila cinquecento lire. Riscontra questi fogli.
L'obbligazione era di ventimila, osserv la Contessa facendosi seria, e posando con mal garbo sulla tavola i fogli di banca che aveva ricevuti dal Conte.
 vero, riprese l'altro, ma bisogna defalcare dalla somma le mille lire che passai all'uomo di paglia.
Mille lire? Sar!
E, , ! replic vivamente il Calami, mostrando di chiamarsi offeso dell'atto dubitativo della Floriani.
Non dico di no! sar! eppoi, bisogna starsene alla buona fede: ci sono delle operazioni che non si possono fare colla ricevuta alla mano.
Ma quando vi dico!
Non c' bisogno di riscaldarsi! sar... mi pare un po' caro! mille lire...
Sappiate, o signora, che vi sono dei segreti che non si pagano mai abbastanza.
Non se ne parli pi, disse la Floriani, con modo disprezzante. Mi pare per che, invece di stare attaccato alla spezzatura delle cinquecento lire, fosse pi equo e pi conveniente per voi passare a me dieci mila lire.
Voi intendete sempre la convenienza e l'equit a vantaggio vostro, interruppe il Conte.
Non  vero: rammentatevi che io mi sono sacrificata per diversi mesi con un imbecille... durissimo a digerirsi...
Per la prima idea fu mia!
Ve l'accordo; ma calcolate, vi prego, il sacrifizio enorme! le occasioni che in questo tempo mi si sono presentate!
Vada per le occasioni, ribatt il Calami, nojato da questo tira-tira. Eccovi altre cinquecento lire, e mettiamoci una pietra sopra.
Est-ce-que vous m en voulez, Monsieur? disse la Contessa, con una certa tal qual civetteria, dando un leggerissimo schiaffo sulle gote del Calami.
All'opposto: pi amico di prima. Qua la mano.
E Firenze cosa ne dice?
Firenze ha un po' mormorato.
Maladettissimo vizio! grid la Floriani indignata.
Emilia, non ci lamentiamo, riprese sogghignando Amerigo, questo  un paese d'oro: tanto le buone che le cattive azioni vi hanno un eco di pochi minuti! Egli  per l'appunto quello che ci vuole per noi!
Dopo pochi momenti, il Conte usc. La Floriani, rimasta sola, si pose a tavolino e scrisse una brevissima lettera. Poi la chiuse e vi fece sopra il seguente indirizzo:
A Monsieur, Le Marquis Stanislas Teodori
En Ville.
La lettera fu mandata al suo recapito. Nel medesimo tempo, la Contessa dette ordine formale e assoluto alle persone di servizio, che nel caso si fosse presentato il Marchese Stanislao, gli dicessero che ella non era in casa per tutto il giorno.
Sarebbe ora difficile voler descrivere a parole la sorpresa, il dolore e la disperazione del giovine Teodori, quando ebbe dal cameriere della Floriani una lettera concepita in questi termini:
Mio caro Stanislao.
 forza dividersi, e dividersi per sempre. Una mano di ferro  venuta a frapporsi inesorabilmente fra i nostri cuori: ogni resistenza sarebbe vana. Lo crederesti? i nemici eterni della mia felicit, hanno trionfato: io sono stata ferita nella parte pi viva del cuore. Gli infami hanno osato suppormi rea di complicit nella malaugurata apparizione di quel mostro... che le leggi... mi condannano a riconoscere col nome di marito. Chiesi ardentemente a Iddio la grazia di non sopravvivere a tanto
strazio: ma Iddio, ne' suoi arcani consigli, non volle esaudirmi. Chi sa? forse non ho ancora vuotato fino al fondo il calice delle amarezze: forse la provvidenza mi serba ad altre sciagure.
Addio, Stanislao! A te giovine, bello e ricco di cuore e di nobili sentimenti, non mancheranno altre donne, che potranno renderti beata l'esistenza. Sii felice, che io te lo desidero con tutte le forze dell'anima. Solo una grazia ti domando, ed  questa: che almeno qualche volta tu ritorni col pensiero ad una povera donna, che perdendo te, ha perduto nel mondo l'unico bene, che le facesse cara la vita. Addio e per sempre.
Emilia.
Appena ebbe letto il biglietto, il giovine Teodori, corse a guisa di forsennato, a casa della Contessa; la Contessa non c'era! Vi ritorn venti volte, e sempre la medesima risposta!
Il giorno dipoi... non era ancora tornata.
Il terzo giorno, finalmente, Stanislao venne a sapere che ella era partita per Ginevra, con un baronetto inglese, forse sospinta dal desiderio di visitare la tomba di Giangiacomo Rousseau (267).
Fu questo un colpo mortale al cuore del povero amante. Giur di vendicarsi... Poi alla rabbia successe il dolore, la cupa disperazione: ma siccome provvidamente avviene che all'epiteto inconsolabile, applicato alle vedove e agli innamorati, vi sono sempre sottintese le parole, per pochi giorni, cos anche Stanislao, che si riteneva malatissimo per tutta la vita, nel corso appena di due settimane, prov gli effetti miracolosi della gran medicina del tempo.
Gli amici e, in particolar modo, il Conte Calami, lo consigliarono a stordirsi; parola infranciosata, che tradotta in pretto italiano, significa: incitnillirsi, a furia di farne di tutti i colori.
Vuoi guarire della tua passione? diceva Amerigo. Giuoca: il giuoco  uno specifico per tutte le malattie di cuore.
Non conosco le carte! rispondeva il giovinetto, col chiodo della mente sempre fisso nell'immagine della Contessa.
Le imparerai:  uno studio di pochi minuti.
Non c'ho vocazione.
Tutto all'opposto: secondo il sistema di Gall, tu hai il bernoccolo del giuocatore... del gran giuocatore! (268).
No, no, insisteva Stanislao, gli sfortunati non debbono giuocare.
Ricordati del dettato: disgrazia in amore, fortuna alle carte.
E cos di questo passo, dai oggi, dai domani, Stanislao finalmente si lasci condurre al tavolino.
Dapprincipio giuoco, come suol dirsi, piccola moneta, tanto per ammazzare il tempo, e per non star l a far la figura del lampione (frase tecnica e avvilitiva, con cui soglionsi qualificare coloro che assistono ai tavolini di giuoco, come semplici spettatori!)
Intanto gli amici, onde scuotere il novizio dalla sua letargia, decretarono di farlo vincere: e tanto avvenne.
Allora Stanislao mut registro. I sbiti guadagni gli mossero in corpo un ardore novello, e in pochi giorni, e quasi a sua stessa insaputa, si sent trasformato in un accanitissimo giuocatore.
Le carte, per lui, non furono pi un libro chiuso: ma diventarono una scienza che aveva delle regole fisse e prestabilite.
Vinceva, e pretendeva di vincere, non gi per il buon vento della fortuna, o per la buona volont dei compagni, ma sibbene in virt dei calcoli e degli studi gi fatti in proposito. (E questo un caso di demenza e di aberrazione mentale, che si verifica frequentemente nella gran famiglia
dei giuocatori!) (269).
Fino a tanto che la fortuna gli sorrise in modo lusinghiero, la sua casa fu corte bandita per tutti gli amici. Cene, pranzi, feste che cominciavano a sera e finivano a giorno chiaro.
I primi rovesci lo fecero rientrare in s e lo messero sulla via della prudenza. Allora i compagni si dettero a solleticarlo nel lato debole.
Tu sei un giuocatore da far paura! gli dicevano alcuni.
Hai pi coraggio di Muzio Scevola (270), soggiungevano altri. Guai se ti capita un quarto d'ora di buon vento! saresti capace di ridurre all'elemosina tutti i banchi di Baden-Baden.
Bel giuocatore! gridava il Calami, fingendosi entusiasta.
Bisogna venire a scuola da te, per imparare a perdere con sangue-freddo e con dignit!
Il giovine Stanislao si lasci abbindolare da questi falsi complimenti, e per conservarsi la reputazione di giuocatore da far paura ( una vanit, come tutte le altre!) nel corso di pochi mesi perdette non solo i guadagni fatti, ma intacc mortalmente il capitale.
Ebbe qualche minuto di scoraggiamento e fece proposito di ritirarsi dalla palestra.
Non hai giudizio! gli dicevano gli amici compassionandolo.
Al giuoco ci vuol costanza: o prima, o poi, il momento della fortuna deve tornare.
Stanislao, come  naturalissimo, prest fede alle profezie: ma il momento della fortuna non torn pi.
Perdeva a rotta di collo, e tutti gli imprestavano danaro, tutti lo invitavano a giuocare sulla parola, tutti gli facilitavano i mezzi a provvedersi di moneta. Intanto venne finalmente il giorno nero: venne finalmente il giorno, in cui il povero Marchese si trov all'asciutto, sulle secche di Barbera.
Allora fu un voltafaccia generale. Non pi un amico che avesse da somministrargli uno scudo, non pi un banchiere, al tavolino, che volesse tenergli venti franchi sulla parola.
Non l'avere a male, rispondeva l'amico, a cui il Marchesino rivolgevasi per qualche imprestito, Non  per diffidenza: ma, al giuoco, non presto un soldo neppure a mio padre. E un sistema!
Ognuno ha le sue superstizioni, soggiungeva il banchiere, invitato da Stanislao a reggergli qualchecosa sulla parola. O denari in tavola, o nulla: la parola mi porta disgrazia.
Contristato, avvilito e ridotto al verde, il giovine Marchese prese l'ostracismo dai tavolini di giuoco, e uscito fuori dal cerchio del gran mondo, si dette a un genere di vita pi moderato e tranquillo.
In codesto tempo di crise (271), strinse amicizia coll'avvocato Bifronti, e, pur di far qualcosa, si butt nella politica a corpo perduto.
Il Bifronti, nelle societ, era una specie d'animale anfibio: n carne, n pesce. Stava con un piede nel mondo aristocratico e coll'altro pescava nella democrazia fino a mezza gamba.
La sorte che presiede pronuba alla culla dei mortali, non lo aveva fatto nascere n tanto nobile, n tanto ricco, da potersi imbrancare impunemente coi magnati puro-sangue, e nemmeno tanto povero, n d'origine cos schiettamente popolana, che gli fosse agevole rassegnarsi alla condizione di modesto borghese.
Il Bifronti amoreggiava furtivamente colla figlia della Marchesa Olimpia Atalanti (272), zia di Stanislao: ma la vecchia
gentildonna, come era presumibile, non avrebbe giammai consentito di buon animo a imparentarsi colla famiglia dell'Avvocato.
Questi intravide a colpo d'occhio che il giovine Stanislao poteva esser l'uomo fatto proprio al suo caso, non tanto per avere un mezzo d'introdursi in casa Atalanti e di coonestarvi (273) una certa frequenza, quanto per accaparrarsi un messaggere alato d'amore, nella trista ipotesi che la Marchesa, avvedutasi di qualcosa, avesse aperte le ostilit e interrotte le comunicazioni.
Intanto Stanislao, dimesse, come abbiamo detto, le abitudini della gran societ, si era dato a fare il politico, sotto la dettatura dell'avvocato.
Nei momenti d'ozio, si applicava ai piccoli amori, alle facili conquiste, alle passioncelle clandestine. Le donne di teatro erano la sua debolezza.
O soprani o contralti che fossero, poco importava: Stanislao non badava al registro.
Una tal volta gli venne fatto d'innamorarsi d'una mezza celebrit danzante.
La silfide si chiamava Tity! (274).
Il giorno, che terminati i suoi impegni a Firenze, Tity venne scritturata per il teatro di Genova, fu un giorno di smanie indicibili per il povero Marchesino!
Quantunque oramai fosse avvezzo a questi amori teatrali, che durano tutto il tempo d'una scrittura; a queste passioni di palcoscenico, che nascono coll'arrivo alla piazza dell'artista e finiscono colla riscossione dell'ultimo quartale, nonostante, ogniqualvolta giungeva il momento solenne dell'addio, Stanislao sentiva stringersi il cuore, e non sapeva sopportare con disinvoltura il doloroso distacco.
Tity, cui pesavano le spese di viaggio da Firenze a Genova, si gett al collo del giovine Teodori, e proruppe in un dirottissimo pianto.
Le lacrime delle donne di teatro sono come le lettere anonime: non si sa mai di dove provengano; se dal cuore o dagli occhi! Stanislao non esit: esso, apparteneva al numero di quegli infelici (o di quei felici) che credono all'ingenuit delle femmine, come a un articolo di fede.
Commosso dalla disperazione della inconsolabile Tity, fece proposito di accompagnarla a Genova.
Ma i denari per il viaggio? bisognava trovarli, e Stanislao
si dette in corpo e in anima a questa ricerca... molte volte pi scabrosa e difficile della ricerca dell'Assoluto! (275).
Fra gli altri, messe a requisizione anche l'Avvocato: ma questi si scherm, dicendo:
Se venivi jeri, t'avrei servito con tutto il cuore: oggi, a farlo apposta, mi trovo senza il becco d'un quattrino.
Stanislao s'impermal: il rifiuto dell'Avvocato gli dispiacque; e, nell'andarsene, fece un certo garbo, come dire: se ci capiti!
Aspetta! vieni qua! grid il Bifronti, che non voleva disgustarsi l'amico, ho in vista la persona che ti potrebbe fare il piacere! conosci Maestro Andrea?
No!
Lascia fare a me: io lo mander a chiamare e gli dar ad intendere che tu sei un compromesso politico... e che la polizia ti cerca a guinzaglio rotto. Tu, dal canto tuo, recita bene la parte: digli, francamente chi sei e chi non sei; aggiungili che tuo padre preferirebbe piuttosto vederti chiuso nel Falcone, che darti cento lire per uscir dai confini... insomma hai capito.
Ho capito.
Detto fatto, nella sera stessa Maestro Andrea si recava a casa dell'Avvocato. L'onesto popolano credette in buonafede alla commedia che gli fu recitata sugli occhi, e tirate fuori le mille lire, che aveva portate seco (a forma della preghiera contenuta nella lettera dei Bifronti) le consegn, una sull'altra, al giovine Teodori.
 una sommerella, disse il popolano, contando il danaro, che avevo alla Cassa di Risparmio. La mi sta a rappresentare tutto il mio patrimonio e tutta la dote delle mie figliole.
Vi far una piccola obbligazione, soggiunse Stanislao.
Ma che obbligazione? replic vivamente Maestro Andrea, fra i buoni patriotti basta la parola: andate, signor Teodori, e che il Signore vi metta in salvo.
Di l a poco, il vecchio popolano se ne tornava a casa, contentissimo, in cuor suo, d'aver reso un servigio alla buona causa, trafugando un patriotto alle persecuzioni del Bargello.
Vedete, se anche da vecchi siamo buoni a qualcosa! diceva fra s e s: e gli traspariva dal viso una gioja serena, come se il tempo gli avesse scemato cinquant'anni dalla curva delle spalle.
Dopo una quindicina di giorni, lo scapato Lovelace (276) ritornava da Genova con mille lire di meno, e un disinganno di pi!
Oh! cuor di ballerina!
Il rimanente dell'annata, Stanislao lo consum in piccole scaramuccie coi suoi creditori.
L'abisso chiama l'abisso, e per riempire una buca, dice il savio,  giuocoforza molte volte scavarne due.
Destituito di qualunque credito e di qualunque fiducia, l'unico rampollo di casa Teodori si trov costretto, per far quattrini, di ricorrere agli arzigogoli e agl'ingegnosi trovati dello scrocco e della bindoleria.
Sul principio se ne vergognava e ne sentiva rammarico: poi, a mano a mano, vi fece l'uso: e, frecciatore sfrontato, giunse al punto di raccontare agli amici le sue piccole truffe con quella fatuit gioviale, con cui si racconterebbe un frizzo ben fatto, o un epigramma felicemente coniato.
La Sandrina lo conosceva a fondo! Quando Stanislao si port in Via Nuova, per concertare il modo di trovarsi a solo-a-sola colla giovine modista, sent cantarsi sul naso quest'antifona:
Tutto si fa: tutto  possibile: Ma... in primis et antonia (277), come stiamo a...? la ricamatrice, fregando insieme l'indice e il pollice, fece quell'atto notissimo che significa denaro.
Questa  un'offesa! replic il Marchesino (il quale, a dirla in parentesi, oramai aveva fatto il callo a simili finezze).
Meno smorfie: quattrini in tavola, eppoi se ne pu discorrere!
I quattrini ci saranno... E la risposta?
La risposta te la mander... per quello che mi porter l'acconto.
Stanislao trovandosi stretto, come suol dirsi, fra l'uscio e il muro (278), si
lambicc il cervello per mettere insieme un cinquecento di lire. Fedele al dettato evangelico, picchiate e vi sar aperto (279): picchi a molte porte: gli aprirono... ma non vi fu alcuno che gl'imprestasse un soldo.
Gi gi, cominciava a disperare, quando eccoti che capit la cena del Veglione.
Stanislao, per una di quelle confidenze che si scambiano fra gente della stessa risma e dello stesso colore, possedeva un segreto di Santa-Fiora.
Quest'ultimo era stato preso da un capriccio indomabile per la simpatica nipote della Contessa Floriani.
Guai per se il Cavaliere avesse osato sbilanciarsi d'una mezza
parola: guai se gli fosse sfuggito un atto, un'occhiata imprudente. L'impetuosa Isolina Della Bruna era l, capace di farne uno scandalo per tutta Firenze.
Il figlio di Teodori, a cui il bisogno urgentissimo di far denaro, aguzzava l'ingegno, pens di tirar profitto dalla situazione imbrogliata di Santa-Fiora.
Vinto ogni resto di vergogna, si offerse spontaneamente mediatore, promettendo di condurre la barca in porto, senza increspare la superficie dell'acqua, e senza il pi piccolo rumore di remi.
Santa-Fiora accett di buon'animo, e, come i nostri lettori hanno veduto, cominci da sborsare un acconto di tremila franchi a Stanislao, per accaparrarsi la mano-d'-opera dell'Olimpia (la confidente e la lancia spezzata della Contessa Floriani).
Sfumati i tremila franchi, Stanislao sent ribrezzo d'aver pattuito a far le parti di Galeotto, negli amori di Santa-Fiora (280).
Ma era tardi!
Il Cavaliere, o per lettera o a voce, lo tormentava continuamente.
Finalmente un bel giorno, fatto animo risoluto, il Marchesino and a trovare l'Olimpia, e barattate poche parole in genere, salt fuori con questa mossa:
Avrei trovato un'occasione per la Glicera... ma oh! un'occasione co' fiocchi!
Chi? domand l'Olimpia, con atto di sorpresa.
Giurami di mantenere il segreto...
Lo giuro!
L'occasione, che dico io...
Sarebbe?
Il Cavaliere di Santa-Fiora.
L'Olimpia, scrollando il capo, soggiunse pacatamente:
Stanislao! i debiti ti hanno attaccato il cervello.
Ed io ti ripeto, che Santa-Fiora  innamorato morto di Glicera.
Nulla di strano: un donnaiolo di quella forza!
D'abord, Santa-Fiora non ha moglie.
Che vuol dir ci?
Vuol dire, che... all'occorrenza, potrebbe diventare un marito.
All'occorrenza! ripet l'Olimpia, con un sorrisetto maligno.
S'intende! Da cosa nasce cosa: lo sai il proverbio? Dai retta a me: facciamoli trovare insieme a quattr'occhi... e Iddio provveder.
Il giorno appresso, Stanislao, nel punto che si disponeva a uscir di casa, ebbe un bigliettino in questi termini:
Carissimo Stanislao
Ti domando un piacere. Mio fratello scrive da Marsiglia che avrebbe bisogno urgentissimo di duemila franchi per entrare in una speculazione di sal borace, che potrebbe rendergli il cento per cento. Puoi favorirmi? Nel caso che i tuoi dissesti non te lo permettessero, rivolgiti a Santa-Fiora. Favore, per favore: io mi obbligo, per parte mia, di procurargli un abboccamento a quattr'occhi, nel luogo che sar destinato, con quella persona... Attendo una risposta in giornata. Addio.
Olimpia
P. S. A scanso d'equivoci, s'intende bene che le mie premure avranno per iscopo di combinare un matrimonio... Conosco l'onoratezza di Santa-Fiora, e mi basta.
Parve a Stanislao di essersi alleggerito d'un peso. Richiuso il biglietto, e cacciatoselo in tasca, corse difilato a casa del Cavaliere.
Picchi: gli fu aperto:
Santa-Fiora?
Non c'.
Dove lo posso trovare?
 partito stanotte.
Per dove?
Per Odessa (281).
Alla novella imprevista, Stanislao rimase come chi crede e non crede al tempo stesso. Guard in faccia Giovanni, senza dir altro: poi ficcatosi il cappello sugl'occhi e giratosi tutto d'un pezzo sui calcagni, se ne venne via, borbottando fra i denti:
Senza ritorno!
...
.
...
Capitolo 18.
...
.
...
Le volpi a consiglio.
...
.
...
Vi rammentate, Principessa, le parole che io vi scrissi, un anno fa, su questo proposito, mentre voi eravate alle acque di Aix-la-Chapelle? Aspettate un momento... (282).
Nel dir cos, il vecchio tolse dallo scaffale un libro coperto di cuojo rosso, e chiuso da una borchia a chiave.
Era un copia-lettere (283).
Apertolo, e sfogliate poche pagine, si volt alla Principessa, dicendo:
Ecco qua il paragrafo. In quanto allo introdursi qui fra noi e prendervi domicilio stabile e duraturo, io la credo cosa ardua, anzich no! Primieramente vuoisi aver riguardo al paese, il quale, corrotto come , nel midollo delle ossa, ha serbato sempre una certa avversione al nostro Istituto. In secondo luogo, mio fratello e gli altri che presiedono al timone della cosa pubblica, confidano esuberantemente nelle proprie forze, e si reputano da tanto, da condurre la barca in porto, senza il soccorso d'altri remiganti. Badate, che la barca la va da s: perocch su tutta la carta geografica troverete a stento un golfo cos tranquillo e ben guardato dal vento, siccome la nostra Toscana., Avevo ragione? domand il vecchio alzando la testa, e guardando in viso la Principessa.
Ebbene, riprese questa, seguitando la metafora della lettera, e se questo golfo cessasse una volta d'esser tranquillo? e se Eolo vi scatenasse sopra la furia dei venti? e se i timonieri, impauriti del mare grosso, cominciassero a dubitare di s stessi?
Troviamolo quest'Eolo! grid il vecchio.
 trovato! ripet seccamente la Principessa, e se Dio ci assiste, fra qualche giorno vedrete i primi indizi della burrasca. Il Visconte d'Heli me ne ha data la sua parola. Voi intanto non perdete d'occhio vostro fratello: esso ci pu grandemente giovare... quando voglia!
Forse a quest'ora mio fratello avrebbe ceduto... forse a quest'ora sarebbe dei nostri, soggiunse il vecchio con un sospiro se un Mefistofele, un cattivo genio...
Lo so!
Il Segretario Torralba...
Lo so. Abbiamo provveduto a tutto! a tutto! Torralba non  pi un uomo:  un imbecille, un demente. Il dito della giustizia divina gli ha toccato il cervello: il manicomio lo attende!
Cosa mi dite?
Basta cos: a suo tempo il resto.
Anche un altro nostro avversario, un nemico acerrimo, giurato... continu la Principessa, dopo qualche minuto di pausa,  vicino, se Dio non lo assiste, a render conto delle sue prave e disoneste azioni...
Chi? domand il vecchio.
L'autore di quell'infame libello...
Il Duca d'Ayro?
Lui!
 forse in un fondo di letto? il Signore si sarebbe degnato di visitarlo?
No: ma l'abbiamo tirato in un duello...
Ahi! fece il vecchio, increspando la faccia.
Perch?
Il Duca  uno spadaccino di prima forza...
Fu scelta la pistola.
Meno male.
Eppoi, fidatevi del Calami! Il Conte, credetelo a me,  stato un grand'acquisto per noi! un inestimabile acquisto.
Sono del vostro avviso...!
Lo so, che i tristi, i maligni, vanno punzecchiandomi di frizzi e di epigrammi... perch sono stata io... io, capite, io, quella che ha portato il Calami nelle nostre file... Lo so, che si sono messe in giro delle ciarle ingiuriose... sulla mia onest!
Sulla vostra onest?
Sulla mia onest! Pare incredibile, ma pure  un fatto... C' Dio che mi vede il cuore...
Dio che vi vede il cuore!
Non lo nego... il Calami  un giovine da dar nell'occhio... sento dire che piace... alle donne di mondo...
Piace s... ma alle donne di mondo!
Figuratevi! sono sei anni che lo conosco... e se mi domandate adesso di che colore abbia la barba...
Neppure il colore della barba! lo credo.
Eppoi, se non foss'altro, i miei principii, l'illibatezza della mia vita, la mia et...
Sicuro! la vostra et...
Non gi che io sia decrepita, riprese prontamente la Principessa, accarezzandosi colle mani i lunghi ricci che le cadevano sul petto. Vedo delle donne che contano qualche anno pi di me, e perdurano nella via della perdizione... con una procacia da fare schifo. Ma quando ripenso che abbiamo un'anima sola!
Sola! sola! ripet il vecchio, battendosi col pugno la fronte.
Ditemi: domand donna Alfonsa, abbassando gli occhi in atto di confusione e di vergogna, erano forse giunte anche al vostro orecchio queste ciarle... queste supposizioni?
A proposito?
A proposito dell'intrisichezza che esiste fra il Calami...
S... qualcosa... qualche mezza parola...
Come! e voi avete potuto credere che il Conte Calami, giovine, bello, corteggiato da tutto il fiore delle donne fiorentine, avesse potuto perdersi?
Sarebbe sempre un bel perdersi... con voi... disse il vecchio.
Ma sapete che mi fareste ridere, se non mi sentissi arrossire, replic donna Alfonsa, dissimulando a fatica un risolino di soddisfazione, diffuso su tutta la faccia.
Dunque, (continu con interesse sempre crescente), voi credete in buona fede che il Calami, ad onta che abbia menato una giovent dissipatissima, potesse ancora sentire un'affezione forte, pura?
Io lo credo! io lo credo!
Badate... che io distinguo l'affezione pura...
Per carit, soggiunse l'altro, passandosi una mano sul viso, non facciamo queste distinzioni scolastiche. Il Calami pu innamorarsi, come un ragazzo!
Non mai di me! disse Donna Alfonsa, abbassando gli occhi.
Il vecchio, invece di rispondere, si dette una stropicciatina di mani,
e toss.
La mia et... continu la Principessa, facendo una breve reticenza.
Non dico! la vostra et...
Quant'anni mi fate?
Trentadue...
Adulatore! me ne avete scemati tre! soggiunse con grazia Donna Alfonsa (che aveva passata la quarantina d'un lustro).
Eppoi, io sono vedova, ella continu, pigliando un'aria devota, e chi sa che il cielo non voglia offrirmi l'occasione di ricondurre un'anima traviata sul diritto sentiero...
Chi sa! chi sa!
Una volta che io abbia collocato mio figlio...
Ma dunque, domand il vecchio, questo matrimonio va avanti?
 tutto combinato. Quando Oscar giunger in Firenze, non avr da far altro che vedere la sposa che gli ho destinata e dare il suo consenso...
 bella la sposa?
La vedrete: un angiolo! Che Iddio mi perdoni, disse la Principessa, tutta mortificata, se ho adoprato questa parola per significare una creatura terrestre...
Giovine molto?
Quindici anni appena.
Il vecchio fu scosso come da un brivido di terzana; si pass la lingua sul labbro inferiore, e asciugandosi gli occhi con un fazzoletto di lino bianco, mugol sottovoce:
Sono tanto care... queste bambine!
Mi scrivono che anche Oscar si  fatto un bel ragazzo.
Lo credo! vorr somigliare a suo padre!
Da piccolino, era tutto il mio ritratto! soggiunse la Principessa, abbassando gli occhi.
E in quanto alla dote?
Per ora, quindicimila scudi: poi Eugenia, a suo tempo, sar erede: perch Santa-Fiora, come sapete, non ha che quella figlia soltanto.
E lui quando conta di tornare in Firenze?
Quando gli sar passata la paura.
Dico il vero: non avrei mai creduto che Santa-Fiora fosse cos pusillanime. Ma chi  questo Miloro?.. un gigante? un Briareo? (284).
 un ragazzo... ma un'anima disperata.
E il motivo di quest'odio accanito?
Rispettatelo, disse la Principessa, con tuono assoluto.  un segreto... che io conosco, e che non posso confidare ad altri.
Basta cos, replic il vecchio, inchinando la testa.
Forse la paura di Santa-Fiora  un poco esagerata... ma sapete quel che accade? si danno dei casi, in cui anche gli uomini di spirito si lasciano prendere da una specie di scoraggiamento...
Sia pure, come dite: facciamo per un'ipotesi; se questo tal Miloro si ostinasse a rimanere in Firenze per tutta la vita, il Cavaliere cosa intenderebbe di fare? vorrebbe prendere un esilio perpetuo? Vorrebbe sotterrarsi vivo l nel fondo del Mugello?
Il Visconte ha giurato di provvedervi, e presto! lasciate fare al Visconte, disse Donna Alfonsa, con tuono significativo. Poi di punto in bianco, domand:
Quando vedete vostro fratello?
Anche questa sera.
Allora rammentatevi dell'Avvocato Bifronti.
Lo far, perch me lo comandate, soggiunse il vecchio, con modo ossequioso, ma sar tutto fiato gettato via.
Credete?
Ne sono sicuro: il Bifronti  un nome che suona malissimo agli orecchi di mio fratello... (285). Si  troppo compromesso! troppo! Anche l'ultima sera di Carnevale, al veglione della Pergola...
E se io vi dicessi che l'Avvocato non c'era?
I rapporti vogliono...
Ma che rapporti? ma che rapporti? ribatt con vivacit Donna Alfonsa. Io vi torno a ripetere che l'Avvocato non c'era; l'Avvocato era in letto...
In letto? l'ultima sera di Carnevale? chiese il vecchio, con un certo sorriso d'incredulit.
L'Avvocato era in letto, malato di dolori...
Principessa, fece l'altro, tentando con un atto umilissimo
del capo e della persona, di addolcire l'amaro di quanto stava per dire, qualche tristo ha voluto prendersi giuoco della vostra buona fede...
Domandatelo al medico...
A chi?.., a Scipione? buono il testimonio! Credetelo a me, Principessa; son tutti una zuppa e un pan molle.
V'ingannate: il medico che lo cur in quella sera, non era Scipione... era il medico di vostro fratello...
Come mai?
Scipione non fu possibile trovarlo! C'era da figurarselo! Allora l'Avvocato mand alla farmacia per cercare il primo che capitasse...
E per l'appunto?
Per l'appunto, il primo che capit!
Fu il medico di mio fratello. Bravo Bifronti! Io l'ho creduto finora un avvocato d'ingegno: ora, dietro questo fatto, comincio a persuadermi che , per di pi, un uomo di spirito. Vi do la mia parola d'interessarmi per lui.
Se possiamo guadagnarlo...  un'altra vittoria. Notate bene (continu Donna Alfonsa, abbassando la voce) che ci pu ajutare in modo singolarissimo, a sbarazzarci di quel malanno, che vuol la vita di Santa-Fiora!
 amico di Miloro?
Sono due anime in un ncciolo (286).
Ho capito tutto! disse il vecchio: e con un lapis segn qualche appunto sopra un foglio di carta che aveva dinanzi.
Dopo pochi minuti, la Principessa usc: e quasi nel medesimo tempo fu annunziato il signore Zeffirino.
E cos Zeffirino?
Grandi nuovit, Eccellenza!
Sentiamole, disse il vecchio signore, aspirando una presa di tabacco, e dandosi una stropicciatina di mani.
Prima di tutto, ho qui una lettera...
Adagio, e un po' d'ordine: rifacciamoci dal principio. Come va il nostro affare?
Non potrebbe andar meglio. A suo tempo, Vostra Eccellenza sar avvisata. Per ora non posso dir altro.
Rammentiamoci, disse il vecchio, con impazienza, che le cose lunghe diventano serpi (287). Sono oramai tre mesi che mi avete detto che la fantesca era stata presa alla rete.
 vero: ma l'operazione  delicata! delicata assai... si fa presto a tirar fuori uno scandalo...
Dio ve ne liberi!
Dunque Vostra Eccellenza lasci fare alla Sandrina, che  una donna di gran cervello... e quando ha promesso, novantanove per cento, mantiene.
Aspettiamo pure! soggiunse l'altro, con un sospiro: poi scrollando il capo continu. Cosa sono questi benedetti capricci... quando ci pigliano sul tramonto!
Zeffirino fece finta di non capire.
A proposito: cos' quella lettera di cui mi avete parlato?
 una lettera della Sandrina. Forse Vostra Eccellenza non sa che la Sandrina  in prigione!
In prigione? da quando in qua?
Da jeri sera.
E il motivo?
Se Vostra Eccellenza non ci mette le mani, prevedo che il cielo voglia annuvolarsi, e di molto!
Informatemi, disse il vecchio, mostrando un vivissimo interesse.
Tutta la pietra dello scandolo, riprese Zeffirino,  stata una ragazza... una certa Giulia, mi pare, figliuola d'un tornitore... Forse Vostra Eccellenza, l'avr sentito rammentare Maestro Andrea?
Ho capito! ho capito!  stato un capaccio, ai suoi tempi: una testa calda...
E si mantiene!
Sentiamo il resto.
Pare che questa ragazza facesse all'amore col Marchesino Teodori...
Al solito!
E nello stesso tempo, l'era promessa sposa a Braccio-di-Ferro...
Tutte cos, queste ragazze! disse il vecchio, battendo una mano sulla tavola. Tengono due o tre amanti alla volta, eppoi se capita un signoretto, un titolato... uno che prometta di mandarle in legno alle Cascine... (288).
Vostra Eccellenza, ha capito: il caso  proprio questo.
E cos?
E cos, a quanto pare, la figliuola di Maestro Andrea e il Marchesino cominciarono a vedersi in casa della Sandrina. Vai oggi, vai domani,
finalmente il rigiro dette nel naso a qualche zelante che si fece un obbligo di coscienza di rifischiare la faccenda al padre della Giulia.
Chi sa, disse il vecchio, con un sorrisetto maligno, che non fosse tutto un accordellato (289), per sorprendere in flagranti il Marchese Teodori, e costringerlo in questo modo a sposar la ragazza, o a mettere a disposizione una dote...
Tutto pu darsi: quantunque, a dire il vero, Maestro Andrea passa per un galantuomo...
S: addio galantuomo! fece il vecchio, con atto ironico. Ci conosciamo dal ventuno in poi!
Il fatto sta, continu Zeffirino, che  avvenuto un vero casa-del-diavolo (290). Se la Sandrina ha salvato la pelle, pu mettere la candela alla Madonna. Maestro Andrea non intendeva ragioni: voleva ammazzare bestie e cristiani...
Nespole! grid il vecchio, quanto fruscio! eppoi, perch? per una ragazza trovata a quattr'occhi con un giovanotto. Se ve lo dico, Zeffirino! credetelo a me: egli era tutto un accordellato! E il Marchesino?
Il Marchesino salt da una finestra che risponde nella corte e si salv nelle case accanto.
Meno male.
Ma non finisce l: o prima o poi, Stanislao dovr pareggiare i conti con Braccio-di-Ferro, che era il promesso della ragazza...
A questo ci pensi il vecchio Teodori...
Ci pensi! !.. ma come?
Col fare esiliare quel cattivo arnese di stampatore! rispose seccamente il vecchio.
Si dice bene... ma il pretesto?
Non mancano pretesti, quando si vogliono. Egli  che questi signori che hanno le mani in pasta, vogliono andare avanti colla legalit... glielo predico sempre a mio fratello; colla legalit non farete mai nulla di buono. E la ragazza?
La ragazza non  tornata pi a casa.
Il vecchio stette un momento in silenzio, come se pensasse a qualcosa: poi, accomodando la bocca a un sorriso maligno, domand sottovoce:
Com', come ?
Mi dicono, che sia un occhio di sole.
Giovine molto?
Quindici per i sedici anni.
Il vecchio si dette una stropicciatina di mani: quindi, avvicinatosi a Zeffirino e presolo per un orecchio, a modo di carezza, gli disse pianissimo:
Fatemi un piacere: informatevi della casa, dove questa ragazza si  rifugiata.
Volentieri, rispose l'altro, abbassando di nuovo il capo, in segno di riverenza.
Se posso ajutarla... lo far di cuore. Queste bambine m'interessano! lo sapete!
Ma intanto, riprese Zeffirino, bisogna che Vostra Eccellenza si occupi della Sandrina.
Vedremo...
Non c' tempo da perdere: se quella disgraziata la mettono sotto processo...
Parler con mio fratello... ma  un po' duro: oramai lo conosco... Vuol fare il rigorista, l'uomo di coscienza... che volete? tutti abbiamo le nostre debolezze...
Si rammenti Vostra Eccellenza, che una parola tira l'altra, e che il processo potrebbe mettere alla luce...
Zeffirino! Zeffirino! -grid il vecchio alzandosi infuriato.
Non c' pericolo, soggiunse l'altro, ripigliandosi a tempo. La Sandrina  donna capace di rivendere cento criminalisti... nonostante, quando si pu,  sempre bene...
Vi ripeto, insist il vecchio, con calore, che sono qua in corpo e in anima, per fare abbujare la cosa... ma guai! guai, se una sola parola...
Vostra Eccellenza si tranquillizzi. Garantisco io...
Il vecchio continu a borbottare fra i denti alcune giaculatorie: poi riprese:
Scriver al Marchese Teodori che venga subito da me: m'ajuter, mi dar una mano... voglio sperarlo: c' di mezzo anche l'interesse e la tranquillit del suo ragazzo... Dite alla Sandrina che abbia un po' di pazienza... che conti sopra di me... e che io conto sulla sua onoratezza... Avete capito? e che io conto sulla sua onoratezza!
Il vecchio calc in modo distinto quest'ultime parole, e guard
Zeffirino con un'occhiataccia, che voleva dire: ci siamo intesi.
Vostra Eccellenza, ha saputo nulla di un duello? chiese Zeffirino, per divergere il discorso, e per rimettere un po' di calma nell'anima del suo protettore.
Fra chi? domand il vecchio, fingendosi nuovo della cosa.
Fra il Duca d'Ayro e il pittore Oliviero.
Chi  rimasto sul terreno?
Nessuno, per ora: il duello non  ancora avvenuto.
Allora non ne fanno altro.
Io credo di s: anzi vorrei sapere da Vostra Eccellenza se stimasse ben fatto che io ne informassi...
Al solito, soggiunse il vecchio inquietandosi, avete sempre la smania di caricarvi di legna verde (291). Lasciateli battere, se ne hanno voglia... Non c' carestia d'arruffoni... (292). E il motivo?
Gelosie!
Forse per Lady Clara?
Appunto.
E chi era il preferito?
Prima il Duca d'Ayro: poi subentr il pittore... e ora  tornato in piedi il Duca...
E credete che si batteranno?
Forse s, forse no: sono ben visti tutti e due... passano per due teste calde... ed hanno molte simpatie. Gli amici fanno di tutto per accomodare la vertenza: ma c' di mezzo il Calami... e allora, novantanove per cento, il duello si fa...
E la Pope, domand il vecchio, con interesse,  stata sposa finalmente?
Ancora no: doveva esserlo di giorno in giorno: ma poi c' entrato di mezzo il duello...
Si mantiene sempre una bella ragazza?
Bellissima...
E dire che io l'ho conosciuta bambina... aveva appena quattordic'anni! era fresca, come un bottoncino di rosa... Ma guai, a chi si fosse preso una confidenza... a chi le avesse fatto una carezza... C'era da vedersela saltare agli occhi, come un falco...
La scimunita! disse Zeffirino, dappoi che la conosco, non
ebbe mai un filo di giudizio. A quest'ora poteva essere una mezza signora-colla protezione di Vostra Eccellenza. Gliel'ho predicato le mille volte!
Fresca, come un bottoncino di rosa! ripet il vecchio, tutto assorto in un'altra sfera d'idee.
Aveva ancora il latte sui denti, quando s'innamor di quello scapato...
Che gliene ha fatte di tutti i colori!
Di tutti i colori!
E adesso?
Adesso sono in guerra da capo. La mattina delle nozze, la Pope era in Chiesa che aspettava lo sposo. Aspetta, aspetta, e Oliviero non si vede. Passa un'ora, passano due, tre ore: finalmente la povera ragazza, vedendosi burlata, d in uno scroscio di pianto e se ne torna a casa.
Questa me la godo! fece il vecchio, con un sorriso satanico (293), aspirando una presa di tabacco, Si  burlata tante volte di me!
La scimunita! ma prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine. Jeri fui a trovarla...
Ebbene... cosa dice? domand l'altro, infilandosi un pajo di lenti sul naso, e appuntando gli occhi in faccia a Zeffirino.
Mi fece compassione. In pochi giorni  andata gi, che appena si riconosce. Ha perduto affatto quello spiritaccio... e quella fierezza... che la rendevano un po' sgraziata,  vero, ma originale e piccante. Zeffirino (mi disse, rattenendo a fatica il pianto) avevi ragione... se io avessi dato retta ai tuoi consigli, meglio per me... Dio sa quanti dispiaceri mi sarei risparmiata... quanti bocconi amari avrei inghiottito di meno!.. Ma cosa vuoi che ti dica? gli volevo bene... gli ho voluto sempre bene... e quello che ho sofferto per lui, Dio solo lo sa! Eppoi... al cuore non si comanda!
Solite storielle! fece il vecchio, scrollando il capo.
Se Vostra Eccellenza l'avesse vista! La si dette a piangere come una vite tagliata (294). Io mi provai a consolarla... Dissi, fra l'altre cose, che una bella ragazza  sempre in tempo a ricredersi dalle giuccherie di un amore serio... Cos, passo passo e non parendo mio fatto, ci lasciai cascare in mezzo anche il nome di Vostra Eccellenza...
Benissimo: e cosa rispose?
Sul principio, rimase un po' male. Io, allora, cominciai a rammentarle le premure che in altri tempi Vostra Eccellenza s'era date per lei; quello che aveva fatto... e quello che sarebbe stato disposto a fare. Se io
prendo tanto interesse per te, le dissi, lo faccio perch siamo parenti alla lontana, eppoi per riconoscenza... perch io ti voglio bene... perch io devo a te la mia posizione... il mio impiego di venti scudi al mese.
Questo non  vero, replic il vecchio, con aria di protezione. Se io vi raccomandai a mio fratello... se spalleggiai la vostra supplica... non ebbi seconde mire... ma lo feci... perch siete un giovine onesto, di buoni principj e d'una qualche capacit.
Zeffirino si alz in piedi e fece una riverenza in atto di profondo e cordialissimo ringraziamento.
In conclusione, domand il protettore, questa pazzerella  sempre innamorata del suo pittore?
Innamorata? a me ha giurato e spergiurato sul capo della sua bambina morta, che non vuol pi vederlo, che non vuol nemmeno sentirne pronunziare il nome... Anzi, per cavarsi da qualunque pericolo di recidiva,  risolutissima di partire per Parigi.
E i denari per il viaggio? domand il vecchio, con premura.
Aveva incaricato me di trovarglieli...
E voi?
Io l'ho consigliata di venire a chiederli in persona a Vostra Eccellenza. Forse ho abusato un po' troppo...
Credete... che verr? domand l'altro, con vivissimo interesse.
Me lo ha promesso!
Il vecchio si pass la lingua sul labbro inferiore, e asciugatisi gli occhi col fazzoletto, si pose a passeggiare per la stanza.
Zeffirino colse questo frattempo, e tirato fuori un foglio dalla tasca, lo present, dicendo:
Ho fatto una memoria per una piccola gratificazione... se Vostra Eccellenza si degnasse metterci una buona parola...
Ma... credete proprio che verr? domand nuovamente il vecchio, con ansia crescente.
Ci giurerei.
La signora Rodope Gualliandi, disse un cameriere, in gran livrea, affacciandosi sulla porta di sala.
Che passi, rispose il vecchio tutto agitato: quindi voltatosi a Zeffirino, lo spinse verso una piccola porta, dicendoli piano:
Presto: uscite per di qua.
Eccellenza, replic il postulante, presentando la supplica, se si degnasse di metterci una buona parola.
Ritornate pi tardi.
Una sola parola...
Il vecchio, imbizzito da tanta insistenza, strapp il foglio di mano a Zeffirino, e vi scrisse sul margine poche righe.
Quindi, riconsegnato il foglio, spinse l'indiscreto fuori della stanza, e richiuse diligentemente la piccola porta.
La Pope era passata dentro!
Sulla sua faccia, pallida pi dell'usato, si vedeva impressa una sfrontatezza spinta, esagerata, ridicola, tutt'altro che naturale!
Quando il vecchio si volt, la Modella fece un inchino, e gli sorrise... come sorridono le donne di fama disonesta.
...
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...
FINE.